Luciano Zuccoli.
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I Drusba.
romanzo.
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1920. Vitagliano Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Zuccoli, in maniera un poco bizzarra, cerca di impartire un sapore vagamente esotico al suo romanzo attribuendo unorigine araba alla storia di questa famiglia che appare completamente succube al proprio destino. Marcello Drusba  un giovane entusiasta ma piuttosto sprovveduto. Padre e madre vivono separati e lui, uscito dal collegio di Albano, si reca a Modena per studiare alluniversit. Ha anche due sorelle, Fulmen e Magda, che vivono con la madre a Roma; le suddette sorelle non si curano affatto di valori come onore e buon nome della famiglia e si dedicano senza troppe reticenze a una vita da mondane. Marcello  ignaro di questa attivit delle sorelle che senza scrupoli lo ingannano. Marcello si innamora, riamato, di una bella e giovane contessa. Il romanzo si snoda attorno alle vicende di questi personaggi e Zuccoli impartisce un tocco di visione psicologica, leggera e superficiale quanto si vuole, ma non esente da risultati che rendono piacevole la lettura.     ...
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L'AUTORE.
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Il conte Luciano Zuccoli von Ingenheim (il cognome italiano era della madre, quello tedesco del padre) (Calprino, 5 dicembre 1868  Parigi, 26 novembre 1929) nacque in un paesino lacustre del Canton Ticino adiacente a Lugano, che dal 1929 ha assunto il nome di Paradiso. 
E' stato uno scrittore, giornalista e romanziere svizzero naturalizzato italiano. Nell'autobiografia, pubblicata nel 1924, si definiva come riottoso e prepotente, bevitore e libertino, beffardo e cinico.
Scrittore del tempo, esponente della letteratura di consumo, fu anche giornalista e direttore del Giornale di Venezia, fuso nel 1906 con la Gazzetta di Venezia. Collaboratore del Corriere della Sera vi scrisse note di cronaca, piccole novelle e un romanzo d'appendice: L'occhio del fanciullo.
Il suo libro pi importante  Le cose pi grandi di lui (1922).
Dopo il suicidio della moglie, si rispos con una donna giovanissima.
Mor nel 1929, in seguito ad una polmonite, a Parigi, dove si era trasferito dal 1927 per seguire le traduzioni in francese delle sue opere.
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I DRUSBA.
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Capitolo 1.
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Intorno a quella famiglia, Paolo Storbini aveva indovinato anche ci che non sapeva; ma la naturale prudenza e la sua posizione di Rettore del Collegio lo avevano consigliato a non indagare oltre; oltre ci che legittimamente si poteva dire, oltre ci che appariva da autentici documenti. Il resto non era forse che sospetto, maldicenza, giudizio temerario.
Nove anni addietro aveva accolto, perch doveva accoglierlo, fra gli allievi del Collegio Alessandro Volta il piccolo Marcello Drusba, nato a Roma da Adolfo Drusba e da Sofia Stundi.
Gli era stato accompagnato dalla madre, bella donna, sulla trentina, alta, svelta, ben vestita. Le carte erano in regola; dalle note dei primi studii, il bambino sembrava diligente.
A voce, la signora, timida e gentile, aveva detto d'esser madre di altre due creature: Fulmen, di dieci anni, e Magda, di nove; Marcello ne aveva sette.
E poich il Rettore accennava con discrezione al marito della signora, a quell'Adolfo Drusba, che logicamente avrebbe dovuto accompagnare lui il bambino in collegio, Sofia Stundi aveva cambiato espressione del volto.
Una causa di separazione era finita giusto pochi mesi prima, condannando in tutto e per tutto Adolfo Drusba, il quale conviveva con altra donna, e affidando la tutela dei figliuoli alla moglie, Sofia Stundi. Adolfo avrebbe dovuto passarle dodici mila lire annue per l'educazione e il mantenimento delle creature; ma non aveva ancora dato un centesimo, e forse occorreva un nuovo procedimento per costringerlo a osservare i suoi obblighi.
Tutto questo era stato detto con garbo da Sofia Stundi, la quale presentava anche la sentenza del Tribunale e i documenti di quella causa.
Si sentiva ch'ella aveva sofferto molto, che soffriva ancora, come madre e come donna; onde il Rettore si guard dall'insistere, e si volse ad accarezzare Marcello.
Era questi un ragazzetto dal piccolo volto bronzeo, in cui brillavano due occhi luminosi; i capelli nerissimi erano domati a pena dalla carezza brusca della spazzola e dai denti del pettine. Sembrava intelligente; e la perfetta struttura del corpo faceva pensare alla resistenza tenace d'un fisico tutto contesto di nervi.
Parlarono, Sofia Stundi e il Rettore, anche del nome, Drusba, cos strano, che forse quella sola famiglia lo portava in Italia. E la signora spieg essere i Drusba di origine araba, trapiantati in Sicilia, poi dalla Sicilia, per ragion di traffico, in Liguria. Cent'anni addietro, all'incirca, un Piero Drusba aveva trasportato la famiglia a Roma, e di qui non s'erano pi mossi.
Avevan conservato, attraverso i tempi e le vicende, non soltanto alcune caratteristiche fisiche, quali lo splendore degli occhi, il carnato scuro, la ricchezza dei capelli, ma purtroppo anche la impetuosit del carattere e la veemenza delle passioni, insieme con un certo amor di gaia spensieratezza.
E in verit, aggiungeva la signora, nessuno era pi allegro delle sue figliuole, Fulmen e Magda; nessuno rideva con pi gioia e pi abbandono.
La conversazione termin, e il piccolo Marcello Drusba entr quello stesso giorno in collegio e fu presentato a' suoi condiscepoli.
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Paolo Storbini, il Rettore, con le braccia appoggiate al davanzale della finestra nel suo studio, fissava la conca perlacea del lago d'Albano.
Probabilmente non vedeva n quello specchio di acqua, n i colli intorno, n le gradazioni infinite, dal verde chiarissimo al verde fondo, quasi nero, della vegetazione.
Tramontava il sole, aliava una brezza leggera, facendo rabbrividir le acque che parevano immobili. Tutto intorno, silenzio; la campagna era addormentata nella caldura di giugno, e quantunque le foglie di ogni albero tremassero, non riuscivano a comporre il bisbiglio che accompagna il primo annunzio del vento.
Paolo Storbini pensava alle parole che doveva dire a Marcello Drusba, il quale si congedava quel giorno, e per sempre, dal collegio.
Marcello contava ormai sedici anni; aveva superato brillantemente gli esami di licenza e doveva iscriversi all'Universit, nella facolt di legge.
Il Rettore aveva visto centinaia di allievi andarsene per aver finito gli studii; e mai non se n'era occupato troppo, n la commozione gli aveva turbato l'anima.
La partenza di Marcello Drusba lo affliggeva.
Non si sarebbero veduti mai pi, probabilmente. Marcello intendeva iscriversi all'Universit di Roma, e incontrava nella madre e nelle sorelle una recisa opposizione. Esse pensavano fosse meglio che il giovane frequentasse un'Universit pi lontana; Modena, ad esempio, o Pavia; ed egli non comprendeva la ragione di quel loro disegno.
Paolo Storbini l'intuiva, come aveva intuito altre cose; e presentiva che Marcello avrebbe dovuto cedere; e sarebbe partito, e del collegio e del suo Rettore non avrebbe avuto pi ricordo.
Paolo Storbini si ritrasse dalla finestra.
Aveva udito, gi nella strada, la voce rauca d'una automobile che chiamava.
Lo studio del Rettore guardava da un lato sul paesaggio del lago, e dal lato opposto sulla strada. Paolo Storbini and all'altra finestra e scorse un'automobile nera filettata di azzurro.
Ebbe un breve sorriso non privo di amarezza.
Si allontan, tocc un campanello elettrico, e all'inserviente che comparve, disse:
Avvertite l'allievo Marcello Drusba che ho bisogno di parlargli e che lo aspetto qui.
Poi torn alla finestra come per veder meglio.
Non s'ingannava. Era l'automobile che avevan mandato da Roma per prendere Marcello. Ne riconosceva le linee, i grossi fanali, la carrozzeria elegante e solida.
Con quella macchina eran venute in quegli ultimi mesi, ora Fulmen, ora Magda, a trovar Marcello. La mamma, la signora Sofia Stundi, no: ella si contentava del treno; e dal treno al collegio, di una modesta carrozzella del paese.
A distrarre dalle sue meditazioni il Rettore, giunse una voce, che chiedeva il permesso di entrare.
Avanti! fece Paolo Storbini, mentre si ritraeva dalla finestra e riprendeva il suo posto nel seggiolone della scrivania.
Marcello Drusba entr.
Vestiva di chiaro: un abito che gli avevan mandato da casa. Senza l'uniforme del collegiale, pareva pi alto. Il volto imberbe, gli occhi neri e profondi, la carnagione freschissima lo assomigliavan piuttosto a una fanciulla travestita, che non a un giovanotto il quale era per entrare nella vita, e per entrar da una porta grande, piena di tumulto, come quella di una Universit.
Paolo Storbini stette a considerarlo un istante.
 questo l'uomo? l'uomo destinato alla lotta, l'uomo che le pi amare delusioni devono risvegliare?... Ma la vita lo travolger fin dai primi passi...
Siditi! invit Paolo Storbini.
Marcello sedette nella poltrona a fianco della scrivania.
Ti ho chiamato, seguit il Rettore, perch devi andartene. Credo che sono venuti a prenderti. E voglio dirti qualche cosa...
Tacque, si raccolse un istante, poi riprese:
A quale Universit intendi iscriverti?
All'Universit di Roma, rispose Marcello.
La sua voce era limpida e sonora.
Ma se non m'inganno, tua madre e le tue sorelle desiderano che tu scelga un'altra Universit...?
S, Modena, o Pavia, o Bologna....
Non vuoi bene alla tua mamma?...
Marcello guard, un poco stupito, il Rettore.
S, molto, rispose.
E alle tue sorelle?
S, molto, ripet Marcello.
E allora, non opporti alla volont di tua madre, consigli Paolo Storbini. Essa pensa probabilmente che lontano, ti farai pi presto uomo, imparerai pi presto la vita; ed ha ragione. Vedrai altra gente, altre citt, e ti sgranchirai, per cos dire...
Oh, mi sgranchir anche a Roma! esclam Marcello con un sorriso.
Io ti consiglio a non opporti alla volont di tua madre seguit Paolo Storbini, come non avesse udito.
A Roma tornerai durante le vacanze, che non sono n poche n brevi. E spero ti ricorderai del tuo collegio e del tuo vecchio Rettore.
Certamente, promise Marcello.
Nessuna emozione nella voce. Abbandonare l'istituto in cui aveva trascorso nove anni, e i compagni, e il Rettore, era cosa importante e grave; egli lo comprendeva bene; ma la gioia di essere libero, la deliziosa inquietudine per il domani, la novit della sua prossima vita di studente, gli occupavano il cuore, cos che il passato cadeva dietro di lui come una decrepita catapecchia, senza svegliar rammarico.
Io ti auguro ogni bene, seguit Paolo Storbini. Ti auguro sopratutto di essere forte, affinch tu possa vincere le difficolt che ti si opporranno e uscire incolume dalle molte amarezze e dalle infinite delusioni che ti attendono...
Marcello Drusba guard il Rettore con espressione interrogativa; onde questi, come a correggere quel che poteva essere troppo personale nelle sue parole, soggiunse:
Difficolt, amarezze, delusioni, che attendono chiunque si affacci alla vita.
E si lev, mentre Marcello pure si alzava.
E posando le mani sulle spalle del giovanetto, e fissandolo negli occhi, Paolo Storbini concluse:
Va!... Vivi col fuoco nel cuore. E non temere mai nulla, se la tua coscienza non ti rimprovera!...
Poi lo lasci bruscamente e and a seder di nuovo nel suo seggiolone dietro la scrivania.
Marcello Drusba s'inchin; quindi, camminando a ritroso, giunse alla soglia; e disse:
Arrivederci, signor Rettore!
Addio! rispose Paolo Storbini. Addio!...
Prese un libro di sulla scrivania e cominci a leggere. Ma non appena l'uscio si richiuse alle spalle del giovane, torn alla finestra che guardava sulla strada.
Marcello giunse indi a poco, seguto da un inserviente che portava le valige. Egli le fece collocare nel fondo dell'automobile, parl al meccanico; lo sportello fu richiuso.
In quell'istante, alzando gli occhi a salutar la mole bigia dell'istituto, Marcello scorse il Rettore alla finestra.
Arrivederci! grid, agitando il cappello. Le scriver presto!
Grazie! rispose Paolo Storbini. Addio!...
La strada si spiccava, diritta e grigiastra, dalla soglia del collegio per lungo tratto, gi, incontro a Roma.
L'automobile si mosse, fil rapida, fu coperta dal nugolo di polvere che lasciava dietro.
Lungo tempo Paolo Storbini rimase a fissar quella nuvoletta, che significava una giovinezza spinta a tutta furia verso il turbine della vita, nella mischia feroce delle insidie e delle passioni.
Poi, a una svolta, l'automobile scomparve, come ingoiata, macchina uomini e cose, da un abisso che le si spalancava innanzi repentinamente.
E Paolo Storbini, rientrato, guard l'ampia stanza che gli serviva da studio, i suoi libri, il seggiolone, la scrivania; e si lasci sfuggire un sospiro di sollievo per tanta pace, mentre l'automobile filava verso il tumulto, incontro alla guerra degli egoismi.
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Poich la sera scendeva rapidamente, il meccanico aveva acceso i fanali dalla luce bianchissima. La campagna pareva restringersi a mano a mano che l'ombra infittiva; e la brezza del tramonto s'era fatta acuta, diventava vento, nella corsa veloce dell'automobile.
Abbandonato sui cuscini morbidi, chiuso nel soprabito di cui aveva sollevato il bavero, Marcello Drusba sognava.
Gli tornavano a mente le parole del Rettore: Le difficolt, le amarezze, le infinite delusioni che ti attendono.... Perch?
Niente  pi bello della vita, niente  pi facile che giungere alla mta. La poesia  dovunque. Il lavoro stesso non  che poesia; robusta e onnipossente poesia, che muove il mondo...
Forse quelle agre parole venivan da quell'uomo agro, ch'era buono, ma soffriva di mille piccoli malanni e vedeva verde invece che roseo. Paolo Storbini, secco, un po' curvo, sebbene non contasse che quarantadue anni, camminava piano, quasi potesse ad ogni istante urtare in qualche cosa che lo avrebbe mandato in pezzi. Non aveva famiglia; non amici, non parenti; la biblioteca del collegio era tutto il suo mondo; e durante le vacanze, non si allontanava d'un'ora da quel malinconico lago d'Albano, del quale doveva conoscere le strade passo per passo, gli alberi intorno foglia per foglia.
E allora, naturalmente, a un giovane che lascia l'istituto per entrare all'Universit, naturalmente, allora, parla di delusioni e di amarezze, come se la vita non fosse altro, come se tutti stessero in agguato per pugnalare alle spalle il ragazzo, il quale non domanda che di studiare e di conquistarsi un nome.
Marcello sognava due cose, in quell'ora: diventare celebre, un celebre avvocato, e conoscere l'amore.
Durante l'ultimo anno di collegio, i discorsi intorno all'amore non erano stati pochi coi suoi condiscepoli, ma egli se n'era ritratto subito.
Strano a dirsi, quegli adolescenti non capivano che l'amore brutale, spinto fino alla violenza; usavano un linguaggio sporco, imparato non si sapeva dove; non sognavano che il possesso, con l'impeto d'un sangue lascivo e precoce.
Marcello s'era provato a parlar di sentimento, ma lo tenevano per ridicolo. Essi non volevano se non molte donne, molte donne belle; avidi e insaziabili come ghiottoni ai quali fu negato il cibo.
Stupido! borbott una volta Carlo Provana, uno tra i pi maligni della classe. Non parla che di sentimento e d'ideale! Se ci portasse qui le sue sorelle, vedrebbe che pappata ce ne faremmo!
Gli altri risero; e la elegante snellezza di Fulmen e di Magda, il loro visino dagli occhi splendenti tornarono al ricordo dei collegiali viziosi.
Conoscevano le due fanciulle, perch esse, l'una o l'altra, andavano ogni domenica a trovar Marcello; e la loro bellezza metteva sempre in subbuglio gli allievi della terza liceale, alcuni dei quali contavano gi diciotto anni.
Marcello aveva della donna e dell'amore un'idea altissima. Non gli importava punto di sembrar tardo ai suoi condiscepoli, che si sfibravano a legger libri pornografici introdotti in collegio con astuzie infinite.
Sognava d'incontrar la fanciulla ideale, di amarla, di esserne amato e di dedicarle intera l'esistenza, cos com'era certo che le sue sorelle avrebbero trovato a loro volta l'uomo straordinario, che le avrebbe rese felici e al quale si sarebbero votate per sempre.
Nulla di pi semplice: l'amore  questo; e ogni altra cosa  bassezza,  turpitudine,  vergogna.
Egli univa nel suo animo a una forza maschia per tutto quanto era volont, una delicatezza di sentire quasi femminea.
Aveva creato nel giardino del collegio un altro piccolo giardino suo, che coltivava egli stesso con grande sollecitudine. Quel piccolo giardino gli era stato causa di molte amarezze, perch i compagni gli sfrondavan gli alberetti, quando potevano, e gli calpestavano i fiori. Egli aveva sentito la stupida malvagit umana, che distrugge per distruggere, fa il male per il male... Ma tanto pi caro gli diventava il piccolo giardino, quanto pi era bersaglio ai colpi di quei cattivi. E se una rosa fioriva, un garofano, un geranio, grazie alle sue cure, egli n'era felice.
Quel giorno, prima di congedarsi dal Rettore, era andato a salutare il piccolo giardino, come si saluta una persona. E in verit, di tutte le persone che formavano il collegio, quella sola lo commoveva, perch senza di lui sarebbe sfiorita e morta.
Gli torn in automobile il pensiero.
Non l'ho raccomandato, egli disse a fior di labbro, come parlasse a qualcuno. Dovevo raccomandarlo al Rettore; ma lui, con le sue prediche, e le difficolt e le delusioni, mi ha intontito...
E pens di scrivere subito al Rettore; lo desse in consegna a Carlo Rossetti, della seconda liceale, ch'era un bravo ragazzo, il quale se ne sarebbe occupato per davvero. Non doveva morire, il piccolo giardino. Perch egli, Marcello Drusba, stava per diventare un avvocato celebre? perch egli stava per incontrar la fanciulla ideale?... e per ci avevano a morire i rosai?
Come doveva essere la fanciulla?
Marcello se la descrisse al fisico e al morale per la millesima volta, poich questo era il suo sogno prediletto: imaginar la donna alla quale avrebbe dedicato l'esistenza intera.
E la sognava con tale intensit, che quando l'automobile ai ferm innanzi alla porta di casa, Marcello n'ebbe quasi dispiacere. Diede un addio mentale alla fanciulla, e discese, guardando le finestre aperte dell'appartamento
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Capitolo 2.
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Incontr Magda a met delle scale.
Udito il rombo dell'automobile, la fanciulla s'era lanciata fuori a salutare il fratello e questi la vide corrergli incontro. Afferratala pel busto, la baci sulle guance, le pass una mano tra i capelli foltissimi, neri; e risalirono cos, piano, piano.
Mamma  su? chiese Marcello.
S, abbiamo aspettato a cenare, disse Magda.
E Fulmen  pure in casa?
No,  uscita...
Forse non sapeva che dovevo tornare stasera?
Lo sapeva, ma Liliana  tanto malata, e Fulmen le tiene compagnia.
Sulla soglia era Sofia, la mamma, ancora bella e non grassa, sebbene prossima alla quarantina. Ella aperse le braccia, serr al petto Marcello, lo baci in fronte.
Il giovinetto sorrise. Pensava alle parole del Rettore: Le delusioni, le amarezze che ti attendono.... E qual pi pura gioia che il ritorno, l'accoglienza d'una mamma e d'una sorella?... Manca l'altra, Fulmen, ma ella cura un'ammalata, e al piacere dell'intimit ha giustamente preferito l'opera buona.
Quando furono seduti a tavola, Marcello not alcuni cambiamenti. Non vedeva la casa da tre mesi: v'era stato l'ultima volta per Pasqua.
Il mobilio della camera da pranzo era nuovo: legno scuro scolpito; e sul fondo quasi nero della dispensa luccicavano alcuni piatti d'argento antico.
 molto bello, osserv. Chi ha scelto i mobili?
Io! esclam Magda con aria di trionfo.
Marcello sorrise. Gli piaceva di ritrovar nell'accento, negli atti della sorella ancora qualche cosa d'ingenuo, quasi di fanciullesco; aspettava quel suo ridere gaio, ch'era tutta una freschezza, come il ridere di Fulmen,
Non badarle, fece Sofia con voce pacata. Li ho scelti io. Magda e Fulmen li hanno visti e hanno approvato.
Dunque li abbiamo scelti noi, non  vero, Marcello? Perch se non avessimo approvato, mamma ne avrebbe scelti altri.
Hai ragione! conferm Marcello.
Anche il servizio da tavola, d'argento sottilmente rabescato sui manichi, anche la cristalleria scintillante, eran nuovi. I bicchieri, le bottiglie in cui stava il vino biondo dei Castelli, avevano un fregio sobrio, un tralcio ornato di pmpini leggeri.
Marcello guard la cameriera che serviva a tavola.
Non c' pi Ida? domand.
C', rispose Sofia. Questa, Clotilde,  la cameriera, e poich Ida cucina molto bene, non si occupa di altro.
Marcello pens che le spese dovevano essere raddoppiate, ma ebbe quasi rimorso per tal pensiero. Ci che faceva mamma era ben fatto, e le spese raddoppiavano perch di certo eran cresciute le rendite. Quei fondi intorno a Genzano, con le loro viti prodigiose, amministrati saviamente, potevano dare quel che si voleva.
Mi dispiace che Fulmen non  qui, disse Sofia.  dispiaciuto anche a lei di non poterti aspettare.
Forse non torna stasera?
Non credo.  andata ad assistere Lea.
Lea?... Tu hai detto Liliana, rilev Marcello guardando Magda senza sospetto.
Lea, Liliana,  lo stesso; ha tre o quattro nomi, quella signorina. Io la chiamo Lea, Magda la chiama Liliana.
La spiegazione fu data con semplicit da Sofia, e il giovane non s'accorse che Magda aveva arrossito.
Temo che ti annoierai, Marcello, seguit la madre. Vuoi che andiamo in campagna, al mare? Lasciamo Fulmen e Magda, e noi passiamo qualche mese a Viareggio o dove ti piace meglio.
Fulmen e Magda a Roma? disse Marcello.
Con Ida e Clotilde. Non posso condurle con noi; saremmo quattro, e la spesa diventerebbe grave.
Ma no, mamma. Io sto benissimo qui. Uscir tutti i giorni, andr per le gallerie e i musei. Sono molto ignorante. Di arte a scuola non si parla mai. E io voglio vedere.
E d'improvviso, la sua gioia di vivere trabocc.
Trabocc quando Clotilde apparve con un grande piatto di ciliege e un grande piatto di fragole; queste piccole, asciutte, dal profumo selvatico; quelle tonde e lucide, color di carne; sembravano parlar della campagna ridente.
Marcello consider s stesso, Magda, Fulmen lontana; essi pure tre bei frutti della vita rigogliosa; freschi, puri e lucenti.
E pens alla lunga strada che dovevano percorrere: le fanciulle incontro all'amore, alla famiglia, alle gioie impareggiabili del focolare; egli incontro al lavoro e alla gloria. Egli doveva far celebre quel nome dei Drusba, che non significava nulla.
I Drusba!... Che erano i Drusba?... Gente oscura venuta, non si sapeva quando, da paesi orientali; vissuta di commercio prima in Sicilia, poi in Liguria, poi a Roma. Nessuno splendore in codesta famiglia: non un grande capitano, non un grande artista, non un grande uomo politico. Ebbene, egli era deciso a tentar la prova: sarebbe diventato famoso; un famoso avvocato...
Sai che cosa  un avvocato? disse, rivolto a Magda.
S, press'a poco, rispose la fanciulla sorridendo.
No, tu non sai nulla! Tu non sai il potere della parola. La parola  come una musica che ti affascina e ti fa prigioniera, e ti vince a poco a poco, e ti inebria. Un avvocato famoso  una specie d'Iddio, che pu far ribadire ai polsi del colpevole la catena del forzato e pu rompere i ceppi che avvincono l'innocente. Egli parla, e si diffonde nell'aria un calore inusato; egli ti fa ridere e ti fa piangere, se vuole; egli soggioga una folla, e la conduce. La parola  pi terribile che la spada. E nella storia vedi che la spada vien sempre dopo la parola. Prima sono i grandi oratori che predicano per una causa; poi sono i grandi capitani, che scendono in campo e vincono per quella causa! Tu dirai che ci sono anche i grandi scrittori, ma lo scritto  freddo in confronto della parola, e occorre pi fatica a intenderlo. La parola prorompe, eccita, abbarbaglia, seduce, persuade, entusiasma...
Tutto acceso in volto, gli occhi neri brillavano. Sua madre e sua sorella lo guardavano attonite; mai non l'avevan visto cos preso da un'idea; pareva che, sentendo la vita passare a guisa di puledra furiosa, si lanciasse d'un tratto per balzarle in groppa e metterle il morso.
Io son certo che in pochi anni porter alto il nome dei Drusba! Un nome rispettabile, fino ad oggi, ma nulla pi che rispettabile, come tanti altri; e invece devo diventare famoso come pochi! Non  vero, mamma?
Clotilde, entrata col vassoio sul quale erano il bricco e le chicchere pel caff, rimase ad ascoltarlo. Clotilde era una ragazza di circa vent'anni, non bella e non brutta, piuttosto rotonda di forme; e fissava Marcello, stupita di quella eloquenza, percossa di meraviglia alla luce bruciante di quegli occhi neri.
S, certamente, rispose Sofia. Se studii come hai studiato sempre, puoi farti un gran nome. Io lo spero. Ne sar molto contenta.
Clotilde pos il vassoio sulla tavola, e Magda distribu le chicchere.
Si sente, ella disse con un sorriso che la professione d'avvocato ti andr bene. Nessuno di noi saprebbe parlare come te...
Oh, io non so nulla! esclam Marcello. Ho ancora molto, molto da studiare... Avvocato!... Ma non so una parola di legge, non conosco la meccanica dei codici, non so tutto quanto  stato pensato e scritto intorno a una cosa tanto bella come  la giustizia! Vedi quanto ho da studiare? Poi voglio studiare altro, perch un avvocato deve sapere molte cose, oltre le disposizioni del codice; e arte e letteratura e storia...
Allarg le braccia, gaiamente, lev il viso che le lampade elettriche illuminarono, trasse un gran respiro:
Ah, come mi divertir, disse a imparare!
Magda diede in una risata, ed egli stette ad ascoltare quel ridere perlato, che suonava limpido come un gorgheggio.
Rido, ella spieg perch se io dovessi studiar tanto, ne avrei un brivido; e tu sei felice.
Naturalmente. Una donna ha altro da fare. Tu sarai fidanzata, moglie, mamma; e a che ti servirebbe tanta scienza? Non  vero?
 vero, annu Magda.
Ma la voce s'era fatta fredda, e il riso era sparito dalla labbra rosee.
Sofia si alz. Si alzarono Magda e Marcello.
Andarono a veder le altre stanze, che Marcello conosceva bene: ma dovunque c'era del nuovo.
Nella sua camera da letto, avevan messo una bella libreria coi vetri smerigliati e le iniziali: M. D. Mancavano i libri, perch la mamma non sapeva come formar la piccola biblioteca d'uno studente di legge, e a questo avrebbe pensato egli stesso.
Nella camera in cui dormivano Fulmen e Magda, tutto nuovo: le tappezzerie d'un bel color d'oro, poich le due fanciulle eran brune, e i letti bianchi, e le ricche coperte gialle, e, a' piedi dell'un letto e dell'altro, due pelli di tigre; tutto nuovo.
Magda guardava Marcello in volto con espressione soddisfatta.
Non  vero che  bello, d? Noi daremo a te le nostre pelli di tigre, e una ti servir da scendiletto, e l'altra la metterai innanzi alla scrivania.
Ma io non voglio privarvene...
Zitto! interruppe Magda, i cui occhi sfavillarono di malizia.  un dono interessato; cos mamma comprer a Fulmen e a me due grandi pelli d'orso, con quel buon pelo morbido... Sar piacevole camminare a piedi nudi...
E rise, e le sue parole ebbero una intonazione di calda sensualit. Rise anche Marcello, ingenuamente.
Pi tardi sedettero al balcone, Marcello a un lato, Magda all'altro, Sofia nel mezzo.
Abitavano sul Lungotevere Castello, deserto a quell'ora. La luna illuminava le acque del fiume, che correva rapido; limpido, perch da molti giorni non pioveva. Qualcuno pass, inton d'improvviso la canzone dei bassifondi: Affcciate alla finestra, grugno tinto, Manico de padella arruzzinita....
Marcello pens ai detenuti di Regina Coeli, chiusi dentro le celle a quell'ora come belve ringhiose... Vi erano dunque anche i cattivi uomini... E alle Mantellate, le cattive donne...
Fiss il volto calmo di sua madre, il visetto giovane, le labbra porporine di sua sorella. E respir con piacere.
Come poteva pensare alle cattive donne, in quella ora di pace, tra la sorella pura, la madre impeccabile?
E segu degli occhi le acque che correvano sotto il raggio di luna, infaticabili e silenziose.
...
Ma quando fu nella sua camera, nel suo letto morbido dalle lenzuola fresche, un pensiero lo trafisse: veramente lo trafisse come una pugnalata.
Suo padre!
Non osava giudicarlo, ma sentiva tutto il male che quell'uomo aveva fatto e andava facendo alla famiglia con lo scandalo della sua vita.
Adolfo Drusba era stato capace d'abbandonar la moglie, allora appena sulla trentina, e i figli piccini ancora, per metter casa con un'altra donna. Qual donna, colei che accettava simile esistenza, che rubava il marito alla moglie, il padre alle sue creature! Qual donna?... E si diceva che da costei avesse avuto altri figli; scandalo su scandalo... Marcello sapeva che la legge  inesorabile coi nati dall'adulterio; impossibile dar loro un nome, in nessun caso; vengono al mondo bastardi, vivono e muoiono bastardi, essi, poveretti, che non hanno colpa.
Da parecchi anni, Marcello non vedeva suo padre, ma lo rammentava: bellissimo uomo, alto, aitante, col portamento sicuro d'un hidalgo; gli splendevano in volto gli occhi neri, aveva denti bianchi, una piccola barba a punta, che non celava la bocca ammirabilmente disegnata; la bocca di Fulmen e di Magda.
Marcello lo rammentava per essergli stato fra le braccia sovente. Il padre voleva bene alle sue creature; giuocava con le bambine, prendeva sulle ginocchia il maschietto e lo faceva saltare come fosse stato in groppa a un cavallo focoso. E voleva bene alla mamma.
Marcello non rammentava d'aver mai visto il broncio tra Sofia e Adolfo; non una parola men che gentile...
Poi, che  avvenuto?
Ecco: il buon padre, il buon marito, lascia la casa, abbandona moglie e figli, segue la mala femmina che lo ha invescato...
Passano gli anni: egli non ritorna pi;  a Roma o nei dintorni di Roma; le figliuole si son fatte grandi, belle; il maschio  un giovinetto; la moglie  ancora appetibile; ma egli, marito e padre, non si cura pi di nulla.
Pu essere caduto il disonore, come un fulmine che distrugge, sulla sua casa; le figlie, la moglie, esposte a incappar nelle trappole numerose d'una grande citt; il maschio abbandonato a s stesso... Che importa? Adolfo Drusba  sordo e cieco: ha un'altra moglie, altri figli...
Come si spiega?
Marcello non poteva spiegare a s medesimo; non sapeva, non osava...
Ah, se fosse stato presente, il babbo, quale felicit! Che ore deliziose intorno al desco familiare!...
Nell'oscurit della camera filtrava un poco di luce: i vetri erano aperti, le persiane socchiuse. E giunse di nuovo la voce di colui che cantava, forse di ritorno da una losca impresa: Affcciate alla finestra....
Fulmen?... Dov' Fulmen? Perch dorme fuori di casa?
E lentamente, affaticato, Marcello Drusba s'abbandon al sonno.
...
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Capitolo 3.
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Il giorno dopo, la vita cominci veramente, la vita di casa, in cui ciascuno segue le proprie abitudini, dispone del proprio tempo.
Come aveva detto, Marcello si diede a frequentar musei e gallerie, a legger libri d'arte per avere un'idea meno confusa delle epoche e dei maestri e delle scuole. Tornava verso il tocco, mangiava, usciva di nuovo, andava per le chiese a cercar quadri, vetri, mosaici. La sera era stanco da morire: cenava in fretta e si coricava.
Egli s'era fatto cos, involontariamente, una vita a parte.
La mamma, Fulmen, Magda, continuavano la loro. Sofia vegliava all'andamento della casa; le due fanciulle eran di sovente fuori; or l'una or l'altra mancava a cena; or l'una or l'altra non rientrava nemmeno per la notte; c'era sempre qualche amica malata da curare. Ma di questo, Marcello non s'avvedeva, poich per le nove era a letto, e supponeva che tutti fossero in casa all'ora in cui si chiudeva la porta di strada.
I giorni in cui per caso nessuno mancava, le risa echeggiavano, Fulmen e Magda ridevano volentieri; quella un po' pi alta e pi snella di questa; ambedue stupende di freschezza e di salute, traboccanti di vita dagli occhi grandi. Vestivan per casa quasi sempre di bianco, affastellavan la massa dei capelli come potevano; ma poich spesso giuocavano a rincorrersi, i capelli d'un tratto si scioglievano, balzavan gi, prepotenti per le spalle.
Marcello le udiva ridere e usciva a guardarle, con un libro in mano. Intendeva andarsene subito, anche pregarle di tacere perch studiava. L'allegria delle sorelle lo prendeva; esse volevano che giuocasse.
Aspetta, Magda; aspetta, Fulmen! Lasciatemi finire di leggere questo capitolo...
Ma Fulmen gli toglieva il libro di mano; Magda andava a nasconderlo.
Giuoca con noi; studii troppo. Vieni; giuochiamo a mosca cieca; ti bendiamo; sta fermo!...
E giuocava a mosca cieca, pazientemente, urtando nei mobili, afferrando una mano che sfuggiva, seguendo il trillo d'un ridere soffocato; non riusciva mai a fermare una delle fanciulle, ch'erano dappertutto e in nessun luogo, lo sfioravano, sparivano. Fin che una, d'improvviso, interrompeva il giuoco.
Debbo uscire. Vado a vestirmi. Addio, Marcello! Clotilde, va a prendermi una vettura!
Marcello offriva qualche volta di accompagnarle. Esse rifiutavano sempre.
Hai da studiare, non vogliamo farti perder tempo.
Una volta egli s'impunt con Fulmen.
Dove vai? Vengo anch'io!
Dove vado? A fare una passeggiata, semplicemente.
Vengo anch'io. Andiamo a Villa Borghese.
Fulmen dovette cedere. Non appena egli usc per vestirsi, ella lanci un'occhiata a Magda, sbuffando.
 impossibile, disse sottovoce.  impossibile!
E come vuoi fare? osserv Magda.
Lo pianto a met strada...
Sta attenta!
E quanto rimarr in casa? Non deve andare all'Universit?
In novembre o in dicembre.
 un bell'impiccio! esclam Fulmen, gli occhi lucenti d'ira.
In quel mentre Marcello rientr; e con rapidit immediata, il visetto di Fulmen espresse un calmo piacere.
Sei molto carina! disse Marcello guardandola.
Ella vestiva tutta di turchino, fragile ed elegante come un fiore sottile.
Quando furono in carrozza, Marcello riprese un'idea che gli era venuta pi volte in quei giorni.
Non sei fidanzata? chiese.
Fulmen guard Marcello e rise.
Io? disse con meraviglia.
Non vuoi sposarti?
Io? ripet Fulmen.
Poi s'avvide d'esprimere soverchio stupore, e attenu:
No, non sono fidanzata.
E nemmeno Magda?
Fulmen rise di nuovo.
No, fece poi, nemmeno Magda! Perch?
Mi dispiace; vorrei tanto vedervi accasate, felici con un brav'uomo. Non  la tua idea?
C' tempo, rispose Fulmen. Tu parli come un vecchio...
Era impallidita; cercava un pretesto per isbarazzarsi di suo fratello, e le chiacchiere di lui la distraevano. Improvvisamente chiese:
Che giorno  oggi?
Marted!
Ah, mio Dio! E che ora?
Le cinque...
Scusami; avevo dimenticato: ho appuntamento con la sarta. Non vorrai venire dalla sarta?
Ah no! disse Marcello ridendo.
Fece fermare, discese. Fulmen, dato un indirizzo qualunque al vetturino, salut Marcello, e ripart: poi, quando s'avvide ch'egli entrava in una chiesa, diede un altro indirizzo.
Fa presto! soggiunse. Sono in ritardo...
Rari, fortunatamente, simili episodii. Marcello non s'occupava di Fulmen e di Magda, affidate alla disciplina e all'esempio della mamma.
Quand'era in casa, e non avveniva di sovente, andava facendo il catalogo della sua libreria, per la quale aveva speso una somma forte, piacendogli edizioni belle e rilegature fini.
La madre, Sofia, non gli lesinava il denaro; a lui bastava chiedere, e aveva anche pi che non gli occorresse.
La sua libreria era fornita di libri serii. Magda, venuta una volta a ficcare il nasino tra quel cumulo di volumi, aveva gettato un grido d'orrore: quasi tutti latini, inglesi, francesi, e certi nomi: Macaulay, Weininger, Muntz, Mommsen, Niebuhr, Taine, Bacon!.... Nulla di buono da leggere.
Gi, io credo che poco ne capisca anche tu! disse con aria imbronciata a suo fratello, che ne sorrise.
Per, frugando bene, qualche cosa aveva trovato: tre volumi di una storia intitolata Anna Karnine, d'un tale Leone Tolstoi. C'era dialogo.
 un romanzo? domand.
Della letteratura romantica, Marcello non aveva che i capolavori: Manzoni, Tolstoi, Cervantes, Balzac, Walter Scott.
 un romanzo, disse.
Magda s'avvi coi tre volumi sotto il braccio.
A differenza di sua sorella, aveva un certo gusto per la lettura.
Fulmen era incuriosa; non leggeva nemmeno il giornale; si stancava alla terza riga. E dispiaceva a Marcello ch'ella fosse pi ignorante di quanto non sia perdonabile a una donna. Le due sorelle scrivevano con garbo, ma per istinto, come trasfondendo nel loro stile quella civetteria e quella sensualit onde vibravano.
Marcello richiam Magda.
Aspetta, disse. Tu non sai chi  l'autore, Leone Tolstoi...
Eh, no.  un italiano?
Ti pare? Tolstoi, italiano?  russo, abita in una sua tenuta che si chiama Ysnaja Polina.
Magda sedette per ascoltar la conferenza, ma interruppe quasi subito:
Senti, e che m'importa? o il libro  bello, mi diverte e lo leggo; o il libro  brutto, mi annoia, e non lo leggo... Che m'importa se Tolstoi  perseguitato in Russia per le sue idee...? Io, per non essere perseguitata, cambierei idee:  molto semplice.
E rise, di scatto, alzando la testolina e dilatando le narici.
Marcello fu scandalizzato.
Cambiare idee per isfuggire a una persecuzione? esclam. Che diavolo dici? Allora, basta una minaccia a trascinarti dove si voglia? E se i grandi pensatori e i grandi filosofi fossero stati della tua tempra, quale cammino avrebbe percorso l'umanit?
Ma non sono della mia tempra, i grandi filosofi! interruppe Magda. Ti pare che una ragazza di non ancora diciott'anni possa aver la tempra d'un grande filosofo?
Scatt a ridere nuovamente; fece due cerchi dei due pollici coi due indici, li pos attorno agli occhi brucianti di malizia.
Guarda il grande filosofo con gli occhiali! disse. Come faccio camminare l'umanit!...
Marcello non rispose, e Magda usc, ridendo ancora.
...
Fu Anna Karnine che per poco non fece avvenir qualche cosa di grave fra i tre.
Una quindicina di giorni appresso, nell'ordinar la libreria, Marcello s'accorse che gli mancavano i volumi del Tolstoi.
Buss alla camera delle sorelle. Fulmen e Magda c'erano.
La prima stava vigilando Clotilde, la quale riponeva abiti e biancheria della fanciulla in un baule. Magda, seduta innanzi a una ricca scrivania di Boule, scriveva.
Chi parte? chiese Marcello attonito.
E not che Fulmen era molto discinta; indossava una sottana corta di seta, le cui bretelle, allentatesi, lasciavan nude interamente le spalle e tutto il petto, fino al principio del seno. Ella prese da una sedia una mantiglia e vi si avvolse.
Io, rispose. Vado per una quindicina di giorni a Viareggio.
Tu, sola?
Sei pazzo? Con Liliana e sua madre.
Marcello si rivolse a Magda.
Hai finito di leggere Anna Karnine? domand.
Ho finito due volumi: puoi prenderli. Io mi tengo il terzo, rispose la fanciulla senza levare il capo.
No, le sottane di seta da questa parte, in questo senso, indic Fulmen a Clotilde. Altrimenti si sciattano,
Dove sono i libri? chiese Marcello.
Ora te li d, fece Magda.
Rilesse ci che aveva scritto, poi si alz per cercare i volumi nel palchetto d'una piccola libreria girevole.
Marcello, rimasto a fianco della scrivania, volse l'occhio involontariamente al foglio, e lesse:
Edoardo caro. Oggi mi  impossibile venire da te....
Credette d'aver travisto; ma no, veramente lo scritto vergato con la calligrafia dritta e magra di Magda, veramente diceva:
Edoardo caro. Oggi mi  impossibile venire da te. Verr domani all'ora....
Magda s'appress, not lo sguardo di Marcello, e con un gesto iroso prese il foglio.
Che leggi? disse.
Fremeva. Il visetto buio esprimeva una minaccia, gli occhi sembravano pi grandi; il sangue dei Drusba le riboll nelle vene.
Marcello la fiss con meraviglia dolorosa.
Chi  Edoardo? chiese.
Edoardo  Edoardo! Vattene coi tuoi libri; non mi seccare!
Ma gli di del tu: gli prometti un appuntamento per domani. Che significa tutto questo?
Magda fece una pallottola, rabbiosamente, del foglio, e lo gett a terra.
Significa niente: ci non ti riguarda. Vattene coi tuoi libri!
Come, non mi riguarda? Non sono tuo fratello? Non ho diritto a sapere?
No, che non hai diritto! Sei il pap, tu, sei la mamma, sei il capo di casa? Sei un ragazzo stupido, che non sa nulla!
Magda!
Stavano cos, l'uno di fronte all'altra; Magda, le narici tremanti, la bocca schiusa, gli occhi illuminati da un lampo; Marcello sbalordito, col volto che esprimeva uno stupore desolato, uno smarrimento angoscioso.
A pochi passi di l, Fulmen presso il baule, innanzi al quale era inginocchiata Clotilde, osservava. Aveva udito; pensava che quella sciocca di Magda non avrebbe saputo cavarsela; insultava, si dibatteva con furia, come il colpevole sorpreso con la mano nel sacco; se Marcello l'avesse incalzata ancora, ella avrebbe finito col prorompere, guastando tutto.
E Fulmen s'avvicin: rideva. Gli altri due volsero il capo al suo ridere squillante.
Suvvia, disse Fulmen, perch non gli racconti?
Magda la guard: aspettava.
Perch non gli racconti che  uno scherzo? seguit Fulmen con calma.
E a Marcello:
Si giuocava. Abbiamo finto d'esser fidanzate. Il suo fidanzato si chiama Edoardo, il mio Raimondo. E fingevamo di scrivere...
Il volto di Marcello si rasseren, i suoi occhi dissero qualche cosa come una gratitudine per Fulmen.
E allora, Magda, perch ti offendi, perch t'irriti? chiese alla sorella.
Anche il volto di questa s'era schiarito, ma ella si mordeva le labbra per non ridere.
Perch? disse. Perch non hai maniera, ecco! Supponevi ch'io avessi un amante...
Dio me ne guardi! esclam Marcello. Non capivo.
S, supponevi ch'io avessi un amante, insistette Magda, per ci mi sono offesa. Ne avevo ben ragione,  vero, Fulmen?
Fulmen annu con un moto del capo.
Ti domando perdno, fece Marcello umilmente. Non ho supposto, ma se tu hai potuto credere, ti domando perdno.
S'avvicin meglio, trasse a s il volto di Magda e la baci sulle guance. Quindi usc, un poco mortificato, coi due volumi tra le mani.
Suvvia, Clotilde rison la voce di Fulmen; le calze: tutte le calze di seta...
Poi le due sorelle si guardaron negli occhi, e diedero in una risata.
...
La scelta dell'Universit era causa, tratto tratto, di qualche discussione.
Magda non parlava, sebbene la curiosit candida di Marcello le desse noia e le facesse capire ch'egli stava meglio lontano.
Sofia, la mamma, aveva espresso il desiderio, pacata e ferma, che il giovane terminasse gli studii fuor di Roma: per lui; per conoscere gente, per entrar nel mondo, per non basire tra le sottane della mamma e delle sorelle come un eterno minorenne, per agguerrirsi alla vita. Roma l'avrebbe goduta tutto il resto del tempo: avrebbe preso la laurea a Roma, se mai; avrebbe messo lo studio d'avvocato. Ma prima occorreva vedere, imparare, muoversi. Quante Universit illustri non ha l'Italia in grandi e piccole citt?
Sofia esprimeva la sua opinione, non come volont, ma come speranza che il suo desiderio fosse esaudito. Era tutto quello che poteva fare una mamma: dar la libert al figliuolo perch imparasse; e in questo pensiero si poteva rilevare anche la grande stima della madre pel figlio.
Marcello non rispondeva. Alla fermezza con cui parlava sua madre, opponeva il silenzio deferente, l'attenzione rispettosa. Gi simili cose gli erano state dette dal Rettore in poche parole, il giorno in cui si accomiatava. La ragione stava certo dalla parte della mamma e del Rettore, che ne sapevan pi di lui.
Ma egli aveva imaginato un disegno affatto opposto: terminare gli studii a Roma e muoversi poi, durante le vacanze d'ogni anno. Ci sono le vacanze anche pei Tribunali, anche per gli avvocati? E allora egli ne approfitta, va in giro pel mondo, vede la folla e le citt, gli uomini e i monumenti, non solo d'Italia, ma dell'estero; e poi torna, riprende il lavoro fino alle vacanze successive.
Non gi ch'egli consideri l'Universit di Bologna o di Napoli inferiori a quella di Roma. Ma  vissuto cos di rado in famiglia, che ora vorrebbe adagiarvisi un poco. La vita tra i condiscepoli e i professori e, insomma, gli estranei, lo ha stancato. Sperava di finirla coll'addio al collegio, veramente: e sentire intorno l'intimit, aver la confidenza della mamma e delle sorelle, studiare, preparare il suo avvenire in casa, comodamente, dolcemente.
La mamma gli parla il linguaggio della ragione.
Com' duro il linguaggio della ragione, anche quando  morbido nella forma!
E poi, chi assicura che la ragione sia assolutamente da quella parte? Chi ha detto che per diventar uomo, per sgranchirsi, come si espresse il Rettore, occorre viaggiare, viver lontano dalla casa e star a vedere quello che fanno gli altri?
Egli  uomo, assai pi maturo che non i giovinetti della sua et; ambizioso e onesto, ha certe idee, diverse da quelle che han tutti gli altri non appena escono dal collegio.
Se la mamma gli avesse affidate le redini, egli avrebbe saputo condurre bravamente la famiglia: dall'amministrazione dei fondi al conteggio quotidiano, alla vigilanza e all'educazione delle sorelle, che sono due ignoranti; belline, ma ignoranti.
E questo, forse, lo ha ferito; questo, forse, lo umilia: che la mamma non abbia neppure un istante pensato a far di lui il consigliere e non lo abbia messo a ragguaglio d'ogni cosa. Lo ha trattato come tutte le altre volte durante le vacanze: come un ospite gradito, che deve andarsene al cominciar dell'anno scolastico.
Ma ora no, non doveva esser cos: l'Universit non  il collegio; e se ha terminato il liceo a sedici anni, egli ha diritto a esser considerato un uomo, poich vi sono studenti che finiscono il liceo a vent'anni e anche pi tardi. Doveva esser messo a ragguaglio dei progetti della mamma per il matrimonio delle sorelle; e delle rendite e delle spese; e di quel dramma intimo che ha tanto afflitto il cuore di lei; e di ci che pensa intorno alla condotta del marito lontano; di ogni cosa, in una parola...
Taceva e si rodeva dentro. Magda pure taceva, guardando il fratello, un poco inquieta, perch avrebbe valuto sapere che intendeva fare.
E la mamma tornava, dolce e caparbia, alla sua idea ogni qualvolta l'occasione se ne presentasse.
Fulmen era a Viareggio. Se ne avevan notizie per telegrafo; il telegramma le riusciva pi comodo e pi facile che le lettere. Non diceva nulla, se non cose tnere: baci a mamma, al fratello, a Magda; stava benissimo, si divertiva; si divertissero anche in casa; Marcello non studiasse troppo. Anche alle lettere di Magda rispondeva per telegrafo, ma personalmente a lei; e la madre consegnava il telegramma alla fanciulla senza aprirlo.
Poi Fulmen torn, finalmente.
Marcello rise al vederla.
Era color del bronzo, patinata dal sole ardente e dall'aria marina; stupenda, gli occhi nerissimi, i denti candidi, le labbra rosee: una giovane araba, con quel suo passo cadenzato e molle. Forse i vecchi Drusba, quelli del 600 sbarcati in Sicilia, mendicanti, avanzi della filibusteria, incantatori di serpenti, chi poteva dire? forse eran come Fulmen, quasi temprati nel bronzo; e i loro denti splendevano bianchissimi tra le labbra accese, nel volto mobile.
Marcello rise, ma ne fu turbato, come si fosse trovato di repente faccia a faccia con tutta la sua razza antica, di cui credeva disperse le caratteristiche attraverso il tempo, le generazioni e gli incroci.
Gli parve di non comprendere pi sua sorella; ma questa gli bad poco; baciatolo in viso, narr alla mamma qualche episodio del soggiorno a Viareggio, poi si chiuse in camera con Magda per discorrere, diceva, dei loro piccoli affari, non senza aver prima sgridato Clotilde e Ida.
Marcello usc indi a poco, and per le gallerie, ma non vide nulla.
Aveva avvertito improvvisamente qualche cosa di duro, di autoritario, nel carattere di Fulmen; una volont oltraggiosa, che non teneva conto alcuno della volont altrui. Bastava udirla parlare a frasi taglienti, come avesse detto cose d'infallibile verit, definitive.
La piccola Magda, ostinata e irascibile se la stuzzicavano, aveva tuttavia un linguaggio carezzevole; era pi bambina; si lasciava convincere, e in ogni modo discuteva. Con Fulmen non v'era speranza; si sentiva che, formata una risoluzione, la foggiava, per cos dire, nell'acciaio, e non la modificava pi.
Venuta, qualche giorno di poi, ancora in discussione la scelta dell'Universit, Fulmen prese la testa del discorso.
Che? disse con aria disdegnosa. Parlate ancora di queste sciocchezze? Ma  deciso che Marcello studia a Modena.
Modena! Perch Modena? esclam Martello.
Perch va bene. Ne ho parlato con qualcuno; Modena  una citt piccola, a mezz'ora di treno da Bologna: quando vuoi studiare, stai a Modena, quando vuoi divertirti, vai a Bologna. O anche a Milano, che non  in capo al mondo.  deciso cos!
Marcello sent un'ondata di sangue salirgli alla testa.
Ne hai parlato con qualcuno? ripet. Con chi ne hai parlato?
Con chi? Non rammento. Con Liliana, forse.
Ed  Liliana, che deve decidere della scelta della mia Universit?
Fulmen comprese che il nome di Liliana non calcava punto, quella volta. Corresse:
Con qualcuno a Viareggio. Un professore, mi sembra.
Chiunque sia, obbedir a mamma e non ad altri! proruppe Marcello indignato. Nemmeno a te! Tu non pensi se non a divertirti, a scarrozzarti, a scegliere vestiti e cappellini; sei una disutile e una prepotente.
Fulmen si morse le labbra, e da sedere balz in piedi.
A chi dici? interrog.
Marcello se la vide venire incontro, la testa bassa, il corpo teso come volesse lottare; e non si mosse.
A chi dici? ripet Fulmen.
Sofia, la mamma, seduta in poltrona, guardava. Quando una disputa si scatenava tra i figliuoli abitualmente, tra le due sorelle non prendeva parte per alcuno. E Magda e Fulmen talora si picchiavano rabbiosamente, nella loro camera.
Marcello gett un'occhiata a Fulmen; se questa alzava la mano, egli aveva la forza di stroncarle il pugno.
Per ci non rispose. Volse le spalle, s'avvi in anticamera, all'uscita.
A Modena andrai, te lo dico io! rison la voce di Fulmen.
Marcello croll il capo.
Quando fu in istrada trov una carrozza.
Dove, signorino?
Dove vuoi, a fare una passeggiata.
E rannicchiatosi in un angolo, pensava scoratamente.
Che faceva la mamma? Perch lasciava Fulmen decidere, spadroneggiare, imporre, con quella sua cocciuta violenza, che nell'anima pi dolce avrebbe eccitato la ribellione?
Il cavallo trottava; percorsero quasi interi i Lungotevere. D'un tratto il vetturino si rivolse:
Vuol visitare la chiesa? disse.
Erano presso a Santa Maria in Csmedin.
Marcello squadr la piccola chiesa col suo svelto campanile e l'atrio bigiastro. Innanzi, il tempio detto di Vesta, dalle diciannove colonne corinzie. Era un angolo di pace, un vetusto angolo, che raccontava i miracoli della fede, fosse questa del tempo di Tiberio o della epoca dei Papi. I secoli vi si erano accumulati, le vestigia d'una religione rimanevano a guardare il trionfo dell'altra, e pareva che la lunga et avesse diffuso intorno un alito di quiete suprema.
S disse Marcello, rasserenato subitamente. Voglio vedere.
Discese.
In quel momento pass rapida un'automobile: tre signori all'interno, e una signorina.
Magda! chiam Marcello sorpreso. Magda!
Era lei, il suo abito rosa, il cappellino rosa; chiacchierava col giovane ch'era alla sua sinistra.
Magda! grid Marcello.
La signorina non volse nemmeno il capo: l'automobile pass.
Come assomiglia! disse Marcello a s medesimo.
Ed entr nella chiesa, assorto. No, non poteva essere Magda: una somiglianza strana. Magda, con un giovinotto che, si vedeva, era intimo di lei! No, non poteva essere Magda...
La chiesa fu edificata sulle rovine del tempio di Cerere, all'epoca di Tiberio imperatore. Come pu vedere, esistono ancora, guardi, le colonne di stile corinzio coi capitelli foggiati per il peristilio di detto tempio...
Marcello si scosse e segu la guida, che seguitava la sua cantilena:
La chiesa fu riedificata in forma di basilica da Papa Adriano I, il quale l'abbell pure con l'atrio...
No, non poteva essere Magda!
...
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...
Capitolo 4.
...
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...
Egli part al principio d'autunno per Modena.
Part con l'anima chiusa. Non perch lasciava Roma inondata di sole, ma per altre sottili ragioni.
Aveva visto, in quei mesi, sua madre e le sorelle con occhi nuovi. Era la vita che gli veniva incontro, la coscienza che si formava, il trapasso dal criterio del fanciullo al giudizio del giovane.
Gli anni addietro, il suo sentimento non significava se non ammirazione per la mamma, per Fulmen, per Magda. Le ammirava quando parlavano, quasi avessero detto cose straordinarie le une, cose sublimi l'altra. Tutto era bello ci che facevano. Stava a guardarle come per imparare.
Repentinamente, quell'anno, l'intuito critico aveva squarciato il velo. Marcello pensava e giudicava i torti di sua madre, troppo debole fuor che con lui, le angolosit antipatiche di Fulmen e di Magda.
Di Fulmen, specialmente. Magda aveva un fondo di bont, un'anima per varii lati ancor fanciullesca, alla quale egli s'era preso con grande amore. Magda gli dava molte speranze; avrebbe voluto sottrarla all'imperio nefasto di sua sorella ed educarla egli stesso.
Perch Fulmen era cattiva. La conosceva bene, ormai. Non un sentimento gentile in quell'animo di fanciulla, non un pensiero delicato in quella piccola testa. Dispotica, sicura della propria bellezza, violenta, egoista fino alla ferocia, gravava sulla famiglia con la prepotenza d'un tirannello, che non ha mai incontrato ostacoli.
Viveva senza render conto ad alcuno dei fatti suoi; usciva sola, rimaneva assente le ore della colazione e del pranzo. Da ultimo, Marcello aveva appreso ch'ella stava fuori sovente anche la notte. C'era Liliana, o Fanny, o Maria da vegliare: quelle ragazze s'ammalavano con frequenza inusata.
E mentiva sfrontatamente, Fulmen. La menzogna sembrava esserle cara; mentiva anche quando la verit non avrebbe fatto male ad alcuno. Inventava romanzi per ogni nonnulla: negava o affermava con una testardaggine irritante, senza piegare nemmeno innanzi alle prove; le quali dicevano il contrario di ci che diceva lei. Colta in fallo, convinta di menzogna, s'infuriava come l'avessero offesa.
Marcello n'era rimasto sgomento.
Si domandava donde venisse quel carattere aspro, quella mente tutta insidie, intrighi, tranelli, onde Fulmen univa in s la raffinatezza obliqua del felino, e l'impeto cieco d'una lioncella rabbiosa.
E quantunque non osasse alzare gli occhi fino a suo padre, egli doveva pur confessare che quella flora maligna veniva di l; e suo padre solo, forse, avrebbe potuto reciderla e coltivare nell'anima della fanciulla ben altri fiori.
Marcello pensava con inquietudine a ci ch'era per divenire la sua piccola Magda sotto la guida dispotica di Fulmen; la quale dominava lei come dominava sua madre.
Questi pensieri ingombravano l'animo del giovane allorch partiva.
La mamma, Fulmen, Magda, l'avevano accompagnato. Sembravano sorelle, perch, sebbene Sofia, la madre, contasse ormai quarant'anni, ne dimostrava parecchi di meno, e la sua persona era agile, il volto ancora fresco.
Alcuni giovanotti, vedendole discendere dalla vettura, mentre Marcello era rimasto indietro a consegnar le valige, salutarono. Uno disse ad alta voce:
Le tre grazie!
Fulmen rise. Marcello lanci allo sconosciuto uno sguardo, che lo fece ammutolire.
Chi  quello screanzato? chiese poi alla sorella.
Quale?
Quello che ha detto: le tre grazie?...
Non so: credo l'avvocato Devinna...
E tu ridi?
Che devo piangere? rimbecc Fulmen.
Diedero i biglietti al taglio del guardasala; sbucarono sotto la tettoia. Qui altri giovani salutarono le due fanciulle, che risposero con un cenno del capo e un sorriso.
Conoscete mezza Roma! osserv Marcello.
Fulmen sbuff.
Il treno per la linea di Milano era pronto. Sulla banchina cigolavano le carrette a mano coi bagagli pesanti; i facchini davano la voce. Parecchi viaggiatori, gi al finestrino, parlavano con gli amici che li avevano accompagnati.
Le tre donne attiravano gli sguardi, sebbene vestissero sobriamente: un abito grigio, Sofia; un abito blu scuro, Fulmen; verde-bottiglia, Magda. Certuni, oziosi, collocate le valige, passarono e ripassarono per veder da vicino e squadrar meglio le linee agili delle persone.
Trovato posto, Marcello ridiscese dal treno e s'avvicin. La madre e Magda eran commosse; Fulmen indifferente; se mai, pensava che a nulla eran valsi i silenzi riottosi di Marcello. Ella aveva deciso ch'egli avrebbe studiato a Modena, ed egli viaggiava per Modena.
Presso di loro, un gruppo di signorine salutavano una compagna che partiva col babbo. Ve n'eran di graziose, e gli uomini le osservavano. Marcello not che di quegli sguardi esse non si accorgevano affatto, e i loro occhi, incontrando a caso gli occhi degli ammiratori, si volgevano subito altrove senza ostentazione, come conviene innanzi a sconosciuti.
Le due sorelle, invece, fissavano gli uomini dritto in faccia, arditamente.
Allorch un impiegato cominci a chiuder gli sportelli, il giovane strinse fra le braccia, forte, prima la mamma e poi Magda; questa piangeva; quindi Marcello baci sulle guance Fulmen, che gli rese il bacio distratta.
Mi dispiace che tu parta, ella disse; ma ti far bene. Spero che tu ritorni meno selvatico.
Marcello non rispose.
Telegrafa appena sei arrivato! raccomand la mamma.
Egli la strinse di nuovo fra le braccia; baci di nuovo Magda.
Sii savia! disse a questa, asciugandole le lagrime.
Sal presto nella sua vettura, si affacci allo sportello, mentre il treno si muoveva, e vi rimase fin che pot vedere; vide due fazzoletti bianchi che sventolavano, per salutarlo ancora.
Poi si lasci cadere smarrito sul sedile.
Quale errore!
Aveva commesso un errore gravissimo, accettando l'idea di andarsene lontano a studiare. Doveva ribellarsi, rimanere a qualunque costo. Egli era il solo uomo della casa. Le sorelle avevano bisogno di lui, l'una per essere corretta, l'altra per essere difesa contro le prepotenze della prima, poich la mamma, bisognava pur dirlo, non contava nulla.
E tutti quei giovanotti che salutavano?
Giovanotti in casa non ne venivano. Come, dove li han dunque conosciuti le sue sorelle? Probabilmente in casa di quella Liliana, di quella Fanny, di quella Maria, delle quali ha udito parlare sovente. E chi sono costoro? Perch anch'esse non vengon mai per casa? Perch egli non ha cercato di avvicinarle e di giudicare se son degne di amicizia e di rispetto?...
Aveva commesso negligenze ed errori veramente gravi per un giovane, che poco tempo prima pretendeva di mettersi a capo della famiglia e di guidarla.
Sembrava che la folata d'aria penetrante dallo sportello del treno in corsa gli gettasse in faccia un senso nuovo della vita. Il Rettore aveva ragione: orientarsi e navigar fra i frangenti palesi e nascosti, non  da tutti. Marcello aveva amato l'umanit intera; ogni cosa parlava a lui un linguaggio amico. (Si ricord del suo piccolo giardino che coltivava a dispetto dei condiscepoli cattivi. Ormai doveva essere distrutto, poich egli aveva dimenticato di scriverne al Rettore. Il suo giardinetto era morto, insieme alle illusioni puerili del ragazzo che lo coltivava).
Aveva amato l'umanit intera, ma ora ne diffidava.
Rivide il sorriso e lo sguardo di quei giovani che salutavano le sue sorelle. Sent che non ve n'era uno, il quale non desiderasse di sedurre Magda o Fulmen, o ambedue, di farne il piacere suo e di abbandonarle poi. Quegli sguardi e quei sorrisi erano infidi. Non avrebbe saputo imitarli. Egli sorrideva e guardava in altro modo, con purezza.
E Magda, la sua piccola Magda, che piangeva nell'abbracciarlo... Chi poteva consigliarla e sorreggerla?
Le aveva chiesto un giorno:
Eri in automobile, con alcuni signori? Verso Bocca della Verit, presso la chiesetta...
Ella aveva sgranato gli occhi senza rispondere. No, non era lei, non poteva essere lei. Ed egli l'aveva abbracciata per farle dimenticare il sospetto ingiurioso.
Ma quale errore, ora, andarsene lontano e lasciar Magda al torbido impero di Fulmen!
...
Si sent stringere il cuore, arrivando a Modena verso sera.
Pioveva uggiosamente, faceva freddo, e le strade larghe erano deserte. Un ragazzetto passava, gridando il titolo d'un giornale del luogo.
Salito nell'omnibus dell'albergo, si lasci portar via, senza volont, mentre sarebbe tornato indietro, subito.
Aveva una famiglia in una citt soffusa di luce, tepida e ridente; ed era solo, in quella citt malinconica, per le cui strade risuonava come nel vuoto il trotto dei due cavalli.
Gli sembrava duro imparar la vita cos; ma forse le delizie della casa, la bont della mamma lo avrebbero sfibrato.
Quella sera medesima sped un telegramma a sua madre, poi scrisse a lei una lettera, e un'altra alla piccola Magda innocente.
Era nella camera d'albergo. Da qualche grondaia stillava monotona l'acqua sopra una tettoia; non s'udiva altro.
Il letto, con le lenzuola candide e una coperta color d'amaranto, era ignoto; ogni cosa era ignota in quella camera, sebbene elegante; quanti s'eran lavato il viso nella catinella di caolino a fiori verdi? La lampada elettrica in mezzo al soffitto non assomigliava per nulla alle belle lampade di casa, e dava poca luce.
Stillava l'acqua monotona dalla grondaia.
Marcello chiuse la lettera e scrisse gli indirizzi; poi si abbandon nella poltrona e pianse.
...
Aveva divisato di scrivere tutti i giorni lungamente, ora alla mamma, ora a Magda.
Egli non sapeva che la vita prende, aggira, trascina.
Modena non  la citt della pioggia. Faceva freddo, assai pi che a Roma, ma l'indomani il sole inondava le larghe strade, e per esser giorno di mercato, trattorie e taverne formicolavan di gente.
Marcello incontr all'Universit, fra gli studenti di legge quel Carlo Provana, che aveva fatto gli studii con lui nel Collegio Alessandro Volta.
Avrebbe preferito incontrare un altro, perch sapeva l'anima oscura di quel suo condiscepolo. Ma a vederselo l, dove aveva supposto non fossero che sconosciuti, a udirlo parlare con pretto accento romano, tutti i ricordi di casa e del collegio gli tornarono innanzi; e gli butt le braccia al collo.
Carlo Provana gli rese l'abbraccio sinceramente.
Anch'egli per la prima volta metteva il naso fuor dell'uscio; anch'egli si sentiva un po' stordito e un po' solo, quantunque non volesse dare a comprendere.
Contava diciannove anni; pallidiccio e magro, i baffi appena accennati, i capelli lisci e duri pettinati all'indietro, i denti giallognoli, mani e piedi enormi; miope, portava le lenti, ma talora, per arrischiar qualche frase maligna o per osservar con attenzione, stringeva curiosamente gli occhi.
Vestiva accurato; il solino luccicante, ben girato il nodo della cravatta. Squadr alla sfuggita Marcello Drusba e si compiacque con se stesso perch quegli pure indossava un bel soprabito, calzava guanti e sapeva annodare egregiamente la cravatta.
Credo che non ci siano altri romani nella Facolt di legge, disse Carlo Provana. Tocca a noi dimostrare quel che valgono i giovani di Roma.
Marcello sorrise.
Supponeva che il compagno volesse parlar di studii e di lavoro.
Certo, rispose. Io intendo prender la laurea a pieni voti e con lode.
L'altro lo guard, sgranando gli occhi dietro le lenti, come avesse visto un animale strano.
Gi, tu sei sempre la secchia ch'eri in collegio! borbott disdegnoso. Me ne frego, io, della laurea! Prima di tutto, son qui per divertirmi; e per ci dicevo che faremo vedere a questi fessi come sappiamo vivere noi romani.
Ah! fece Marcello.
Il linguaggio plebeo del compagno lo offendeva; il suo disegno di divertirsi gli sembrava fuor di proposito.
Ma Carlo Provana seguit:
Io ho gi fiutato il vento, qui. Nulla da fare: citt piccola...
Vuoi New-York per divertirti? interruppe Marcello, ironico.
No; mi basta Bologna. Domani  domenica, per esempio. Andiamo al caff concerto, di giorno. Ci sono parecchie canzonettiste. Ne peschiamo un paio che siano carine e ce le teniamo la sera e la notte. Che ne dici? Vieni?
Marcello diede un'occhiata di traverso a Carlo Provana, e rispose indifferente:
No!
Usciti dall'Universit, camminavano adagio sotto i portici di via Emilia. Marcello sbirciava i negozii.
Forse non hai denari? interpret il Provana. Non importa: te li presto io; me li renderai quando li ricevi da casa. Posso prestarti duecento lire...
Marcello si ferm innanzi alla vetrina d'un libraio.
Le copertine di colore, i bei caratteri nitidi dei titoli, gli davano sempre molto piacere; le novit lo stuzzicavano, fossero di scienza o di letteratura; avrebbe voluto leggere tutto, insaziabile e impaziente.
Duecento lire bastano per la giornata di domani, continuava l'altro.
Senza badargli, Marcello entr dal libraio, s'indugi a cercar sul banco ove erano esposti altri volumi, giunti freschi allora da Milano.
L'amico accese una sigaretta e si piant sulla soglia a osservar le ragazze con lo scialle e le signore che passavano. Not che ve n'erano non poche assai piacevoli, alcune veramente belle, e che le signore vestivano con sobria eleganza. Cominciava a ricredersi sul conto di Modena, citt piccola. Di tanto in tanto aguzzava gli sguardi dietro le lenti per veder meglio. Ma alla fine, parendogli che il tempo fosse lungo, entr egli pure nel negozio.
Marcello aveva osservato i libri con la stessa avidit curiosa con cui l'altro le donne. Mssine da parte parecchi, stava aspettando che un commesso gli facesse il pacco.
Te li manda a casa? interrog Carlo.
No, me li porto io, rispose Marcello.
Che idea! Sembrerai un asinello col basto.
Non importa. Li avr subito, ne taglier le pagine, mi divertir.
Ti diverti per poco! disse Carlo ridendo.
Marcello pag, mise il pacco sotto il braccio, ed usc, seguto dall'altro.
Allora ti dicevo, riprese Carlo che domani andiamo a Bologna a far bisboccia...
No! rispose Marcello.
Ma se  questione di denari, te li presto io. Partendo da casa, tutti me ne hanno rimpinzato; e se ti paion poche duecento, posso darti trecento lire. Trecento bastan di sicuro.
No! ripet Marcello. Ti ringrazio.
Ma sei un originale? Che fai domani a Modena?  domenica: i negozii chiusi, la canaglia festiva per le strade e pei caff e pei teatri. C' da morire!
Forse non uscir nemmeno, disse Marcello. Ho comprato questi libri apposta, e me la passer leggendo.
Eran giunti innanzi all'albergo ove alloggiava Marcello. Egli stese la mano al compagno; senonch questi s'infuri:
Non far l'idiota, suvvia! Ti assicuro che due ragazze ammodo le peschiamo, a Bologna, e ci divertiamo. Da solo, vedi, ci si diverte meno, e poi si  pi guardinghi. Imagina una cenetta in quattro: a me piacciono le brune, un poco solide; e a te?
No! disse Marcello, imperturbabile.
Ma che hai? Torniamo luned mattina, ti assicuro.
Non capisci! fece Marcello, avviandosi sotto l'atrio dell'albergo.
Allora non vieni, d? gli grid dietro Carlo Provana. Devo andare solo? Davvero non capisco.
Marcello tir dritto senza badargli e sal nella sua camera.
Era contento: disfece subito l'involto, guard i libri, questi con la copertina gialla e il titolo in bei caratteri neri, quelli bianchi col titolo a caratteri rossi. Li accarezz con la tenerezza inquieta con cui altri avrebbe accarezzato il visino d'una fanciulla, e stava per prendere il tagliacarte, allorch ud bussare all'uscio.
Avanti! disse.
Fu stupito, vedendo apparire Carlo Provana.
Scusami, fece questi se ti annoio; ma mi hai piantato in istrada.
Siedi, invit Marcello, mentre toglieva dalle mani dell'amico il cappello, che l'altro non sapeva dove posare.
Oh, una parola soltanto! disse Carlo sedendo. A Bologna hai da venire: ci divertiamo; ti assicuro che due ragazze belline...
Auf! interruppe Marcello con un piccolo riso, Me lo hai detto venti volte: due ragazze belline le peschiamo; e non ne dubito; ma non vengo, perch di ragazze, fossero belle come Venere, non ne voglio!
Che? esclam Carlo, mentre gli occhi gli si rimpicciolivano curiosi dietro le lenti. Non vuoi ragazze? Ma allora, che sei venuto a fare a Modena?
A studiare!
Ma nessuno t'impedisce di studiare. Non ti dico di abbandonar l'Universit per correre appresso alle ragazze; ti dico che domani sera abbiamo da divertirci, e luned studierai codici e pandette fino a schiattare... Se  questione di danaro...
Danaro ne ho pi che non mi occorra.
E allora non capisco.
Lo so, che non capisci, rilev Marcello sorridendo, Capivi forse perch io coltivava un piccolo giardino in collegio e tu mi guastavi tutti i fiori?
Ragazzate! fece Carlo.
Ragazzate, naturalmente, ma intanto non ci si capiva, come non ci si capisce oggi.
E allora spiegami!...
Marcello stava dritto, appoggiato al cassettone, del quale faceva risuonar di tanto in tanto le maniglie d'ottone lucido; e guardava il compagno seduto, rilevandone per la prima volta la bruttezza, segnata specialmente dalle labbra piatte.
 semplice, disse. Io, di donne che si vendono non so che farmene...
Ho capito: sei specialista in verginit.
Non sono specialista di nulla. Non ho mai avuto donne e non voglio averne.
Tu scherzi! esclam sbalordito Carlo Provana.
Perch dovrei scherzare? Ti confido una mia idea e ti d prova d'amicizia. L'amore  un sentimento altissimo...
Ah s, torniamo alle chiacchiere del collegio! osserv Carlo. Ma io credeva che una volta libero, coi quattrini in tasca, padrone di te stesso, avresti cambiato.
Non ho cambiato. Avr la donna che amer, della quale sapr guadagnarmi il cuore: fino a quel giorno, non avr donne, perch ci che tu chiami divertimento mi ripugna. Una femmina bella, che mezz'ora fa  stata d'un altro e che fra mezz'ora sar d'un terzo, dovr avere i miei baci e le mie carezze? E dove poserei i miei baci? Su quella bocca? L'idea sola mi muove a schifo. Ci che tu e gli altri chiamate amore,  un esercizio fisico, il quale vi accomuna con le bestie.
Va bene, va bene, interruppe Carlo. La so a memoria, la predica. E per questo, non vieni a Bologna domani?
Naturalmente.
E vuoi fare l'avvocato senza aver mai saputo che cosa  una donna, che cosa  l'amore, che cosa  il vizio, s, anche il vizio?
Non occorre!
Trovato il cappello, Carlo Provana si avvi all'uscio; ma giunto alla soglia, si volse; chiese:
Quanti anni hai?
Diciassette.
 giusto: alla tua et non si pu essere che uno stupido! sentenzi Carlo, uscendo tranquillamente.
...
Marcello riprese il libro di cui era per tagliare le pagine; lo pos, si diede a passeggiare nervoso per la camera.
Il colloquio con Carlo Provana lo aveva turbato.
Considerava il suo compagno alla stregua d'un giovane maiale che ha bisogno di grufolar nel brago. Assurdo voler intendersi con lui; n quegli poteva capire altri che i giovanotti suoi pari.
Ma l'ultima frecciata di Carlo Provana aveva toccato il bersaglio. Era possibile trattar cause penali, difendere, accusare, chieder perdono o condanna, giudicare, infine, la vita altrui, senza aver vissuto alla maniera di tutti?
A vent'anni sarebbe stato avvocato; e pur rimanendo al fianco di qualche professionista di grido, a poco a poco gli sarebbe toccato di venir alla ribalta egli stesso e di patrocinar cause importanti.
Con quale esperienza, se fino a quel giorno avesse evitato di frequentar donne, buone e cattive, di conoscere luoghi e persone, e di vivere, in una parola, come tutti vivono? Se una cena con due ragazze gli metteva orrore, qual pratica di mondo poteva ispirare le sue parole?
E non era un poco ridicolo quel suo ritegno, quel suo voler essere puro, egli ch'era libero, giovane, forte?
Marcello si ferm di repente nel mezzo della camera, e fiss degli occhi il tappeto.
Gli tornavano le imagini delle sue sorelle; il visetto paffuto e ancora un po' fanciullesco di Magda, il viso magro dagli occhi ardenti di Fulmen.
No, non era ridicolo tenere una nobile condotta.
Non deve egli esser di guida alle sorelle? E come potr, se una sera torna da un postribolo, se un giorno tresca con una donna maritata, se ora cena con una femmina perduta, se domani viaggia con un'avventuriera? Con quale animo insegner la dritta via a Fulmen e a Magda, s'egli per conto suo cammina per vie oblique? Potr posare sulla fronte delle sorelle la bocca che ha baciato bocche invereconde, che ha detto menzogne, che ha persuaso la donna d'altri a commettere adulterio? Egli, corrotto e impuro, al fianco di Magda e di Fulmen incontaminate, quale esempio pu dar loro?
Dunque non  ridicolo osservar le leggi d'una vita scrupolosamente onesta.
L'esperienza verr: forse che il sacerdote, il quale  giudice e guida dei credenti, ha cenato con male femmine e s' abbassato fino al vizio, per apprendere le debolezze e gli agguati del cuore umano?
...
Carlo Provana era andato a Bologna, solo; senonch l'animo di pigliarsi una delle pi belle ragazze del caff concerto, gli manc.
L'aveva adocchiata, bruna, alta, provocante, mezzo nuda. Ma pens che forse aveva un amante, che l'amante poteva esser l, seduto nella prima fila di poltrone, e che vedendo qualcuno girar troppo intorno alla ragazza, si sarebbe impermalito.
Ecco un impiccio, forse un duello, proprio sui primi giorni; la famiglia spaventata, non gli manda pi quattrini.
Ci fosse stato quell'asino di Marcello Drusba, la cosa veniva pi facile: egli avrebbe dato coraggio a Marcello, e Marcello a lui. Ma il ragazzetto voleva rimanere puro fino al matrimonio, idiota che non era altro!
Infine, Carlo Provana si annoi a Bologna, e torn a Modena infuriato.
Bisognava farla scontare a Marcello, e cavarlo dal guscio in cui si rintanava coi suoi libri. Uno studente vergine, uno studente di Universit, non ci doveva essere, per l'onore medesimo della Facolt di legge. E poi, Roma: un romano che non ha mai conosciuto donne, che non vuole conoscerne!... No! Roma non pu fare una figura cos buffa!
Giusto quella sera, mentre tornava dalla stazione a piedi per goder l'aria frizzante, il Provana s'imbatt in alcuni compagni che uscivano dal teatro.
Non li conosceva che di vista: erano studenti di legge; e li ferm.
Vi siete divertiti? chiese.
Figurati: la Norma! rispose uno.
Io ce l'aveva, un bel programma, disse Carlo Provana con intonazione di rammarico. E me l'ha guastato Marcello Drusba.
Chi  Marcello Drusba? chiese qualcuno.
S'avviarono dal teatro Storchi sotto i portici di via Emilia; ai tavolini del caff Nazionale s'attardavano ancora parecchi a chiacchierare: i negozii chiusi, la luce elettrica pioveva dalla volta dei portici, illuminando il lastrico bigio, i tavolini e le sedie di ferro giallastro.
Andiamo qui, a bere qualche cosa, invit Carlo Provana.
Entrarono; sedettero su un divano di velluto rosso spelacchiato, a ridosso d'un grande specchio.
Carlo Provana, per dare idea ai compagni di esser uomo di mondo, comand un assenzio: gli altri erano quattro si fecero portare il caff.
Alla luce cruda, Carlo pot notare che i colleghi vestivano bene; non appartenevano a quella zavorra studentesca, la quale frequenta le bettole, s'ubriaca e di tanto in tanto s'accapiglia con le guardie, una classe di studenti ch'egli non poteva patire; come non poteva patire gli studenti poveri, che studiano davvero perch hanno fretta di lavorare e guadagnar qualche cosa.
Marcello Drusba, spieg  un giovane di Roma che studia legge: il pi giovane di tutti noi, mi sembra: ha diciassette anni,  svelto di personale, occhi neri, capelli neri...
Ah s, l'ho visto. E che t'ha fatto? Ti ha rovinato il programma? chiese uno, cos biondo che si sarebbe creduto un albino.
Io aveva combinato una cenetta con due ragazze di Bologna, mie amiche, lanci Carlo Provana, il quale era deciso a far la parte del giovanotto che ha conoscenze, buone e cattive, piuttosto cattive che buone, in tutta Italia. E lui non ci  venuto... Ma non imaginate il perch?...
Non avr quattrini, arrischi uno studente con gli occhiali a stanghetta...
Ne ha da buttar via. Del resto, gli ho offerto di prestargli io, anche cinquecento lire.
O allora? esclamarono i compagni.
Allora, ve la d in mille a indovinare?  casto,  puro, e vuol rimanere casto e puro fin che non prende moglie!...
Vi fu un attimo di silenzio; poi gli studenti diedero in una risata cos fragorosa, che alcuni vecchi, i quali stavano a vedere una partita a scacchi, volsero il capo infastiditi.
No, non  possibile!
Te la sei inventata!
Dici per ridere!
Vi d la mia parola, insistette Carlo Provana. Oh, non crederete che tutti i giovani di Roma la pensino come quel pupazzo? Non faccio per dire, ce la caviamo sempre con onore, noi altri romani...
E allora ci avete mandato qui una rarit, interruppe il giovane biondo.
Ma lo voglio conoscere anch'io, codesto tipo! esclam uno studente dai capelli neri, dagli occhi arrossati, che aveva alla cravatta una spilla di piccoli brillanti. Drusba? Si chiama Drusba?
S, Marcello Drusba, seguit Carlo Provana. Ha due sorelle, due ragazze splendide, con certi occhi di fuoco e certe bocche ridenti... Vi dico,  difficile veder fanciulle simili. E credo non la pensino come suo fratello...
Che? interrogarono gli studenti, animati d'improvviso.
Non so, non voglio dir male; ma ho inteso susurrare... Erano sempre in automobile e indossavano certi vestiti all'ultima moda, che vi facevano correr l'acquolina in bocca: scollate, sottane corte, calze di seta... E gli occhi, gli occhi, che vi bruciano e vi guardano con una certa aria di sfida... Ripeto, non so nulla di preciso e non voglio dir male; ma credo che un giorno il marito, se si mariteranno, avr delle sorprese!
Sorprese per l'avvenire o per ci che trova? interrog lo studente dalla bella spilla.
Per l'una cosa e per l'altra, dichiar Carlo Provana.
Chiam il cameriere e pag per tutti. Gli studenti si levarono in piedi e si avviarono.
Bella sarebbe, riflett il biondo che il ragazzo fosse vergine, mentre le ragazze fanno la puttana!
Una risata accolse la frase e si disperse sotto le vlte dei portici.
Suonava mezzanotte; le lampade elettriche si spensero in parte; gli uomini di fatica ritiravano sedie e tavolini. Le voci echeggiarono col rumor dei passi per la via, Emilia, ormai deserta.
...
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Capitolo 5.
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Incontrato un giorno fuor di porta un piccolo cane bianco che zoppicava, sperduto e famelico, Marcello lo raccolse e se lo port fra le braccia fino all'albergo.
Il cagnolino era bruttissimo: le orecchie e la coda mal tagliate aggiungevan qualche cosa di comico alla sua miseria; formicolava di pulci; cosicch, sfamatolo con una zuppa di latte, Marcello pass qualche ora lavarlo e a pettinarne il pelo rado, vincendo la ripugnanza che tanto sudiciume destava in lui, accurato e scrupoloso per quanto riguarda la pulizia.
Lo chiam Atteso, come se veramente egli avesse atteso quella piccola povera bestia per alleviar la solitudine in cui viveva quasi sempre.
Aveva cominciato a frequentar l'Universit col cuore aperto verso tutti i suoi compagni.
Non s'aspettava certo di trovar giovani che intorno alle donne, all'amore, alla vita in generale la pensassero come lui; ma sperava, nonostante la diversit di idee, di stringer qualche amicizia.
Senonch, s'accorse subito che Carlo Provana aveva fatto di lui un ritratto ridicolo.
Marcello si sentiva osservato con curiosit ironica; e certamente a bella posta, alcuni, Pietro Romei, cos biondo che pareva un albino; Stefano Vischi, il quale portava sempre alla cravatta una spilla con piccoli brillanti; Alfredo Rovelli, dai grandi occhiali a stanghetta, alcuni si dilettavano di parlare in sua presenza un linguaggio cos osceno, che non sarebbe stato sopportabile in una casa di malaffare. E ridevano, e sbirciavano lui.
Un giorno l'invitarono a far visita a certe ragazze; belle ragazze che tenevano trattoria e pensione, ma facevano altri favori; e Alfredo Rovelli illustr anche con parole turpi i favori dei quali si trattava.
Marcello Drusba rifiut, freddamente.
Ah, scusami! fece Alfredo Rovelli. Mi hanno detto che non vuoi conoscere donne. Sei puro come un giglio?
E che t'importa, a te? disse Marcello, un poco pallido.
Oh, a me niente! Ti domando, come ti domanderei se ti diverti ad andare a cavallo.
Benissimo. Ad andare a cavallo non mi diverto.
E cos sia! concluse Alfredo Rovelli, mentre si levava burlescamente il cappello.
Per, un avvocato vergine, soggiunse Pietro Romei sar un bell'acquisto pel foro di Roma.
A cuore stretto e mordendosi le labbra, Marcello tacque.
Non conveniva intavolare una discussione. Sotto l'atrio dell'Universit sopravvenivano altri giovani, formavan capannello: una disputa in quell'ora e su quell'argomento gli avrebbe tirato addosso le beffe e lo schiamazzo dell'intera brigata.
Usc; and a passeggiare fuori della barriera Garibaldi, quantunque le strade fossero fangose, il vento freddo, il cielo nuvolo.
Era sconsolato, poich un amico, veramente, non si poteva trovare: le parole del Rettore gli suonavano un suono diverso da quello di prima. Le difficolt, le molte amarezze, le infinite delusioni....
Fu allora che udendo guaiolar dietro una siepe, si avvicin e vide accovacciato il piccolo cane bianco, una zampetta anteriore insanguinata; veniva dalla campagna e gli era toccato qualche sasso da contadini o da monelli. Guardava intorno con un senso di disperazione nei poveri occhi lagrimosi, come non avesse pi forza a seguitar il suo cammino.
Marcello lo lev tra le braccia e torn indietro.
Sulla soglia dell'albergo, il portiere gli consegn una lettera, che Marcello mise in tasca senza guardare.
Occorreva salvare il piccolo cane.
Ed entrato in camera, ordin acqua calda e una zuppa di latte; quella per ripulir l'animale, questa per isfamarlo.
Poco dopo, mentre innanzi al caminetto acceso, il cane divorava la zuppa, Marcello aperse la lettera. Era di Fulmen.
Carissimo. Saremo felici tutti di rivederti per le prossime feste; per, se il viaggio ti disturba, sia perch ti diverti, sia perch devi studiare, non far cerimonie: verrai pi tardi, per Pasqua o a tuo piacere, e sempre ti accoglieremo con gioia. Abbiti i baci di mamma, di Magda e i miei. Fulmen.
In un angolo era aggiunto: Vieni, vieni, vieni! Magda.
Marcello rimase attonito. (Il piccolo cane, ripulita la scodella fino a non lasciar pi traccia di latte o briciola di pane, s'era drizzato sulle posteriori e s'appoggiava alle gambe del buon padrone per ringraziarlo).
Come? Fulmen si faceva lecito di dargli a capire che una sua visita non era ardentemente desiderata, quant'egli desiderava ardentemente di riabbracciare i suoi, e mamma lasciava fare? (Si chin a raccogliere il cane e lo adagi sui ginocchi).
Ne avrebbe pianto, se l'invito della sua Magda non lo avesse tutto racconsolato. Quell'esortazione gli parve scritta in fretta e furia, quasi che la fanciulla avesse aggiunto le parole di soppiatto, mentre chiudeva la lettera. Infatti la calligrafia dell'indirizzo sulla busta era di lei.
Qualche istante appresso, lavato e pettinato il cagnolino, lo guard. Era un altro; non aveva razza n nome; ma sembrava esso medesimo stupito della propria nettezza; il bianco del pelo prendeva qualche riflesso argenteo, il fondo delle orecchie aveva una sfumatura di rosa, e una punta di rosa era anche apparsa all'apice del musetto. Infine, non pi un misero avanzo di fughe e di sassate, ma un piccolo cane come tanti altri.
E Marcello fu superbo del lavoro compiuto; l'ottimismo giovanile gli riconquist il cuore. Non s'ha da disperare mai! Ogni cosa pu divenire, e il bene vince sempre le tristizie e le sciagure. Il canino che gli stava innanzi, sul tavolo, sternutando per il profumo con cui gli aveva lisciato il pelo, esprimeva giusto il pensiero del padroncino: non s'ha da disperare mai.
La lettera di Fulmen giaceva a terra; Marcello la raccatt, e fattala in pezzi, la gett nel cestino. Poi decise di partire, come se sua sorella non avesse nemmeno scritto.
Part alcuni giorni dopo per Roma, conducendo seco Atteso, il cane della speranza.
...
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Capitolo 6.
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Non era aspettato.
Arriv verso le sette di sera, e durante la corsa dalla stazione al Lungotevere Castello, fu nervoso; il cavallino della vettura che gli era toccata, trottava a fatica; sobbalzi continui delle ruote; nessuno meno del vetturale si occupava dell'impazienza di Marcello Drusba e della sua voglia di giungere.
E nessuno meno di Marcello Drusba si occupava della gente per le strade e dentro i carrozzoni cigolanti del tram; ma, invincibilmente, nella sua dolcezza, lo invadeva la sensazione di essere in casa propria.
Una volta, da bambino, Roma gli era parsa immensa, cosicch non credeva che via Nomentana e la Piazza San Pietro appartenessero alla citt medesima. Poi, a mano a mano prendendolo l'intimit dell'abitudine, Roma aveva cambiato proporzioni per lui, gli si era fatta amica e familiare.
Non aveva giuocato presso la fontana di Piazza Termini, presso la fontana di Sisto V, coi quattro leoni, presso il Tritone, sprizzante zampilli dalla bccina? E tornandole e rivedendosele, via via, sul cammino, godeva ora come di roba sua.
Si sentiva riposato nella grandiosa variet di Roma da quel continuo vivere tra la via Emilia e l'Universit, tra l'Universit e la camera d'albergo in corso Canalchiaro.
Il Tevere volgeva acque torbide, chiazzate qua e l da viluppi neri, e intorno era un poco di nebbia umida, che s'ispessiva nella lontananza.
...
Non era aspettato.
Al suono del campanello, comparve dopo qualche tempo Clotilde, che ebbe un ridere di piacere.
Oh, il signorino! disse. Ben tornato!
Va gi a prendere la valigia dal portiere, fece Marcello. E inoltrandosi, ud la voce di Magda.
Egli depose il soprabito, il cappello, i guanti in anticamera; poi varc senz'altro la soglia del salotto.
Vide che Magda ritirava prestamente le mani dalle mani d'un giovane, il quale stava seduto in poltrona, di faccia alla poltrona della fanciulla, molto vicine l'una all'altra.
Le lampade elettriche nel mezzo del soffitto erano accese, come la lampada d'argento sopra un tavolino.
Magda, fattasi pallida dapprima, poi rossa in volto, balz in piedi, dando un colpo coi garetti alla poltrona perch retrocedesse. And svelta incontro a Marcello, e circondatogli il collo delle braccia, lo baci sulle guance.
Finalmente! disse. Perch non ci hai avvertite del tuo arrivo? Io temeva che tu passassi le feste coi tuoi amici di Modena.
Sono tornato per te! rispose titubante Marcello, guardando con occhio interrogativo il giovane, che, dritto in piedi a fianco della poltrona, aspettava.
Caro! fece Magda. Ti voglio tanto bene! Permetti? L'avvocato Devinna...
Senza stendere la mano, Marcello s'inchin freddamente.
Il giovane l'imit, perplesso, rattenendo a sua volta il gesto istintivo di offrire la mano, ma non cos presto che non si fosse veduto.
Era di statura media, ben quadrato, capelli neri e occhi castagni; baffi tagliati a spazzola; vestiva con semplicit. Nulla di speciale in lui; aveva le caratteristiche sufficienti per essere chiamato, alla svelta, bel giovane.
Un attimo di silenzio impacciato cadde fra i tre, quando furono seduti; ma risuon un tintinno di piccoli campanelli, e Atteso comparve in salotto.
Magda scoppi in una risata.
Che sorpresa! disse giocondamente. Che visita!  tuo, Marcello?
S, poverino. L'ho trovato per istrada; non bisogna rimproverarlo se non  bello.
Ma no; sar mio amico!
Mentre la fanciulla si piegava a prendere il canino, l'avvocato Devinna, volto a Marcello:
Lei studia a Modena? interrog gentilmente.
Legge, rispose Marcello, girando appena il capo.
E sembrava intendesse dire: Finiamo la commedia!.
L'avvocato Devinna si alz.
Avranno molte cose da dirsi, dopo tanto tempo, riflett ad alta voce. Non voglio essere indiscreto.
Stese la destra a Magda, poi a Marcello; il quale comprese la necessit di non rifiutarla, la tenne un istante e non la strinse.
Magda si mosse per accompagnare il giovane fino al limitare, forse fino all'anticamera; ma suo fratello la ferm con una parola.
Ascolta!
E vide che, giunto alla soglia, prima di uscire, l'avvocato Devinna si rivolgeva a inchinarsi di nuovo con un lieve sorriso.
 il tuo fidanzato? chiese Marcello.
Che? rispose Magda, tra la meraviglia e la noia. Fidanzati non ne ho.  l'avvocato Devinna.
Ci non significa nulla.
Si fissarono.
Marcello s'accorse che Magda s'era fatta pi bella. Magda s'accorse che Marcello non era pi un ragazzo. La fanciulla aveva guadagnato nella linea, ormai slanciata ed elastica; egli aveva un'espressione, che ne annobiliva il viso. In pochi mesi s'eran mutati, con la rapidit delle giovinezze che salgono, si affinano, si completano.
Abituata a ridere e a veder ridere, Magda sent un certo timore per l'espressione pensierosa di Marcello. E abituato a riflettere, Marcello sent pi vivo l'aculeo della sollecitudine per la bellezza fiorente di Magda.
Ci non significa nulla! riprese. Che faceva qui?
 venuto per parlare con mamma.
E tu gli hai dato le mani?
Io? esclam la fanciulla. Io?
Il volto di Marcello si rabbui. La stessa voce, lo stesso scatto di Fulmen, quando, accusata, mentiva a qualunque costo; e, non sapeva perch, una cos viva somiglianza tra la grande e la piccola, lo attrist, quasicch gli svelasse d'improvviso che questa non era se non l'alunna dell'altra.
Ti ho visto.
Non hai visto nulla, replic Magda. Gli restituivo la fotografia, una istantanea della sua villa; e da lontano chi sa che cosa hai imaginato!
Perch lo ricevi tu?
Mamma non c'; torna per il pranzo.
E Fulmen?
Anche Fulmen  fuori.
Dove?
Oh, ma come tu insisti, Marcello! esclam ridendo Magda, mentre sedeva.
Non ridere. Dov' Fulmen?
Credo, da Fanny.
Chi ?
Fanny Ferri, un'amica nostra.
Dove abita?
Aspetta. In via del Tritone, numero sessantadue.
Allora, non c' nessuno in casa?
Torneranno.
Magda si alz; e posate le mani sulle spalle di Marcello, osserv con voce carezzevole:
Ma tu sei cos nervoso, caro, cos ingiusto, cos cattivo, che le spaventerai anch'esse, poverette! Che ti abbiam fatto, dimmi? Chi ti ha mutato in questo modo?
Marcello afferr Magda e la strinse al petto.
Io sono ingiusto e cattivo? interrog ansioso, mentre passava la mano sui capelli ondulati della fanciulla. Tu credi? Sono ingiusto? Con te, forse. Volevo ringraziarti di quelle parole che hai aggiunto alla lettera di Fulmen.
Di nascosto, mentre facevo l'indirizzo! disse Magda ridendo.
L'ho imaginato. E non sono qui che per quelle parole. Perch Fulmen mi faceva capire che sarei stato meglio a Modena; e mamma non diceva nulla.
Magda si chin ad accarezzare Atteso.
Volevo ringraziarti subito con due grossi baci, seguit il giovane. Ma entrando, mi  parso di vedere che tu ritraevi precipitosamente le mani dalle mani di quel Devinna.
Che pazzo!...
Perdonami, cara!
Non sarai pi imbronciato? n con me, n con mamma, n con Fulmen?
No: voglio essere contento.
E allora ti perdno! fece Magda, alzando la destra ad assolvere.
...
La sua cameretta! Quale amica ritrovava; quale amica sicura, ch'egli aveva dimenticato da lontano!
Mentre si spogliava e si lavava, usando di molta acqua tepida, che Clotilde aveva preparato con insolita prontezza, egli volgeva l'occhio all'intorno.
Il buon letto morbido era pi ricco; al suo fianco si stendeva una pelle di tigre, gialla lineata di scuro, macchiolata di bianco; l'altra pelle giaceva innanzi alla scrivania, come aveva ideato Magda la sera in cui egli aveva fatto ritorno dal collegio.
E sorridendo, pens che certamente mamma aveva comperato alle fanciulle le due pelli d'orso, con quel buon pelo morbido per camminarvi sopra a piedi nudi.
Ma al chiarore della luce elettrica, splendevan gli ori dei titoli sul dorso dei libri nella piccola biblioteca. Vedeva la Storia d'Inghilterra del Macaulay ancora col segno della pagina, lasciato la vigilia della partenza per l'Universit; e i trattati di psicologia che lo attraevano.
Il piccolo Atteso, trovato nel frattempo un letto principesco sopra la pelle di tigre accanto alla scrivania, vi si era allungato, sogguardando di tanto in tanto il padroncino che si rassettava. D'un tratto si rimise in piedi, perch la bisogna era finita.
Nel corridoio incontrarono Clotilde, la quale passava come a caso. La ragazza, solida, fresca, ben ripulita, abbozz un sorriso al cane, e disse a Marcello:
Ha fatto buon viaggio, signorino? Non le occorre nulla?
No, grazie, rispose Marcello.
Egli aveva l'abitudine di non guardar nemmeno le persone di servizio; ma quella doveva guardarla per forza, tanto spesso gli si metteva innanzi. E vide due occhi chiarissimi, i quali lo scrutavano con una curiosit cos penetrante, con una devozione quasi appassionata, che lo stupirono.
Grazie, ripet, allontanandosi.
E udita la voce di Sofia, la mamma, accorse; la mamma usc dalla sala da pranzo per gettargli le braccia al collo e baciarlo sugli occhi, sulle guance, sulla fronte. Egli lasci fare, deliziato.
...
Ritrov il suo sole, l'indomani mattina, il sole di Roma, che mette in festa gli edificii, carezza le cuspidi, indora le strade. Faceva brillare i vetri, allagando la tavola, intorno a cui Sofia, Fulmen, Magda e Marcello erano seduti per la colazione.
Le sorelle indossavano le vestaglie, nudi il collo e le braccia; e la loro lunga ricca chioma scendeva per le spalle, stretta da una fettuccia rosa. La mamma, Sofia, era gi vestita, come sempre, di scuro. Risuonava placida e dolce la sua voce; e Marcello aveva dovuto rispondere dieci volte che a Modena stava bene, che i colleghi gli erano amici, che si divertiva, e che gli studii non lo affaticavan troppo.
E si ferm. Perch non diceva il vero? che si sentiva solo fra la moltitudine dei compagni e non capito da alcuno? che soffriva un male nuovo: il dubbio tra il suo proprio modo di vivere e il modo di vivere altrui; ond'egli non sapeva se potesse o non potesse, se fosse giusto o iniquo seguitare in quel suo orgoglioso istintivo riserbo, in quella severit di giudizio verso s stesso e gli altri?
Perch taceva il suo male?
D'un tratto, comprese.
Fulmen aveva urtato del ginocchio la tavola, facendo cozzare il bricco del latte contro quello del caff, i cui liquidi, balzando dal beccuccio, s'erano mescolati.
Il caff e latte  pronto! disse Magda, guardando la chiazza sulla tovaglia.
Le due sorelle diedero in una risata squillante, e la mano di Sofia accarezz prima l'una poi l'altra.
Marcello comprese.
Egli non diceva il suo male, non poteva parlare, perch le due fanciulle eran troppo frivole; un nonnulla bastava a distrarle, e fuor che il bisogno di ridere, ignoravano ogni cosa.
Si ramment come a scuola avessero fatto cattiva prova.
Ancor bambino, aveva udito sovente il babbo rimproverarle, perch riportavano note deficientissime non solo in profitto, ma pure in condotta.
Le sorelle Drusba eran sempre a capo delle congiure, delle bricconate, delle ribellioni, soltanto per le quali le compagne di scuola riconoscevano in esse due condottiere.
In collegio, poi, Marcello non aveva saputo pi niente dei loro studii, ma tornato una volta in vacanza, allorch il babbo aveva gi abbandonato casa e famiglia, s'era stupito di non vederle studiare; e Fulmen gli aveva detto ridendo:
Abbiamo finito! Non ci vuole pi nessuno! Marcello, bambino, aveva riso a sua volta, senza comprendere. Comprendeva ora. Eran rifiuti della coltura, della modesta coltura che s'impartisce nelle scuole secondarie; ed egli, avido d'ogni forma di sapere, dissimulava a s stesso il disprezzo che sentiva per tanta incuriosit intellettuale.
Dire a quelle due ch'egli non contava amici tra i suoi compagni, sarebbe stato lo stesso che invitarle a beffarsi di lui; esse che numeravano amiche in folla, che avevan dominato come piccoli spiriti maligni le classi, avrebbero giudicato inverosimile ch'egli non fosse del loro medesimo stampo, alla testa d'un gruppo d'insolenti.
E non poteva dire il suo male; e non poteva dire nulla.
Come mi guardi, Marcello? esclam Sofia d'un tratto.
Egli trasal.
Certo, aveva guardato, duramente sua madre, perch dalle sorelle il suo pensiero era passato a lei, che non insegnava alcun freno a quelle due bellissime, e lasciava fare, incurante della propria responsabilit.
Non so, rispose, volgendo gli occhi altrove.
Credevo che a Modena, fra tanti giovani, dovessi mutare il tuo carattere strano, disse Fulmen. E sei invece sempre lo stesso.
Marcello si volse a Sofia.
Mamma, interrog perch Fulmen fa queste osservazioni? Chi comanda qui?
Nessuno comanda, figlio mio, rispose la madre, levandosi in piedi. In una famiglia non si comanda: si vive tutti d'accordo.
Ma io non posso accettare da mia sorella rimproveri immeritati.
E diglielo! rispose sorridendo Sofia.
Oh, una disputa con Fulmen! riflett Marcello. Ti pare, mamma?
Che significa? interruppe Fulmen. Ti ho detto che sei strano, sei stato sempre strano. Forse per parlare con te, bisogna sapere latino e greco?
Sarebbe meglio; cos non parleresti mai! ribatt Marcello.
Magda diede in una risata; e come tutti erano in piedi, corse dal giovane e gli gett le braccia al collo.
Mi piaci! disse. Come mi piaci, perch sei strano!
Stupidi tutt'e due! borbott Fulmen tra i denti, guardando il gruppo, mentre Marcello baciava in volto Magda.
...
Il sole invitava ad uscire.
Marcello sal in una carrozza, poco dopo, colloc Atteso al suo fianco, un involto di libri nei ripieghi del soffietto e si avvi.
Atteso viaggiava bene in carrozza, con dignit, traballando un poco, ma comprendendo che il suo dovere consisteva, pel momento, nel traballare insieme al padroncino.
Stava seduto sul posteriore e pensava forse alla siepe di campagna, dietro la quale Marcello l'aveva trovato. Ora doveva avvezzarsi a far la vita del signore: un bel collaretto rosso coi bubboli, una museruola ugualmente di cuoio rosso, che il cuoio rosso sta bene sul pelo bianco; e frequenti scarrozzate, le quali lo annoiavano un poco, privandolo del piacere di fiutare angoli e pilastri, ma infine distinguono il cane ricco dal povero cane.
Esso scese con Marcello in via del Tritone ed entr in un elegante negozio di rilegature; ne inaffi l'ingresso all'angolo, senza bagnar la base della vetrina, e sedette a terra presso Marcello, che sceglieva le pelli.
Il rilegatore era un artista. Marcello possedeva gi quasi intera una biblioteca formata di volumi pei quali aveva discusso con l'artista il genere e il colore del cuoio, lo stile dei fregi e i caratteri dei titoli; alcuni, anche, ne possedeva con rilegature di seta; seta cinese a disegni bizzarri per le opere che trattavan dell'Estremo Oriente. E molto gli piaceva riveder cos le opere che aveva comperate, fatte pi nobili e pi preziose dalla veste squisita.
S'intrattenne con diletto anche quella mattina, specialmente intorno al modo di rilegare uno Svetonio, edizione tedesca assai notevole.
Quindi usc contento, perch gli si era promesso che avrebbe avuto i volumi, nonostante le feste, prima del suo ritorno a Modena.
Uscendo, s'accorse che il palazzo indicatogli da Magda come residenza della signorina Fanny Ferri, gli stava proprio di contro.
E vi si butt alla cieca, senza badare che Atteso rischiava d'essere schiacciato, nell'attraversare la strada, fra un tram e una automobile.
Voleva indagare, senz'altro, quasicch avesse dubitato sempre di Magda e di Fulmen, onde quel dubbio, fermentato a lungo nell'anima silenziosa, affiorava con prepotenza inattesa e chiedeva d'essere soddisfatto.
Marcello entr, deciso, non sapendo bene che cosa avrebbe detto alla signorina Fanny.
Il casello del portiere era vuoto, e il giovane sal le scale; dietro, modesto e ignaro, il piccolo Atteso, per il quale gli scalini erano un po' alti.
Quattro piani; a ciascun piano, due famiglie; sulle porte degli appartamenti, i nomi degli inquilini, targhe d'ottone o di smalto.
E Marcello pot leggere: Landi, Giovannini, Crpoli, De Luca, Fioretti, Sala, Svesi, Dorigo.
Ridiscese. Trov il portiere: gli domand:
Non abita qui la famiglia Ferri?
Famiglia?...
Ferri!
No, signorino. Avr visto!
Ma forse presso un'altra famiglia, insistette Marcello.
Impossibile, perch nessuno subaffitta.
Il giovane era per andarsene, quando per iscrupolo, volle aggiungere:
Non conosce la signorina Fanny Ferri?
Il portiere, un bell'uomo sulla quarantina, con basette nere e faccia tonda, sorrise.
Di signorine non ce n' che due, al primo piano; ma l'una ha sei anni e l'altra quattro!
Grazie! fece Marcello.
Il portiere si lev il berretto, mentre teneva d'occhio Atteso, che non mancasse di riguardo sul pi bello, cio sui due pilastri del portone; ma Atteso correva, perch Marcello aveva gi attraversato nuovamente la strada e risaliva in carrozza.
Dove, signorino? chiese il vetturale.
A Villa Borghese!
Avrebbe detto qualunque altra cosa, in quel momento; forse il nome di Villa Borghese gli era venuto alle labbra per il ricordo, non sapeva come tornatogli ora, d'un tramonto rosso dietro gli alberi, osservato pochi mesi prima; un tramonto minaccioso sulla Villa, la quale sprofondava a poco a poco nell'ombra e nel silenzio.
Ma sua sorella aveva mentito; non esisteva alcuna Fanny in quella casa; e la curiosa figura d'una Fanny, presso la quale l'altra sorella, Fulmen, passava lunghe ore del giorno e della notte; per curarla, quasi non avesse nessuno al mondo, Fanny; e Fulmen fosse una infermiera; quella curiosa figura, gli si chiar in tutta la sua inverosimiglianza.
E allora, gran Dio, che c'era sotto? Sotto quella invenzione, sotto quella commedia?...
E come si chiamava l'altra? L'altra signorina, che Fulmen curava pure, la scorsa estate, cosicch egli tornando a casa dal collegio, non aveva trovato che Magda? Era la stessa Fanny Ferri? No ecco: Liliana; la chiamavano Liliana; anzi, la mamma l'aveva chiamata Lea, dicendo che Lea e Liliana erano una medesima persona.
Ma che faceva Fulmen? veramente, l'infermiera per signorine?
Marcello s'accorse d'essere fissato, e vide sul fondo della vettura, tra i piedi, il musetto d'Atteso, che lo covava con gli occhi.
Oh, se tu potessi dirmi! esclam, sollevando il cane tra le braccia. Potessi dirmi la verit, tu che mi ami e sei sincero!
Fuor dell'arco di via Veneto, di l dal Corso d'Italia, i cancelli di Villa Borghese apparivano: soleggiata, chiara, viva, senza mistero.
Torna indietro! disse Marcello al vetturino.
E si fece condurre a casa.
Entr nella sua camera, riprese la Storia d'Inghilterra, e seduto in poltrona, Atteso accovacciato sulla pelle di tigre, si sforz a leggere.
In casa pranzavano al tocco, secondo l'uso romano.
Venne Clotilde ad avvertir Marcello, bussando discretamente all'uscio.
Aveva nei capelli chiari un nastro rosso.
 pronto, signorino! disse.
Marcello si lev per riporre il libro del Macaulay.
Il signorino  un poco pallido, stamane, soggiunse Clotilde con un sorriso timido.
Il giovane si rivolse infuriato.
Hai l'abitudine di parlar troppo! osserv aspramente. Lvati, codesto nastro!
Clotilde, fattasi di porpora in volto, si ritir in silenzio.
Entrando nella sala da pranzo, Marcello s'accorse che Fulmen gli dava un'occhiata scrutatrice.
Compreso ch'egli era d'umor pessimo, la fanciulla dissimul accuratamente la sua inquietudine, domandandosi che cosa potesse egli mulinare.
Magda non c'? interrog Marcello, vedendo il posto vuoto.
Son venute le sue amiche a prenderla in automobile spieg Sofia, e io le ho dato il permesso, poverina. La giornata  tanto bella, che non pare inverno.
Clotilde andava porgendo il piatto d'argento, su cui eran disposte, bianche e appetitose, le fette della vivanda. Mentre si chinava verso Marcello, questi s'avvide che il nastro era sparito dai capelli della ragazza.
Quella Ferri, poi, disse improvvisamente a Fulmen non abita in via del Tritone.
Quale Ferri?
Quella Fanny Ferri, che pare assorba l'intera tua vita, poich le dedichi le ore del giorno e della notte.
E chi ti ha mai detto che abita in via del Tritone? Le dedico ci che  mio, il mio tempo! ribatt Fulmen altezzosa.
Ieri, Magda mi ha detto che Fanny Ferri abita in via del Tritone. Perch, se non  vero?
Sofia mangiava in silenzio; fece cenno a Clotilde, che mescesse il vino bianco nei bicchieri diritti, di bel cristallo; ma seguiva ansiosa le botte e le risposte del dialogo, espresse con tono reciso e freddo da ambo le parti.
Magda non sa nulla, ed  una chiacchierina, fece ridendo Fulmen. Fanny abita in piazza Indipendenza.
A che numero?
Fulmen squadr perplessa suo fratello; poi si rivolse alla madre:
Siamo sottoposte all'inquisizione, mamma? ella chiese.
Veramente, Marcello, tu passi il segno! osserv Sofia con voce dolente. Non credi a tua sorella?
Mia sorella  bugiarda: l'ho notato altre volte! rispose francamente Marcello. Io non so perch, non oso dirlo a me stesso...
Si guard intorno, vide che Clotilde usciva a prender la seconda portata, e seguit a voce pi bassa:
Non oso dirlo a me stesso, questa Fanny Ferri mi sembra un personaggio imaginario!
Tu sei pazzo! esclam, pronta, Sofia.
Fulmen rise con sarcasmo.
Sei pazzo, figlio mio! ripet la madre. Non comprendi le conseguenze di ci che dici? Se Fanny Ferri non esistesse, dove passerebbe, dunque, le sue ore tua sorella? Oh,  una cosa non degna di te, questo incessante sospetto!
Marcello tacque.
L'alternativa era chiara: o ammettere l'esistenza di Fanny Ferri e l'assiduit buona ed onesta di Fulmen: o precipitare in un abisso, accusando Fulmen di passare i giorni e le notti in modo e in compagnia non confessabili.
Si ritrasse spaventato da questa seconda ipotesi; e tacque.
Per, sua sorella era bugiarda. Per, egli non poteva nulla per mettere ordine e disciplina nella casa. Minorenne, senza professione e senza guadagno, bisognoso anzi d'aiuto per gli studii, legato in tutto e per tutto alla famiglia; la sua stessa esperienza precoce, interamente cerebrale, fatta di intuizioni penetranti e di scatti repentini, poteva essere discussa.
La chiacchiera albagiosa e disordinata di Fulmen, il ciaramello vivace di Magda, persuadevano meglio le persone volgari, sua madre.
Egli ebbe un gesto d'impazienza. Quando?... Quando sarebbe libero? Perch non poteva riassumere in un anno la materia intera delle scienze legali, essere avvocato, vincere il tempo?
Desideri qualche cosa? domand Sofia dolcemente.
Clotilde, rientrata, guard con premura; e parve a Marcello che gli occhi di lei fossero arrossati dal pianto.
No, mamma egli rispose. Vorrei studiare, studiare, e finirla; essere ci che spero.
Ma nessuno ne dubita; sarai! disse con un sorriso Sofia.
Vedi, interloqu Fulmen, per rabbonirlo. Quando tu parli di questo, del tuo avvenire, c'inchiniamo tutti. Sarai celebre.
Tu credi? esclam Marcello, prendendole la mano. Io non penso ad altro: voglio che il nome dei Drusba...
S, ma non t'ingerire di Fanny Ferri e delle mie amiche, seguit Fulmen. Allora tu dici cose dell'altro mondo, che ti fanno torto.
 possibile, confess Marcello. Ho una tale passione per voi, che ogni ombra mi fa travedere.
Ma non ci sono ombre in casa nostra, osserv con fermezza Sofia. Non ci sono ombre!
Fulmen e Magda escono troppo sovente. Non sta bene! dichiar Marcello.
E fu stupito egli stesso del suono metallico della propria voce.
Fulmen alz le spalle. Sofia tacque, inarcando le sopracciglia.
Il pranz fin in silenzio e Marcello si lev per il primo. Era divorato da una sorda impazienza, che lo faceva tremar dentro. Il tempo gli pareva senza piet.
Gli avevano insegnato che per raggiungere una mta lontana, occorre dividere il cammino in tappe; percorrerlo tappa a tappa, pacatamente, senza guardar mai di l. Viene un giorno in cui la mta vi  innanzi, il viaggio  finito, e la vostra energia  ancora viva.
Ma egli non sapeva, ma egli non poteva frenare i suoi nervi. Il termine era troppo lungi.
E tra le mani, nella sua camera, andava girando e rigirando un volume di fisiologia, febbrilmente, dicendosi che non sapeva nulla, che non sarebbe arrivato mai a sapere.
Avanti! disse, udendo bussare.
Clotilde gli recava la posta: giornali ai quali era abbonato, null'altro. Egli si ramment che la ragazza, poco prima, aveva pianto e volle dirle una parola gentile.
Ti sei levata il nastro: hai fatto bene. Mi dispiace che hai pianto.
Clotilde lo guard. Marcello non credeva che quel volto di ragazza, roseo ma senza espressione, potesse dir con tanta chiarezza un suo sentimento: e lo vedeva d'un tratto cos illuminato, che ne fu sorpreso.
Non ho pianto per questo, rispose Clotilde con voce un po' rauca.
E perch, allora? fece Marcello avvicinandosi.
Ma si ferm subito; gli occhi lucenti, la carnagione di Clotilde, una certa sensualit aspra sulle labbra di lei, gli diedero una scossa; c'era della bestia, in quella ragazza; d'una bestia forse obbediente e devota, ma rozza e ingorda.
Allora? ripet.
Non importa, signorino. La ringrazio!
E raggiunta la soglia, Clotilde usc.
Il giovane alz le spalle. Se non aveva pianto per il suo rimprovero, di che voleva egli impacciarsi?
Ma fu tratto a rammentare i sogni fatti in collegio e all'Universit, la fanciulla ideale pronta per lui nei misteri dell'avvenire.
Gli sembr che il ritratto di quella sovrumana, messo a cimento con la realt dura d'ogni giorno, si fosse ormai un poco scolorito dentro il suo cervello.
Ecco, anzi, che il collo bianco di Clotilde, due dita di scollatura, due occhi chiari, una massa di capelli invitanti ad affondarvi le mani; ecco che quella carne, poich la poveretta non era che carne giovane e desiderosa, lo rimescolavano.
Nulla di pi risibile per il cavaliere della purit...
...
Capitata proprio a proposito, l'indomani che se n'era parlato e che Marcello aveva supposto si trattasse d'un personaggio imaginario; capitata a proposito, come per sortilegio o per grazia divina, Fanny Ferri stava in salotto con Fulmen e con Magda.
Le fanciulle chiamarono Marcello per presentarlo a lei.
Egli le strinse le mani con letizia; n'ebbe una piacevole impressione, sebbene fosse molto magra, viso eccessivamente triangolare. Aveva occhi piccoli, bocca dalle labbra sottili, e s'aiutava col rosso per le labbra, col nero per le sopracciglia, col bistro pel cerchio intorno all'orbita, braccia lunghe, polsi piatti, nessuna grazia di curve; troppi braccialetti d'oro.
Tuttavia, giovane, bei denti, voce armoniosa, non si poteva nell'insieme chiamarla brutta. Aveva indosso un forte profumo d'ambra.
Abituato ai grandi occhi e alle finezze di particolari che distinguevano le sorelle, il giovane sarebbe stato severo in altro momento nel giudicar le attrattive di Fanny Ferri; ma essa non gli rappresentava niente, per questo verso; bens, era Fanny Ferri, la certezza; bens ella spiegava con la sua sola esistenza gli ozii diurni e notturni di Fulmen, e distruggeva ogni dubbio.
Le fanciulle discorrevano appunto dei loro convegni, allorch Marcello sedette nel crocchio. Fanny Ferri vi faceva frequenti allusioni:
Ti ricordi, Fulmen, quella notte che eri da me, e abbiamo udito cantar la civetta? L'indomani, mentre c'era Magda, non  vero, Magda?  caduto il fulmine proprio in piazza Indipendenza! Vedi se la civetta non porta male?
E si volse a Marcello che sorrideva:
Lei  uno spirito forte. Ma noi, povere ragazze, siamo piene di superstizioni. Se sapesse quanto devo alle sue sorelle, come mi han curata e come mi curano tuttavia. Perch sono sempre malata; di nervi! Una malattia inesistente, che vi fa morire. Devo forse la vita alle sorelle Drusba, io! Ti ricordi, Magda, quando sono svenuta a pranzo? T'eri un poco spaventata, povera piccola?
Marcello guard Fanny Ferri: doveva avere due o tre anni pi di Fulmen, epper proteggeva, maternamente Magda. Ed egli si racconsol viemmeglio, perch la giovane gli diceva:
Non esco quasi mai, signor Marcello, a causa dei miei disturbi. Ma son voluta venire a ringraziare la mamma sua, e anche lei, che permettono a queste due buone di tenermi compagnia.
Marcello si lev per lasciar che le amiche chiacchierassero liberamente; e solo allora s'accorse come sul divano fossero gettate le pellicce e i cappellini delle sorelle, che indossavano abiti blu un po' scollati.
Fanny aveva seguito certo lo sguardo di lui, perch gli si rivolse:
Me le lascia,  vero? Ho gi la mia automobile. Dico mia;  un'abitudine; l'automobile di pap. Me le lascia,  vero? Ceneremo insieme, a casa, e passeremo la serata: un po' di musica...
La voce si faceva implorante.
Io non c'entro, signorina, disse Marcello ridendo. Se mamma permette...
Mamma ha gi permesso, risposero Fulmen e Magda a una voce.
E allora, io sottoscrivo! dichiar il giovane gaiamente.
Strinse la mano della signorina Ferri, baci a fior di labbra i capelli di Magda, sorrise a Fulmen e usc.
Usc per veder Roma in quel pomeriggio d'inverno freddo e secco.
Gli piaceva la luce artificiale come gli piacevan le vetrine splendenti; colme, per la vicinanza delle feste, di roba ricca; e si divertiva sovente a passare in carrozza per veder la folla, pi densa e frettolosa in quei giorni, la sfilata delle vetture, gli occhi lucenti dei vetri e dei negozii, le figure affagottate dentro le carrozze o negli angoli delle automobili.
La vita moderna, di cui egli sapeva tanto poco in confronto della antica, lo attirava a intervalli, per un bisogno di riposare; come di tanto in tanto ritornava fanciullo, nonostante la precocit del sentire; onde quel giorno aveva deciso di comprare molta cioccolata di tutti i generi, non sapeva perch.
In via Nazionale, all'angolo del Traforo, per l'incrociarsi dei trams, i veicoli andavano lenti; alcuni sostavano, aspettando d'insinuarsi nella sfilata che saliva o in quella che sostava.
Sost anche il vetturino di Marcello, e questi pot cos osservare l'automobile che passava al fianco, andatura cauta.
Gli bast un'occhiata per riconoscere i nasini e le bocche delle sue sorelle, la bocca arida di Fanny Ferri. Le signorine impellicciate chiacchieravano cos assorte, che non videro il suo gesto di saluto: Magda rideva, curva tra Fulmen e Fanny ad ascoltare.
Ma quell'automobile?... L'automobile del padre di Fanny?...
Nonostante il cambio della carrozzeria, Marcello la riconobbe di colpo alla forma del cfano, al colore nero filettato di azzurro, alla sgoma lunga e snella.
Era l'automobile che gli avevan mandato da casa il giorno ch'egli aveva lasciato il collegio; con la quale venivano, prima, le sue sorelle, or l'una or l'altra, a trovarlo la domenica.
In quel momento l'ingombro si sciolse; la macchina sal rapida, la vettura di Marcello volt pel Traforo.
Ed era quella l'automobile del signor Ferri, del padre di Fanny?
Ma no; le sorelle avevan detto sempre un altro nome, al quale egli, ragazzo, non aveva badato: famiglia Scirani, se ben rammentava, o Sironi, amica di casa.
A veder la molta cioccolata che desiderava un istante prima, non ebbe alcun piacere, e lasci che il vetturino passasse innanzi alla confetteria senza fermare.
La sua letizia di vivere s'era annebbiata; veramente annebbiata, perch gli sembrava che ci fosse molta nebbia nella vita; nebbia di menzogna, ondeggiante, ostinata, infugabile. O abituato al sospetto, perseguiva imaginarii fantasmi, e dunque era malato; o gli si nascondeva sempre qualche particolare perch non si poteva narrarlo.
Uscito di casa mentre Fanny Ferri stava ancora su, in visita, non aveva visto l'automobile alla porta, quantunque la signorina avesse detto, se ben rammentava, d'essere venuta con la macchina. Questa dov'era? dove aspettava? La si teneva nascosta poco lungi, fin ch'egli non se ne fosse andato?
E non era, no, l'automobile della famiglia Ferri; era l'automobile solita, della famiglia Scirani.
Ma tornato per l'ora della cena, e cenando da solo a solo con sua madre, non os parlarne. Non os neppure parlarne a Fulmen e a Magda quando, la mattina di poi, le vide per la colazione, un poco assonnate.
Aveva paura del proprio sospetto o della menzogna altrui.
...
E le feste passarono torpide; egli pensando a' suoi studii, le fanciulle tediate di dover rimanere a casa, specialmente per la fine d'anno, allorch Roma echeggia di grida e di canti e di scoppii di fiaschi, scaraventati sulla strada.
Esse parlavano dei piaceri della famiglia con una lieve ironia, sogguardando Marcello, come questi fosse il simbolo del focolare e della virt; due invenzioni, per le quali le sorelle Drusba non avevano estro alcuno.
...
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Capitolo 7.
...
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...
Il solito cameriere, barba mal fatta, un tovagliolo stracciato sotto l'ascella sinistra, gli diceva nella solita trattoria la solita frase:
Prenda queste polpette. Lei mangia bene!
Di fronte, la tavola a cui sedevano Carlo Provana, uno studente di chimica e uno di medicina. A destra, il direttore d'uno dei giornali del luogo, viso tra il ridente e il cinico. Un giovanotto che viveva di rendita, vestendo vistoso ma rimanendo sempre provinciale, pranzava alla tavola d'angolo con l'amante, una bionda dalle labbra rosse, che prediligeva le pietanze unte e faceva pensare si dilettasse dell'unto anche nella vita.
Il proprietario della trattoria, piccolo, faccia larga, profilo duro intagliato nella polpa d'una castagna d'India, appariva di tanto in tanto a osservare se i clienti buoni fossero serviti a loro gusto: rispettoso e confidenziale. S'udivano i camerieri gridare in cucina i nomi delle vivande.
A fianco di Marcello Drusba, che s'era acconciato alle polpette raccomandategli col pretesto di farlo mangiar bene, sedeva Atteso ad aspettare che gli portassero il consueto piattello di riso bianco, dentro il quale un ossicino da rosicchiare a tempo perso.
Era il ritorno alla vita di Modena, agli studii.
Marcello ascoltava Carlo Provana.
Ti assicuro che la camera  bella, in via degli Artisti. C' luce, pulizia, quel che si pu desiderare. Non  vero, Baldesi?
Lo studente di chimica annu col capo e seguit a mangiare.
Ma io, obiett Marcello vorrei qualche cosa pi d'una camera.
E che diavolo?
Ne vorrei due.
Hai l'amante? chiese lo studente di medicina con tono di sprezzo.
Ho molti libri. Se vieni a trovarmi all'albergo, vedi che nella mia stanza si cammina gi sui libri, e Atteso me li mangia.
Lascialo mangiare! Non potranno mai essere pi utili! replic Carlo Provana.
C' camera e salotto, ingresso quasi libero, disse lo studente di medicina, Giampietro Cravello, torinese. Io li ho veduti in via Emilia, sopra la pasticceria, ma mi hanno chiesto duecento lire, e non mi pigliano.
Ben messe?
S, sono eleganti; hanno buon aspetto, assicur il Cravello.
Questi era un giovane forte, che si lasciava crescer la barba per gravit, parlava poco, studiava appassionatamente.
Carattere duro: non s'era inscritto all'Universit di Torino come sarebbe stato comodo per lui, allo scopo di staccarsi dalla famiglia, padre, madre, tre sorelle; e da tre anni studiava a Modena, senza muoversi dalla citt mandando a casa poche cartoline coi saluti.
Il suo disprezzo per la vita era fittizio; gli pareva che un medico non avesse a essere come gli altri; esagerava una certa natural diffidenza verso gli uomini e le cose. Ma quel suo atteggiamento risoluto gli aveva dato autorit sui compagni, specialmente su quelli che non studiavano medicina.
A proposito, seguit Carlo Provana, sei invitato dal conte Pieretti.
Io? fece Marcello con la stessa voce di stupore che le sue sorelle simulavano talvolta. Io?
Oh, non farai il selvatico, secondo le tue abitudini! replic Carlo Provana. Non si deve rifiutare un invito del conte Pieretti. Non  vero, Giampietro?
S, rispose lo studente di medicina, volgendosi a Marcello. Puoi andarci: ha una biblioteca, una raccolta d'armi, ch'egli crede antiche...
E una bella moglie, ch'egli crede fedele, seguit il Provana.
Tu ti occupi di queste cose? fece Giampietro Cravello, lasciando cadere un'occhiata sul commensale.
Carlo Provana, che nutriva molto rispetto per il Cravello, si tacque.
Allora, poich Atteso aveva terminato il suo pranzo, Marcello pass alla tavola degli studenti. Il giornalista, il giovanotto e la sua amante se n'erano gi andati.
Ma non capisco, obiett Marcello perch il conte ha invitato me.
Egli riceve spesso noi studenti, spieg il Provana.
Gli studiosi per la biblioteca, gli oziosi per la moglie, aggiunse lo studente di chimica, Gino Baldesi.
E abbiam parlato di te, ecco il grande segreto! seguit il Provana. Il conte e la contessa mi hanno pregato di condurti. Io ho promesso. Non mi farai torto...
No. Ci vengo, quando vuoi, acconsent Marcello.
Non era mai stato in un salotto; glie ne eran mancate le occasioni a Roma, tra casa e collegio. Non era vissuto mai, alla fin fine. Bisognava cominciare. E, gi intimidito, si rivolse mentalmente alcune domande ridicole, imagin un dialogo, si regal la parte del leone, poi, infastidito di s stesso, si lev in piedi.
Domani sera, allora, dopo cena. Vieni in smocking, disse Carlo Provana.
Poi, quando il Drusba fu uscito, egli aggiunse:
Non dir che conosco soltanto delle donne perdute.
 un bravo ragazzo, io lo stimo assai! dichiar reciso Giampietro.
Gli altri assentirono subito con un movimento energico della testa.
...
La paura del conte e della contessa, degli invitati, dei domestici e del salotto, sparve l'indomani sera dall'animo di Marcello Drusba, allorch, entrato con Carlo Provana e Giampietro Cravello, la contessa gli and incontro e gli stese la mano, senza aspettare la presentazione.
Venga, Drusba, ella disse. Noi siamo vecchi amici, non  vero? Il conte e io desideravamo tanto di conoscerla, perch i suoi compagni ci hanno detto cose assai interessanti.
Di me? Cose interessanti di me? fece Marcello stupito.
Adelmo, ecco Marcello Drusba, interruppe la contessa. Mio marito...
Il giovine vide avanzare dal fondo del salotto ove discorreva con due dame e due uomini, un signore tondo, calvo, il volto glabro e gioviale, che gli strinse la mano energicamente, e squadratolo da capo a piedi, gli cant sotto il naso:
Bel ragazzo! Corbezzoli, bel ragazzo! Lei  padrone in casa mia.
E torn verso il fondo del salotto, ove anche Carlo Provana e Giampietro Cravello stavano chiacchierando; ma si ferm, si rifece innanzi a Marcello e aggiunse:
Scusi se la chiamo ragazzo. Io ho trent'anni pi di lei.
Marcello s'inchin e rise.
La presenter poi agli altri amici, quando ci porteranno il t, disse la contessa. Non c' furia. Si somigliano tutti.
Prese posto in una grande poltrona dallo schienale alto, che soverchiava la testa, e indic a Marcello una poltrona simile, al suo fianco.
S, cose interessanti di lei, seguit, perch mi dicono che lei  ambizioso, studia davvero e ha un talento straordinario.
Marcello arross.
La contessa Guendalina Pieretti nata duchessa di Salvatorella, era bionda; e fin dal primo vederla, Marcello aveva avuto la sensazione oltraggiosa di imaginarla interamente nuda, interamente rosea, dentro quel fodero convenzionale che  un abito da sera.
Vi si muoveva con tale spigliatezza, possedeva cos evidentemente una figura perfetta e gentile, era cos fatalmente foggiata per l'amore, che dava l'impressione d'essere vestita da poco e per poco.
Ho bisogno di diventare celebre, dichiar Marcello semplicemente.
Guendalina non rise per la forma ingenua di quel desiderio. Anzi rispose con naturalezza:
Vuole?  lei il padrone del suo destino.
Vero? E mi piacerebbe che il tempo volasse.
Ma non piacerebbe a me, osserv Guendalina con un mite sorriso.
Fra tre anni, lei  ancora giovane come oggi, rispose Marcello, dopo averla guardata.
Ma gli sembr di aver detto una frase audace, quasi sconveniente, e subito sbirci titubante la contessa. Ella non aveva battuto ciglio, dunque la frase andava bene; e poi era giusta. Quanti anni contava, a un di presso, la giovane? Ventidue; e tre, venticinque.
Mio marito le mostrer la biblioteca, un altro giorno rispose Guendalina. Forse potr esserle utile, a quando a quando.
Sopravvennero nuovi invitati, mentre due domestici inoltravano una grande tavola per il t. Marcello Drusba fu presentato.
Guendalina l'abbandon un istante per occuparsi degli altri.
Il salotto aveva, come nota generale delle tappezzerie, il rosso cupo; i mobili eran verde scuro in legno verde. Gli abbigliamenti delle signore prendevan forza da quelle tinte, e le donne bionde come Guendalina non avrebbero potuto trovare uno sfondo pi armonioso pei loro capelli e per la carnagione.
Giampietro Cravello si avvicin al giovane che parlava col conte Adelmo Pieretti.
Mia moglie le avr detto, caro Drusba, offriva il conte che la biblioteca  a sua disposizione. Lei pu venire a consultarla anche senza avvertirci.
Le sono molto grato, fece Marcello contento.
Non  vero, conte, che quello  un paesaggio di Salvator Rosa? chiese Giampietro, indicando il grande quadro che occupava il mezzo della parete centrale.
Dicono, dicono, rispose il conte. Io l'ho trovato in casa. Salvator Rosa non mi piace. Veda il Morone. Quel ritratto laggi  del Morone. Che artista, che psicologo!
Il conte Adelmo s'allontan con passo breve e svelto.
Ci si sta bene, non  vero? disse Giampietro a Marcello. Senza superbia, senza pose, questi Pieretti sono brava gente.
S, ci si sta bene; e come  bella, la contessa! esclam Marcello.
Giampietro diede in una risata, ma s'interruppe subito, perch Guendalina si avvicinava in quel momento.
E lei ha trovato un buon alloggio, Drusba? interrog, sedendo sopra un divano e appoggiando un po' il capo, mentre i due giovani le stavan ritti innanzi.
Oggi, contessa. Ho sgomberato stamane dall'albergo. Tutti i miei libri sono ancora qua e l, per terra, sui tavoli. Occorreranno alcuni giorni a mettere un po' d'ordine.
Sa, contessa? Gliel'ho indicato io, disse Giampietro.  l'appartamentino che occupava Tito Carrara.
In via Emilia, mi pare. E che  avvenuto di quel pazzo? domand Guendalina sorridendo.
Fece un gesto abituale con la destra per assicurare qualche forcina tra i capelli, sulla nuca. Marcello vide una mano piccola e sottile, che doveva esser fredda.
Tito Carrara si  inscritto per l'ultimo anno di legge a Pavia disse Giampietro. Qui non poteva pi rimanere.
Guendalina rise e si volse a Marcello.
 uno studente che veniva da noi, qualche volta spieg cortesemente. Ma giuoca e si roviner prima d'aver la laurea.
Giampietro fu chiamato dal conte e si allontan.
Sieda qui, seguit Guendalina rivolto a Marcello, facendogli posto sul divano. Lei  la nuova pecora dell'ovile, e mi dedico a lei, questa sera. Mi dica: ha famiglia a Roma; la mamma e due sorelle, non  vero? due stupende sorelle, tanto savie, mi hanno raccontato.
Marcello sedette, vide nell'inchinarsi i seni rotondi della giovane fino al principio degli veri. Ne fu cos preso, sent la gola cos stretta, che per qualche istante non pot rispondere.
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Capitolo 8.
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In quelle due stanze di via Emilia, Marcello Drusba non dimor che un mese.
Vi si ammal subito, di febbre. E saputo ch'era solo, che per non inquietare i suoi, aveva pregato gli amici di non scrivere a casa, la contessa Guendalina and a trovarlo: francamente, con la carrozza a due cavalli.
C'era al capezzale di Marcello, Giampietro; il quale dopo aver assicurato Guendalina che il malato non correva pericolo alcuno, se non si ostinava a leggere e a studiare, si ritir discretamente. Di lui, Guendalina non aveva alcun timore; era serio e cauto; non avrebbe propalato la notizia della sua visita.
Ma il malato era debole; la febbre lo spossava; i nervi ne risentivano. Si diede a piangere come un bambino, pensando che la malattia gli avrebbe fatto perdere tempo, mentr'egli aveva sognato di accelerare, di accelerare...
Ho bisogno di far presto, ed ecco che cosa mi accade, contessa! esclam singhiozzando.
A vedere il bel volto bruno rigato dalle lagrime, il petto agitato dai singulti, Guendalina si smarr.
Attrasse quella testa dai folti capelli neri sul suo seno, e l'accarezz, dolcemente, come una madre; ma sent gli occhi ardenti, la bocca pura, ben disegnata, a un dito dal suo viso, e non os insistere nelle carezze. Tenne il capo di Marcello appoggiato al petto, e gli parl.
Ella sapeva; Carlo Provana e altri avevan fatto capire che Marcello Drusba era vergine, e ne ridacchiavano.
Ma guarir subito, Marcello! Un giovane come lei, piangere? E col suo talento, che mai pu perdere? Tutti parlano del suo talento, e lei teme di non arrivare? Suvvia, caro!
Guendalina s'accorse ch'egli chiudeva gli occhi e li riapriva, quasi cullato dal suono della voce e dalla bont delle parole. Allorch disse caro, avvert un piccolo guizzo di gioia tra le spalle del malato.
E cautamente adagi Marcello con la testa sul guanciale, stette a fissarlo; mentre egli, allungata la destra a lisciarle il mantello di pelliccia, ne rivolse un lembo, ne guard la fodera di seta violetta a grandi fiori. La camera era ben messa, con buoni mobili, nitida; saliva di tanto in tanto lo strepito del tram, ma ci si poteva abituare.
Guendalina si rassicur.
D'un tratto si sent prendere la mano. Il ragazzo non diceva nulla, ma si attaccava repentinamente a lei, un istinto che non poteva, che non voleva pi tacere.
Ella abbandon la destra sulla coltre; egli le tolse il guanto, e la tenne.
Guendalina pens che non si sapeva fin dove sarebbe arrivato, aiutato dalla febbre, s'ella non avesse avuto i nervi saldi.
Egli disse:
Vorrei che si togliesse il cappellino, per vedere la sua testa.
Ella rispose con un fremito, ma sorridendo:
No, caro!
Rison il campanello in anticamera e Guendalina si alz.
Temo si stanchi troppo, Marcello! disse. Vengono troppi amici.
S. Dir che ricevo soltanto Giampietro e Carlo.
Giampietro solo, concesse Guendalina, perch di Carlo Provana non si fidava
Giampietro solo!
Io torner, promise la giovane.
Domani? fece Marcello, le guance arrossate subitamente dal desiderio di riaverla.
Ella si chin verso di lui con impeto, ma riusc a vincersi.
Appena sia possibile. Mi crede?
Tutto; credo tutto, quando parla lei! esclam il malato.
Poi aggiunse, fermamente:
Non guarisco se non la vedo.
Guendalina gli pass la mano sui capelli due volte. Quindi si ritrasse e usc, sentendo gli occhi di Marcello che la seguivano, la chiamavano..
Incontr la padrona dell'appartamento, la quale camminava come a caso nell'anticamera; e la preg di aver cura di lui.
La padrona, una sentimentale coi capelli di cotone; lev lo sguardo al cielo.
Quel bambino, cos buono e cos bello! Dicono sia la speranza della nostra Universit. Non dubiti, signora! Nessuno ha mai sorbito un brodo come quello che faccio io!
Guendalina sorrise e salut con un amabile cenno del capo.
Torn l'indomani....
Ascolta, ella disse a Marcello, quando il giovane fu guarito. Io non posso venire pi qui...
Marcello si fece pallido in volto, stendendo le mani verso Guendalina.
Clmati, arabo! questa seguit con un sorriso. Sono tua, lo sai. Come sbito t'inquieti, senza lasciarmi finire! Non posso venire pi, in via Emilia, con la carrozza.  una follia. Devo dei riguardi, se non altro, ad Adelmo. Bisogna che tu cambi casa.
E fin che non ho trovato?... esclam con voce trepida Marcello.
Hai trovato! Ho trovato io per te. Mi hai visto parlare, a pranzo, ieri, con Giampietro Cravello? Ho appreso da lui, a proposito di non so quale pettegolezzo, che c' un bell'appartamento mobiliato in via Modonella. Va, e affittalo subito. Io posso venir l pi comodamente, anche a piedi.
Tutti i giorni?
Tu mi fai domande, che non meritano risposta, osserv Guendalina, alzando a maniera di minaccia l'indice destro.
Egli si gett a' suoi piedi, sullo sgabello, le baci i ginocchi e le mani.
Va! incalz Guendalina. Va a vedere, fa presto: combina tutto. Stasera vieni a prendere il t, e mi dirai. Arrivederci, arabo!
...
Carlo Provana, durante una serata in casa Pieretti, s'era lasciato scappare una frase un po' troppo leggera sul conto delle sorelle Drusba, Fulmen e Magda.
Guendalina con la quale egli parlava, dissimul la sua indignazione. Volle sapere, sperando di poter confondere il maldicente. Scrisse a un parente di suo marito che conduceva vita in grande a Roma e aveva fama di conoscere tutti, in alto e in basso.
La risposta tard poco.
Se conosco le sorelle Drusba? E chi non le conosce? Sono le due pi belle mondane vi piace l'eufemismo, cara cugina? di Roma: giovanissime, elegantissime, audaci, lanciate. Una si chiama Fulmen, l'altra Magda. Dicono ci sia anche un fratello, ma non si vede mai. Dicono ci sia anche una madre, pur giovane, ma sta nell'ombra, tira i fili, e forse fa quello che fanno le figlie... Ma come vi interessate voi di questa gente? Mi spiegherete l'enigma a una prossima vostra gita a Roma, o non me lo spiegherete, perch io non sono curioso.
Guendalina lesse due volte, sbigottita, esterrefatta.
Il suo povero Marcello, il suo povero ragazzo, che voleva far grande il nome dei Drusba e smaniava di arrivare, perch i Drusba non sono che gente rispettabile, aveva due sorelle di tal fatta!
Ingenuo e credulo, ignorava ogni cosa. Come? L'avevan tenuto sempre in collegio; dal collegio, sbalzato all'Universit; da Roma a Modena.
Aveva contro di s tre donne legate dai medesimi segreti e dal medesimo interesse; e Guendalina era troppo intelligente per non capire che a giuocarsi un ragazzo ignaro, di donne ne basta una.
Egli non sapeva; e tuttavia non era contento.
Nelle ore di confidenza, abbandonato il capo sui ginocchi di Guendalina, aveva parlato qualche volta della sua famiglia con malinconia; ma ella pensava allora che la madre e le sorelle non lo comprendessero, non fossero capaci di levarsi fino all'altezza del suo sogno.
Infatti, Marcello si lagnava perch Fulmen e Magda non s'interessavan di nulla se non di passeggiate e di gale, e la mamma le lasciava fare.
E diceva che dovevano sposarsi; e si meravigliava che tanto belle e tanto buone, non avessero ancora un fidanzato.
Ora Guendalina, bruscamente, aveva appreso la verit intera! e una tenerezza infinita s'aggiungeva alla passione per Marcello Drusba.
Che sarebbe avvenuto? Quanto tempo avrebbe egli potuto durare in quella illusione? E, messo di fronte alla realt, che avrebbe fatto?
Il giorno stesso ch'ella aveva ricevuto la lettera, spietata nella sua fredda precisione, doveva esser giorno di festa per lei e per Marcello.
Questi aveva preso in affitto il piccolo appartamento di via Modonella; due stanze e il bagno; un angolo silenzioso e deserto della citt; casa senza portiere.
Probabilmente altri amori, altre angosce, altre speranze eran nati ed eran morti tra quelle pareti. Marcello aveva scoperto sul vetro d'una finestra, inciso col diamante: Fido in te... Contro tutti... Speranza....
Doveva esser giorno di festa, per la maggior pace che il luogo dava agli amanti. Ed ecco, l'orrore! ed ecco, lo spasimo!
Quando fu in istrada per recarsi al convegno, cheta, cheta, con andatura di persona che cerca qualche cosa nelle mostre dei negozii, Guendalina fu ripresa dallo spavento di quella rivelazione. Le due pi belle mondane di Roma. E mondane era un eufemismo!
Aprir gli occhi a Marcello? Dargli ella stessa la pugnalata? O crescere intorno a lui le tenebre e ribadire l'inganno, complice involontaria di quelle tre femmine, che non aveva mai visto e che sperava non vedere mai?
Arabetto, arabetto, dove sei? disse entrando, poich l'uscio era socchiuso.
Egli le corse incontro e l'abbracci; poi la condusse per mano:
Vedi quanto disordine? Nulla  ancora pronto; ma tu mi scusi, amore? Quest'appartamento sar una delizia, tra poco. Vado a Bologna, compero tante cose belle e le porto qui.
Quali cose? interrog Guendalina, levandosi la pelliccia.
Tappeti, armi, gingilli, lampade, poltrone, cuscini, sgabelli: ho pensato!
Guendalina sorrise.
Il letto era grande senza spallette, come un largo divano; e la giovane vi prese posto, allungando le gambe sul tappeto. Russava in un angolo una stufa di terracotta, e dalla fessura dello sportello occhieggiava rossa la fiamma con guizzi gialli.
Tu credi che i gingilli e i cuscini mi attrarranno di pi, piccolo selvaggio? disse Guendalina sorridendo.
La tua casa  molto bella.
Ma questa non  la mia casa, e non vorrai certo acquistare un palazzo per ricevermi.
Potessi! esclam Marcello con una sincerit, che tocc la donna.
Hai molto danaro? ella fece, involontariamente.
S, molto: me ne mandano sempre da casa, senza che io no chieda.
Guendalina abbass il capo.
Ecco il dramma vero, pel quale bisognava aprir gli occhi al ragazzo: quel danaro di cui non si sapeva l'origine e pioveva cos abbondante come non se ne volesse neppur sapere la fine.
Un'altra idea, atroce, attravers il cervello dell'amante.
Si studiavano di inebriarlo col danaro? Si studiavano di creargli intorno tali abitudini ch'egli ne diventasse schiavo, alla medesima guisa ch'esse erano schiave del lusso e del vizio? Speravano che il vizio circuisse anche lui, figlio e fratello? Di modo che il giorno in cui scopre, sa tutto, minaccia, il pericolo di veder crollare l'edificio delle sue mollezze lo fa tacere; e il giovane onesto diventa manutengolo... Questa  la trama? Questa  la spiegazione della pioggia d'oro?
Ah no, sono troppo cattiva! si lasci sfuggire Guendalina a voce alta.
Che hai? disse Marcello stupito, tralasciando di cercare tra i capelli le forcine, perch la chioma si sciogliesse di repente, come a lui piaceva.
Sono troppo cattiva perch... perch non ti lascio far ci che vuoi: il tuo pensiero  gentile, vorresti ricevermi in un palazzo, e io intanto non apprezzo le tue piccole cure. Tu sei tutto per me, non  vero?
Marcello rise gaiamente.
E per chi dovrei essere? esclam. Valgo tanto poco; non hai fatto un grande acquisto! Ma l'amore  stato pi forte d'ogni ragionamento.
Si rabbui.
Viveva in pieno adulterio; aveva tolto la moglie a un amico, il quale la teneva forse carissima.
Siede alla tavola del conte, usa dei suoi libri, qualche volta della sua carrozza, fa parte degli intimi, gode dell'ospitalit la pi delicata, perch il conte Adelmo  grande signore nell'animo.
Ed egli, Marcello, che ha sognato la vita intera come lealt cavalleresca fino a serbarsi puro per la donna unica, tresca con la moglie dell'amico; fa con lui la commedia quasi ogni giorno, e quasi ogni giorno ha sulle labbra un calor di baci, nelle vene una fiamma, che Guendalina sola pu assopire.
Pi forte d'ogni ragionamento, ripet.
La giovane lo fiss. Non le era difficile comprendere ci che egli pensasse, perch sapeva dei suoi scrupoli e ne temeva una rivolta. Ma in quel momento si chiedeva come mai, a fianco delle due mondane, (e mondane era un eufemismo!), fosse nato un fiore di sensibilit.
Tutta la protervia di quelle diventava in lui squisitezza, amabilit, coscienza; smodato egli ne' suoi propositi d'onest, smodate quelle nel rapido dissolversi d'ogni ritegno; dall'una parte e dall'altra, una forza, una pertinacia, questi pel bene, quelle pel male, che non avevano speranza di trovarsi di fronte se non per combattersi.
I capelli biondi di Guendalina si sciolsero, e piombarono in massa per le spalle. Marcello ne fu distratto; sorrise; ma la giovane lo ferm:
Avete grandi fondi nei dintorni di Roma? interrog tenuta ancora da' suoi dubbii.
S a Genzano; ma mi hanno detto a casa, che pap ne ha venduti parecchi, con una gherminella legale che non ho capito bene, confess Marcello.
E del tuo pap non ti sei mai curato? soggiunse Guendalina.
Di pap?...
S'interruppe, guard accorato l'amante.
Oh, Guenda, egli disse, perch mi fai parlare tanto della mia famiglia, oggi? perch vuoi che diventi malinconico?
No, no, non diventare malinconico! esclam la giovane fremendo. Ti chiedo scusa!
Lo afferr per il busto, lo trasse a s, lo baci sulla bocca.
Se rifiuti il mio amore, che ti resta? ella esclam disperata...
...
Fulmen gli scrisse che aveva pensato di fargli una sorpresa, ma temendo non giungesse sgradevole, gli svelava il segreto. Intendeva venire a Modena a trovarlo e condurre anche Magda. Aveva dove alloggiarle? Sarebbero scese all'albergo o egli poteva offrir loro un asilo in quell'appartamento di via Modonella, di cui parlava qualche volta nelle sue lettere?
Marcello, soddisfatto, raccont questo piccolo prossimo avvenimento a Guendalina.
Erano in casa di lei; intorno alla contessa, dame e signori; la contessa gaia, giovane, bella, pareva l'imagine della felicit.
Marcello, ammirandola da lontano mentre fingeva d'ascoltare le chiacchiere di altri giovani, n'era orgoglioso.
La sua superbia di maschio, un sentimento inferiore e pur gagliardo, nato in lui con la rivelazione dell'amore, si sentiva deliziosamente blandita da quella leggiadria che gli apparteneva in ogni particolare.
Senonch, data in un momento opportuno la notizia:
Fulmen e Magda vengono a trovarmi.
Dove? fece Guendalina con voce sorda.
Qui, a Modena!
Ella impallid; il suo bel sorriso le mor sulle labbra.
Vi dispiace? mormor attonito Marcello.
Domani, sussurr Guendalina.
E volgendosi a una fanciulla, che s'avvicinava alla tavola:
Con poco latte, non  vero, Fausta?... Drusba, mi aiuti: questa tazza alla contessa Cllari, laggi!
Poi per l'intera serata dovette penare a riprendere la sua disinvoltura consueta. Ma chiacchierando e occupandosi degli ospiti, di tratto in tratto le tornava il pensiero dei quella visita improvvisa.
Fulmen e Magda a Modena! Erano bellissime: ne avrebbero parlato tutti. E che fare?... Invitarle?... Assurdo, pazzesco, impossibile! Non invitarle? E come spiegare a Marcello? Egli le adorava, nonostante una certa severit nel giudicarne l'intelligenza frivola. Ma ella, no, non poteva accoglierle in casa, poich sapeva. Le due pi belle mondane di Roma! Ah no, in casa sua, no!
Si parlava intorno a lei dello spettacolo al Comunale, opera e ballo; artisti di prim'ordine, orchestra eccellente. Guendalina diceva di tanto in tanto una frase, ma seguiva il suo pensiero.
Non rimaneva che una salvezza; persuadere Adelmo a partire con un pretesto. Adelmo aveva comperato da poco un vasto fondo nelle Puglie, presso Gallipoli, e ancora non se n'era occupato di proposito.
Guendalina poteva spingerlo a quel viaggio, il quale sarebbe durato abbastanza perch le sorelle Drusba arrivassero a Modena, vi rimanessero qualche tempo e se ne tornassero a Roma.
Le cuoceva molto non veder Marcello per lunghi giorni, quantunque fosse sicura di lui; epper non sarebbe partita se non per necessit.
Ha una voce pastosa, ricca, elastica, diceva qualcuno intorno a lei. Io l'ho udita l'anno scorso a Milano e la trovo ora nel suo miglior momento.
Non  vero? conferm Guendalina. A me piace molto la Subirow.
...
Marcello le and incontro, non appena ella varc la soglia, l'indomani, un poco inquieto.
Perch ti stupisci tanto che le mie sorelle vengano a trovarmi? interrog dolcemente. Iersera mi sei parsa sconvolta, e stanotte non ho potuto dormire.
Oh, il mio bambino! esclam la giovane con un sorriso. Non capisce nulla, lui!
C'eran due larghe poltrone, comperate da Marcello a Bologna; c'eran cuscini di seta, gettati a terra sul tappeto, morbidi e tondi; c'erano avorii e bronzi giapponesi. A poco a poco, con un gusto sicuro, la cui rivelazione divertiva lui stesso, egli avrebbe creato un grazioso asilo d'amore in quel piccolo appartamento senza carattere.
Guendalina si tolse la pelliccia, i guanti, il cappello. Sedette in una poltrona. Marcello accatast i cuscini a' suoi piedi.
Ce ne voglion quattro, lo sai, per giungere fino a' miei ginocchi, osserv Guendalina sorridendo.
Egli cerc il quarto, a circoli rosa e neri, nella camera da letto: lo port nel salottino e lo gett sugli altri: poi si accovacci, prendendo le mani sottili dell'amante nelle sue.
Quando arrivano? cominci ella.
Non appena io abbia telegrafato che le aspetto.
Vedi: e durante questo tempo, scusa il mio egoismo, io non potr venire a trovarti.
Perch?
Perch? Ma esse sono qui, in casa tua...
Qui, in casa mia? Ah, no! disse risolutamente Marcello. Non  possibile; non sarebbe onesto.
La giovane si sent stringere il cuore, e scrut Marcello, aspettando.
Ti pare, Guenda? egli seguit. Io potrei in questo salottino, sul divano, e mi ci adatterei volentieri. Ma esse dormirebbero nel nostro letto. E far dormire le mie sorelle...
...innocenti, sugger Guendalina.
Le mie sorelle innocenti nel letto del nostro amore, no, Guenda, non sarebbe onesto!
 vero! annu l'amante.
Ma la gola le ardeva, ma una vergogna e un rancore le tremavano dentro a furia.
Quelle due spudorate che si davano forse ogni giorno in un letto diverso, e rubavano intanto al fratello onori e titolo di vergini, eran dunque allontanate da lei, come dalla peccatrice invereconda, che poteva contaminarle; come dalla adultera, alla quale non resta che chinar la fronte innanzi alla purit intatta!
Nulla valeva, nemmeno agli occhi dell'amante, l'immensa tenerezza di lei, che copriva gli ardori, i trascorsi, le follie della passione.
Marcello avrebbe ragionato e agito opportunamente, se le sorelle fossero state ci ch'egli credeva. Ma esse erano tali donne, che Guendalina non avrebbe osato dar loro la mano, n riceverle in casa sua, n confessar di conoscerle. E in questo malinteso c'era qualche cosa di schernevole e di terribile.
 vero! ripet la giovane. Ma tu sei ingeneroso.
Io?... Io sono ingeneroso con te? esclam spaventato Marcello.
Potevi trovare un pretesto, senza creare un paragone tra me, che ho commesso la colpa di amarti, e le tue sorelle che sono il candore. La verit non si pu sempre dire cos, crudamente. Qualche volta ferisce.
Sent che stava per piangere, e non volle. Si alz di scatto, piantando Marcello sui cuscini, e and a guardare una piccola marina, acquerello inglese.
Bella! disse. L'hai comperata a Bologna o qui?
Marcello strinse le mani angosciosamente, e non si mosse.
Ascoltami! fece supplichevole. Tu sai tutta la mia vita; sai i miei propositi. Io non voleva essere come gli altri, e non gi per orgoglio, ma per dovere. Oggi sono come gli altri, l'amante d'una donna maritata, e bisogna che le mie sorelle non lo suppongano, non lo sospettino mai, o io non potr pi essere la loro guida e il loro maestro.
Guendalina torn a sedere nella poltrona, Marcello torn a prenderle le mani, ma con tal forza, ch'ella disse:
Mi fai male!
Egli allent la stretta.
Le mie sorelle hanno bisogno d'una guida e d'un maestro seguit. Io tremo per loro,
Non me l'hai mai detto! osserv la giovane, guardandolo.
No, non te l'ho detto mai: era inutile. Ma la libert di cui godono per la debolezza e l'insipienza della mamma  pericolosa. Si serbano pure come gigli,  vero; ma non conducono la vita che io ho sognato per loro, e non hanno ancora un carattere cos temprato, che io possa essere contento. Una, Fulmen,  bugiarda; l'altra, Magda, una bambina, sotto il giogo tirannico di Fulmen.
Guendalina ascoltava avidamente.
Dunque, cieco, cieco del tutto, Marcello non era! Ed ella fu stupita d'udire ch'egli seguitava con lucidit angosciata:
C' qualche cosa intorno a me, in casa mia, che non so esprimere: come una nebbia. Non mi si dice mai la verit!...
Si alz in piedi, con slancio: fremeva, gli occhi lucidi; il volto rischiarato:
E tu sai, tu sai, che la verit ha una forza spaventevole, la forza d'un esplosivo, che serve in pari tempo a distruggere e a edificare!... Ci che mi si nasconde, io non so capire... Ma tutte le menzogne di Flumen e di Magda cadono a una a una, a breve distanza dal momento in cui le pronunziano; e la verit che vi si sovrappone  ancora monca, incomprensibile per me... Fanno per giuoco? Mentono pel gusto di mentire? E allora sono cattive! Non vogliono ammettermi nella loro confidenza? E allora hanno qualche cosa da nascondere... Che cosa?
Passeggiava nervosamente per il salotto, confessandosi a s medesimo.
Guendalina lo seguiva degli occhi, presa e scossa dall'apparenza di lui.
Non era pi il ragazzo, il bambino, l'amante avido di baci, ma un uomo, che, assaporata l'amarezza della solitudine morale, ne attinge una forza di volont decisa, invece che lo scoramento e la delusione.
Ti confido tutto, Guenda, egli seguit, tutto il mio male, perch tu veda in che stima ti tengo, e mi perdoni se m' sfuggita qualche parola scortese.
Io non ricordo pi nulla, disse l'amante. Non sento che la tua sofferenza e la comprendo.
Egli venne a porsi coi ginocchi sui cuscini. La giovane gli afferr il capo e lo baci teneramente tra le sopracciglia.
In ogni caso aggiunse egli, riattaccandosi al pensiero delle sorelle, io devo formar loro una coscienza. Non l'hanno. Credono che la vita sia divertimento; ridono d'ogni cosa. In me, hanno fede. In me, non precisamente, ma nel mio avvenire e nel mio gusto pel lavoro; se le annoio con qualche osservazione, si ribellano.
S'interruppe, riflett un istante, poi corresse:
Ma io ho torto a parlare d'ambedue alla stessa stregua. C' differenza fra l'una e l'altra. Fulmen  cattiva. Magda no. Io l'adoro, Magda, la mia piccola, perch ha un'intelligenza e un sentimento, che mi dnno grande speranza. Far tutto per lei... Ella pu capirmi e mi ricompenser. Ogni volta che io la lascio, ne ho un vero tormento, perch ricade sotto l'impero nefasto di Fulmen, la quale ne dispone come di cosa sua.
E la mamma? interrog Guendalina, risoluta a vedere fin dove il timore di Marcello era giunto.
Ecco: la mamma! egli ripet come confuso. Io rammento ch'era energica e forte: ella ci allev, in mancanza del babbo, con molta disciplina; durante le vacanze si studiava, le mie sorelle e io, i nostri svaghi avevano i giorni e le ore ben determinate. Fulmen e Magda non godevano che di una libert giusta e non guardavano gli uomini in faccia. Poi, a poco a poco, la mamma s' cambiata. Ora non la riconosco pi; debole, indifferente, silenziosa, lascia la direzione della casa a Fulmen, che ne fa una tirannia; ma se mi lagno, corre ad aiutar le mie sorelle contro di me e le difende con una risolutezza, che oggi mi sembra strana. Non  risoluta se non a mio danno. Alle mie sorelle tutto  concesso; perfino di dormir fuori la notte, in casa di amiche, il che non mi piace. A me non  stato concesso nemmeno di studiare a Roma; se io sono qui, si  per volont di mamma e di Fulmen, alle quali il mio amore per la casa e la famiglia sa forse di inframmettenza.
Guendalina volse il capo, a nasconder la commozione che le faceva lucenti gli occhi.
Ma egli, pens ha gi in mano tutti i fili della ragnatela che lo avvolge; ha gi sentito la nebbia, il mistero, l'ambiguit della sua casa! Non pu ancora concludere.
No, prima di ammettere la disonest della madre e delle sorelle, un galantuomo brancola penosamente nella tenebra; qualunque ipotesi alligna nel suo cervello, prima che l'ipotesi del disonore, e d'un tal disonore! Forse l'istinto medesimo ripugna, i medesimi legami di sangue gli impediscono il sospetto; e con tutti i fili in mano, non sa veder la ragnatela.
Che pensi? egli chiese.
Penso, disse cautamente la giovane che tu ti assumi un cmpito, il quale non ti spetta. Guida e maestro alle tue sorelle? Ma esse sono maggiori di te...
Minorenni ambedue, interruppe Marcello.
E c' una mamma, la quale ha una responsabilit e un'esperienza. Tu sei uscito ieri dal collegio, torni a casa, e pretendi che mamma e sorelle ti obbediscano...  un po' troppo!
Io esco dal collegio, torno a casa, e trovo che le mie sorelle mancano d'educazione morale e che mia madre  rintontita! esclam il giovane, alzandosi e camminando nervosamente pel salotto. Questa  la storia autentica. Lasciamo il giuoco dell'et: Fulmen non ha vent'anni, Magda non ne ha diciannove... Guenda, tu dimentichi che sono mie sorelle, che si chiamano Drusba come me, che gi mio padre, un Drusba, ha commesso la cattiva azione di abbandonarci tutti. E io tremo che i suoi istinti e la sua sete di godimento a qualunque costo non sian passati col sangue nelle vene di quelle due figliuole! Capisci? Se ci fosse, se le mie sorelle avessero a dimenticar le leggi dell'onest e dell'onore, Guenda, io ne diverrei pazzo o ne morrei!
Guendalina si lev pronta, impallidita, e s'avvicin all'amante.
Non pensare! disse con voce supplichevole, mettendogli la destra sopra una spalla e guardandolo. Non pensare! E sopratutto, non credere che tu sia uomo da impazzire o da morire per una sventura. Tu sei un forte, e le colpe degli altri ti toccano, ma non ti piegano.
Perch mi dici questo?
Dico in generale, non certo pensando alle tue sorelle attenu Guendalina con naturalezza. La sventura  ospite di tutti, ma quando giungesse a te, ti troverebbe dritto, pronto, bello, come ora!
Marcello abbracci l'amante e la baci sulla bocca.
Forse  vero, disse. Ma tu non sai quanto io sono suscettibile pel nome dei Drusba...
Rise, d'un tratto; prese posto in una poltrona.
Figrati, seguit che sere sono leggevo una storia molto accurata dell'assedio e presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1480. Ebbene, tra i pi feroci guerrieri, sgozzatori di cittadini, carnefici di preti, violatori di fanciulle, non trovo menzionato il nome d'un arabo, Scheid Drusba? del quale si racconta che facesse morire tra lenti spasimi le vergini di cui aveva abusato. Tu credi che quella notte non ho dormito?
Guendalina venne a sedere sulle ginocchia di lui, ed egli la tenne, passandole le braccia attorno al busto.
Pensavo, seguit a quel mio antenato, che apriva i ventri candidi col suo pugnale e studiava l'agonia negli occhi delle fanciulle; e n'ero offeso e sdegnato. Dopo pi di quattro secoli,  un po' grottesco, non ti pare?
E tacque. Vedeva pur negli occhi di Guendalina accendersi una fiamma all'imagine di quei ventri rosei squarciati, di quei seni sanguinanti. E dentro la bionda amante gentile si svegliava un istinto di volutt feroce, che le metteva fuoco sulle labbra e nei fianchi.
Drusba! ella mormor. Scheid Drusba!...
...
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Capitolo 9.
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...
Fulmen balz dal treno ridendo, abbracci suo fratello, respinse Atteso, che le si arrampicava scodinzolando alle gonne, salut due signori i quali le porgevano le valige, trasse dalla borsetta a mano uno specchietto e vi si diede una occhiata fuggevole, giudic Modena dalla stazione troppo piccola, e rise di nuovo. Magda, pi calma, si gett fra le braccia di Marcello e lo baci quattro volte sulle guance, poi si curv a fare una carezza al cane.
 diventato pi bello, sai? disse con un sorriso.
Dove andiamo? interrog Fulmen quando ebbero preso posto nella vettura a pariglia, e le cappelliere e i bagagli a mano furono caricati.
A casa mia, rispose Marcello.
Seguendo un consiglio di Guendalina, la quale aveva osservato non esser prudente lasciar sole due cos belle creature in un albergo, Marcello s'era deciso a offrir loro l'ospitalit nel suo appartamentino; e pensava che ogni giorno bisogna conceder qualche cosa alla vita, al mondo, alle debolezze degli altri e alle proprie.
Ma Fulmen chiacchierava senza posa.
No, Modena era una bella citt, dalle vie spazio e ben tenute.  un errore giudicar le citt dalla sgoma della stazione. Avevano incontrato quei due signori molto garbati, in treno, che volevano scendere essi pure a Modena, i due stupidi! Uno faceva la corte a lei l'altro a Magda. Poi nel corridoio era un viavai di gente a guardarle, come non si fossero mai viste viaggiar due signorine.
Vi siete dipinte? interruppe maravigliato Marcello, che sedeva nella vettura di fronte alle sorelle
Dipinte, no. Sai, per la polvere del treno.... spieg Fulmen.
Come, no? Le vostre labbra hanno il colore del cocomero e le sopracciglia sembran ripassate con l'inchiostro! Tu Magda, sei grottesca!
Magda arross. Per imitar la sorella, si dava rosso e nero a tutto spiano, indurendo le fattezze e invecchiandosi.
Fulmen seguitava il suo chiacchierio.
Marcello fece un gesto di saluto con la mano.
 Giampietro, disse. Il mio solo amico: Giampietro Cravello, studente di medicina.
Dio, quella barba! rilev Magda, guardando Giampietro che, fermo all'angolo della strada, si levava il cappello. Gli uomini con la barba per me non esistono.
Non dire sciocchezze, ammon Marcello.  un giovane onesto, serio, di poche parole. Giudichi gli uomini dal pelo che hanno in faccia?
Magda e Fulmen scoppiarono in una risata.
Indossavano, ambedue, spolverini di seta bigia, imbottiti, chiusi alle maniche; in testa avevano piccoli cappelli col velo sollevato fino alla punta del naso; apparivan le bocche sotto, rosse e pure; e dietro il velo, gli occhi grandi, pieni di luce.
Marcello pens: Queste due mi metton sossopra tutta Modena coi loro visini! S, sarebbe stata una follia lasciarle all'albergo!.
 la via Modonella? domand Fulmen quando giunsero. Tu abiti qui?
Guardava la strada stretta, silenziosa, deserta. Atteso si gett dalla carrozza per fare gli onori di casa, abbaiando a squarciagola: e precedette su per le scale, volgendosi ogni poco, la compagnia.
Le due fanciulle s'accomodarono subito. Videro il letto grande, le poltrone, i cuscini, tutti gli arnesi della pigrizia e si allietarono.
Magda aperse le valige; Fulmen, a ginocchi, prendeva la roba sulle braccia. Non avevan voluto che Carlotta, la domestica la quale faceva i servizii presso Marcello, prestasse loro aiuto.
Tu va a preparare il bagno! ordin Fulmen.
Nel riporre la biancheria di seta dentro il cassettone, Magda trov una forcina sottile, d'oro; poco pi tardi un'altra ne trov Fulmen sotto il tappetino a fianco del letto.
E chiam Marcello, il quale stava leggendo nel salotto.
D a Carlotta che rifaccia meglio le stanze, consigli Fulmen con un sorriso, mentre mostrava tra il pollice e l'indice della destra le due forcine. Se io fossi un marito, saresti fritto!
Marcello arross, confuso.
Ce la farai conoscere, la tua amante? preg Magda con ingenuit.
Siete pazze! Non ho amanti! ribatt Marcello irritato.
E i corpi del delitto? incalz Fulmen ridendo.
Magda, la quale aveva indossato un accappatoio sulla sottanella rosa, usc per recarsi al bagno.
Qual delitto? rispose Marcello. Qui vengono studenti con le loro sorelle o le loro mamme, qualche volta. Nulla di pi facile...
Oh perch ti schermisci tanto? fece Fulmen attonita. Che male c'? Sei un prete o un frate? Devi pur vivere!
Ella anche indossava una breve sottana di seta, le cui bretelle le incorniciavano il petto nudo. Mentre aspettava di prendere il bagno dopo Magda, sedette in una delle poltrone, quella che Guendalina occupava di solito.
Del resto, sappiamo, continu Fulmen.
Aveva nelle mani un astuccio d'oro, ne trasse una sigaretta, l'accese, ne offerse un'altra a Marcello, che rifiut con un gesto.
Fai male a non fumare, ella osserv. Si passa il tempo.
Fai male tu, a fumare, invece! replic Marcello.
Io fumo assai; anche Magda fuma assai, disse Fulmen placidamente. Sei un giovane inverosimile!
Accavall una gamba sull'altra, colloc uno dei cuscini dietro le spalle, vi affond il capo; e cos, mezzo discinta, rimase a guardar le nuvolette di fumo che ondulavan nell'aria.
Quell'atteggiamento, quella sicurezza indifferente, quella posa audace, rammentarono a Marcello qualche figuretta di donna, che aveva gi veduto.
Dove? A colori, sulla copertina della Vie Parisienne.
N'era stupefatto. Si chiese se un anno addietro, pochi mesi addietro, sua sorella avrebbe osato simile noncuranza davanti a lui: e dovette rispondersi che no, che Fulmen era peggiorata, che seguiva, consapevole o inconsapevole, i pi tristi modelli, gli esempii pi inverecondi.
Fu ripreso da un'idea:
Sapete?... disse. Che sapete di me?
Fulmen lo guard.
La ricevi qui, la tua contessa? interrog sorridendo. Mi dispiace che per questi giorni dovrete privarvi del piacere. La colpa non  mia; noi potevamo benissimo alloggiare anche all'albergo. In ogni modo, la inviterai a prendere il t. Vogliamo conoscerla.
Ma che dici, Fulmen, che dici? esclam il giovine.
Trepidante e angosciato si lasci cader nella poltrona vicina a quella di Fulmen.
Davvero, non capisco il tuo terrore! osserv Fulmen. Hai per amante una contessa, la pi bella e la pi giovane dama di Modena. Noi a Roma sappiamo tutto! E che ce ne importa? Devi forse render conto di queste sciocchezze? Te ne parlo, perch Magda non finisce pi di sciacquarsi, e bisogna pur parlar di qualche cosa.
Ma no, Fulmen, non  vero! Ti assicuro, Fulmen... balbett Marcello.
Suvvia, tu che hai in orrore la menzogna, non mentire! insistette la ragazza con una lieve intonazione sardonica. Sono tua sorella, non un'estranea, e certo, non abuser del tuo segreto.
Carlotta apparve in quel momento, una donna grossa e tonda, dal volto acceso ridanciano.
La signorina Magda ha finito, annunzi. Ora preparo il bagno per lei, signorina Fulmen.
Magda entr subito, avvolta nell'accappatoio verde.
Non  vero che noi sappiamo tutto? fece Fulmen, rivolta alla sorella. Che Marcello ha per amante una contessa di qui?
Magda and allo specchio dell'armadio per allacciare i capelli, e non rispose.
Figrati che ha chiesto nostre informazioni, seguit Fulmen distratta.
Magda si volt bruscamente e le lanci un'occhiata.
Vostre informazioni? ripet Marcello come trasognato.
Ma che, ma che! interruppe Magda, avanzandosi. Non vedi che scherza? N lei n io non sappiamo nulla di contesse e di amanti.  un'idea che le  venuta in treno, per divertirsi un poco alle tue spalle. Tu sei cos credulo, che qualunque panzana, qualunque fantasia, ti par verosimile, povero mio caro!
Fulmen si alz e disse con indolenza:
Vado a prendere il bagno. Arrivederci, ragazzi!
Marcello attir Magda nelle sue braccia.
Mi dici il vero? interrog con desiderio.  uno scherzo?
Perch dovrei ingannarti? assicur Magda, sedendo sulle ginocchia di lui. E del resto, rifletti un poco: in qual modo potremmo noi, a Roma, saper cose tanto segrete? Non conosciamo che ragazze della nostra et, con le quali non parliamo certo di amori e di contesse.
E allora, Fulmen ha inventato ogni cosa per pigliarsi giuoco di me?
Ti dico.
E allora, Fulmen  molto cattiva?
Magda pass una mano dolcemente sui capelli neri del giovane, e ripet con voce grave:
S, Fulmen  molto cattiva!
Replic:
Molto cattiva!
Poi scosse il capo, si alz, e aggiunse con voce gaia:
Ora vattene! Devo vestirmi! Usciamo pel pranzo, non  vero?
Volevo dirti, preg Marcello, levandosi e tenendo ancora la sorella per una mano. Volevo dirti: ti metterai il rosso e il nero in faccia?
No, caro, ci ho gi pensato; non mi dipinger pi, se ti dispiace! promise Magda sinceramente.
Marcello l'afferr tra le braccia, la strinse al petto con impeto:
Speranza mia! disse. Unica speranza mia!
...
In quei pochi giorni, Fulmen e Magda misero davvero sossopra la citt, non solo per la bellezza e l'eleganza, ma per il loro contegno. Gli studenti e gli allievi della Scuola Militare le aspettavano in via Emilia o passeggiavano per via Modonella. Esse ridevano, gettando occhiate a destra e a sinistra, imperturbabili ai complimenti, spesse volte rudi, che giungevano fino al loro orecchio.
Erano sempre accompagnate da Marcello e da Giampietro.
Lo studente di medicina s'era offerto con piacere, comprendendo che Marcello solo non sarebbe riuscito a tener distanti quanto occorreva i pi arditi fra i compagni d'Universit. Ma il Cravello, risoluto, duro, capace di ripagare subito con un manrovescio un complimento troppo grossolano, bastava a far la guardia, ed essendo anche cauto, era rispettato dai colleghi.
Per consiglio di lui, al fine di evitare l'inutile corteggiamento d'una vera folla di giovani, Marcello pranzava in casa la sera con Fulmen e Magda: gli recavano dalla trattoria quanto occorreva.
La colazione si faceva fuori, presto, in maniera che non vi fosse intorno troppa gente. Le passeggiate, in carrozza a due cavalli sempre nei dintorni, che pur non sono belli nella pianura emiliana.
Ma queste precauzioni tenevano in continua vigilanza l'animo gi ombroso di Marcello.
Perch tutto il campo a tumulto? Che avevan Fulmen e Magda di diverso dalle altre signorine, parecchie delle quali non indegne d'un paragone con le Drusba? Forse una lestezza, una specie di ardire, un'ombra di malizia, che angustiavano Marcello e che le altre signorine non possedevano.
In verit, la folla dei giovani gustava un sentor d'alcova al passaggio di Fulmen e di Magda; un sentore, che per esser le due fanciulle vaghissime, non poco eccitante.
Marcello non aveva potuto ottenere che Fulmen smettesse di spatolar di nero le sopracciglia e di rosso le labbra. Ella se n'era fatta un'abitudine, alla quale dava grande importanza, mentre non ne dava alcuna a suo fratello.
Ed era lei, Fulmen, che la folla osservava pi insistentemente, perch come signorina riusciva ambigua e strana. Era lei, Fulmen, che tra Marcello e Magda pareva gi esperta, divorata da qualche interna passione, che ne faceva pi lucidi gli occhi.
Vi furono istanti in cui Marcello sent d'odiarla!
Non solo non obbediva alla volont di lui, ma aveva una volont sua, cos chiusamente gelida, ch'era di per s stessa un'offesa a qualsiasi altra volont. Onde, Marcello accalorato qualche volta a dimostrarle la bont d'una idea, aveva visto la sorella prendere il giornale e fingere di leggerlo; o alzarsi da sedere cantando e andar nella stanza attigua; o cominciare un discorso tutto vezzeggiativi con Atteso, che le faceva festa intorno.
...
Perch era dunque venuta a trovarlo?
Una sera glielo disse, spiccicatamente. Doveva pregarlo che per le prossime vacanze di Pasqua se ne stesse a Modena o andasse a vedere il mondo per conto suo. Mamma aveva intenzione di condur le figliuole a Rocca di Papa, ed egli non era uomo da spassi e da villeggiature.
Approvo! disse Giampietro Cravello.
Giampietro veniva tutte le sere sul finir del pranzo a sorbire il caff dagli amici, ed ora portava i cioccolatini, ora i marroni canditi, sempre lo zucchero per Atteso.
Marcello lo guard stupito.
La luce del salotto si diffondeva dalle pareti alle quali erano infissi due braccieri con lampade elettriche; illuminava pienamente Magda in una vestaglia rossa, e teneva a mezz'ombra il volto di Fulmen seduta in poltrona. Giampietro aveva preso posto sul divano a fianco di Magda.
Approvo! ripet Giampietro, lisciandosi la barba nera.
E il grande sacrificio? interrog Magda, che aveva notato il gesto.
Domani, promise Giampietro.
Quale grande sacrificio? chiese Marcello.
Mi faccio tagliar la barba.
Allora, tu approvi che non mi si voglia a casa? ripet Marcello.
Io, sono tre anni che non me ne occupo, della famiglia. Non  roba per noi, la casa. Dobbiamo camminare. Una cartolina illustrata per le feste, un telegramma se c' qualche cosa di nuovo, e ciascuno per la sua strada.
Ma alla mia casa io voglio bene!
Anch'io. Soltanto, non li disturbo, e non mi piace essere disturbato.
Segu un silenzio; la destra di Fulmen cerc in una scatola azzurra, ne trasse una manciata di cioccolatini.
A lei, scelga! disse la fanciulla, volgendosi a Giampietro. Meriterebbe di mangiarseli tutti!
Giampietro tolse quanti cioccolatini eran dalla mano di Fulmen, e cautamente, con rispetto, li pos in grembo a Magda.
Hai la mana della famiglia, tu! riprese, verso Marcello. E lascia andare, una buona volta; e lascia fare!
Ho due sorelle! ribatt Marcello Drusba.
Ed io, tre; ma c' la mamma; tocca a lei. Anche a casa tua c' la mamma; tocca a lei. Vedi, ora se le conduce a Rocca di Papa, che deve essere una bella campagna.
Magnifica! esclam, la bocca piena di cioccolata, Magda.
Dunque, lasciale vivere, queste figliuole! concluse Giampietro.
E tu, Magda? interrog Marcello.
A me dispiace molto di non averti con noi, confess Magda. Ma Fulmen la pensa cos...
Io? interruppe Fulmen, gettando all'altra un'occhiata fredda. Io non dispongo di nulla. Dobbiamo andare in campagna, e Marcello vi si tedierebbe. Dopo tutto, venga, se gli piace; nessuno lo respinger.
Sei molto gentile, fece Marcello ironico.
Gi nella strada echeggiarono strappi di chitarra e accordi di mandolino.
Fulmen ebbe un movimento come per correre alla finestra, ma la dura espressione di Marcello valse a rattenerla. Magda non s'era mossa.
Una voce sufficientemente limpida e intonata di baritono si sprigion dall'ombra della strada e sal, fra gli accordi di chitarra:
Bruna, dal d ch'io vidi...
La solita strimpellata! rilev Giampietro sbuffando. Se io non esco una sera e non li piglio tutti a pedate, voglio cambiar nome!
Per chi sar? disse Fulmen, che bruciava dal desiderio di farsi vedere.
La tua bellezza ardente...
Non per una fanciulla onesta, rispose Marcello fissandola.
Ecco il pedante! borbott Fulmen irritata. Che male fanno? Che disonest commettono? Cantano, alla luna.
Sar per la luna, fece Giampietro.
Amore di repente
Nacque, e la volutt....
seguitava, gi nella strada, il cantore che alla fine della strofa arrischi una nota troppo bassa coperta subito dalla cadenza della chitarra.
 una seccatura! osserv Marcello, udendo che i vicini aprivano le finestre e si affacciavano.
Fulmen guard Magda.
Credo sia venuto il giorno di tornare a Roma disse, accendendo una sigaretta e accavallando una gamba sull'altra. Diamo troppe noie a nostro fratello.
E che colpa avete voi, care? rispose Marcello con premura.
Fu interrotto dalla voce di baritono, che riprendeva:
Bionda fanciulla, dimmi...
Ma  bionda o bruna? esclam Giampietro.
Magda scoppi in una risata.
 per tutti i colori! fece allegramente. Per la prima che passa.
Lei intende gi tornare a Roma? interrog Giampietro dubbioso, volgendosi a Fulmen.
Dimmi se un giorno mai...
Ci siam trattenute abbastanza, abbiam dato abbastanza disturbo a Marcello, disse Fulmen.
L'amor che ti portai...
Per l'aria  carina! osserv Magda, la quale ascoltava attentamente la canzone.
Spiccica bene le parole, quell'animale! aggiunse Giampietro, fattosi buio in volto.
Nel cuor ti fiorir!...
Nel cuor ti fiorir!
E con una larga ondata di suono, alla quale diede qualche trillo sottile e petulante il mandolino, la voce si spense a poco a poco.
Ma sbito nella strada sorse una discussione vivace, non troppo dissimile da un diverbio; ed echeggi una risata. Pareva che i serenanti fossero per andarsene, quantunque seguitassero a discutere; quando una voce forte grid:
Volevamo dir bruna! Bruna fanciulla! Tante scuse!
Fulmen e Magda risero.
E un'altra voce, in falsetto, una voce acuta come uno strido, aggiunse:
Drusba! Le brune Drusba!
Ah no, fece Giampietro, balzando in piedi.Io vado a pigliarli pel collo! Dove siamo? Che si gridano i nomi delle signorine per la strada?
Lascia! disse Marcello un poco pallido, stendendo una mano verso l'amico. Faresti pi grave lo scandalo, e in ogni caso non tocca a te!
Dove siamo, dove andiamo? ripet irritato Giampietro, camminando in lungo e in largo. Tutte le sere sono qui, con canti e suoni; e va bene; la strada  pubblica! Ma non vengano a schiamazzare i nomi delle signorine! Questo non  permesso! Io li piglio per il collo!
S'avvi decisamente alla soglia, ripreso da un impeto d'ira.
Magda con un salto gli imped il passo.
No, non  vero? fece, mettendogli la destra dolcemente su una spalla. Non ci vuole compromettere, Giampietro? Mio fratello ha ragione...
Giampietro la guard, in quella vestaglia rossa, con quel visetto d'adolescente che gli occhi neri illuminavano: e sent una gran voglia di chiuderla fra le sue lunghe braccia.
Creda, signorina, che a pigliarli per il collo, non ci si perde niente! rispose.
Basta! interruppe Magda, fissandolo.
Egli s'acchet non senza brontolare:
Ci penso io domani. Ho riconosciuto le voci.
Fulmen era rimasta impassibile a guardar la scena, giudicando che esageravano tutti; ma aveva compreso il potere di Magda su quel grande, forte, ruvido Giampietro, e non ne era contenta.
Piuttosto, seguit Magda sedendo ancora sul divano a fianco dello studente, si faccia tagliar la barba, come ha promesso.
A che vale? rispose Giampietro. La signorina Fulmen dice che stanno per partire...
Fra due o tre giorni, conferm Fulmen.
Se la faccia tagliare ugualmente, per lei, ordin Magda ridendo. Ci guadagner sempre, parr pi giovane e d'estate non avr caldo.
Marcello non parlava, assorto.
Fulmen che aveva orecchio finissimo, ripet a mezza voce l'aria:
Dimmi se un giorno mai
L'amor che ti portai
Nel cuor ti fiorir!
...
Giampietro Cravello, rientrato quella sera nelle sue stanzette di via Ganaceto, lasci andar calci a tutti i mobili che gli si paravano innanzi, e accesa una lampada elettrica, si accasci in una poltrona a meditare.
Il turbamento, il dolore che lo avevan preso d'un subito all'annunzio della prossima partenza delle sorelle Drusba, lo facevan certo del malanno che aveva indosso: l'amore per la pi piccola, per Magda. Per l'altra, egli pensava, per quella vipera di Fulmen, non avrebbe sentito amore che il demonio. Fulmen non poteva accender se non desiderio e libidine, e non poteva soddisfare che la vanit d'un uomo abbastanza sciocco per metterla in mostra, e farsela portar via da un altro pi sciocco di lui.
Ma la piccola Magda aveva un fascino suo, tra di bambina e tra di donna, una tenerezza negli occhi, una grazia negli atti, un certo senso della vita, che insieme al temperamento vivace, ardito, arguto, faceva pensare a una personalit in formazione, di cui un uomo risoluto sarebbe giunto ancora a modellare definitivamente la linea.
Era quanto sperava Marcello: creare, alfine, e avviare Magda.
Ma non ci sarebbe riuscito.
Giampietro sapeva benissimo che la femmina riceve l'impronta dal maschio; che l'amore, nella sua essenza pi intima e pi profonda,  il solo mezzo per dominare la donna; che l'amplesso  la maniera pi persuasiva per trasformarla e condurla.
Ecco perch Marcello non riuscir mai nell'intento di plasmare le sorelle; non solo Fulmen, la quale ha la tenacit d'una sicumra che basta a s stessa; ma neppure Magda, che offre tante probabilit d'obbedienza e di imitazione. Perch Marcello non , non pu essere, di fronte a Magda e a Fulmen, un maschio.
 un fratello; cio per le due fanciulle, un individuo asessuale, a cui manca il segreto del dominio, la forza inoppugnabile e penetrante del possesso...
Privo di tal mala, si fa qualche volta noioso e insistente; privo di sesso, non ha una fedelt da offrire per una fedelt, non una virt di rinunzia per compensare una rinunzia.
 bellamente adultero; e predica la lealt e la purezza alle sorelle.
Dunque, non pu riuscire.
Fulmen e Magda si ribellano alla sua autorit: ed egli, ancor troppo ignaro di fisiologia, se ne stupisce.
Giampietro sapeva abbastanza di fisiologia e di psicologia per giudicare al lume di quella la disperata impresa di Marcello Drusba, e al lume di questa il suo proprio animo.
Non sarebbe gran male amare Magda Drusba.
Egli era benestante; poteva trasferirsi all'Universit di Roma e ammogliarsi senza aspettare la laurea e i redditi della professione; aveva abituata la famiglia a non pesare sulla volont di lui, anzi a far sempre ci che egli desiderava.
Ammogliarsi ancor giovane e seguir la propria inclinazione non sarebbe stato gran male.
Senonch, Magda Drusba era Magda Drusba.
Giampietro viveva troppo a fianco di Carlo Provana per non saper ci che si raccontava a Roma delle due sorelle; e pur data la parte giusta alle esagerazioni, rimaneva il fatto che le due sorelle egli le aveva vedute, conosciute, frequentate; e le frequentava tuttavia.
Soltanto la cecit d'un fratello non avvertiva che di signorine le sorelle Drusba avevano appena il titolo, se pur gli intimi, i maschi, lo largivano ancora alle due ragazze.
Una, Fulmen, era decisamente perduta; aveva gi in viso una impronta precoce, la stimmate d'un potere malefico. La sua bocca, la quale dava di prim'acchito un'impressione di purezza giovanile, veduta meglio significava l'egoismo, la crudelt, la mancanza di senso morale.
Giampietro, abituato dagli studii all'osservazione, studiava sempre le bocche per conoscere una persona, fosse uomo o fosse donna, il disegno e il color delle labbra, la maniera di schiudersi al riso, la frequenza del sorridere, la piega del disdegno e della minaccia, del sarcasmo e della freddezza.
La bocca di Magda non diceva che sensualit, sviluppata forse dall'occasione e dall'esempio, ma ancora semplice, senza perturbamento di anima e senza ricerca.
Forte, sana, fresca, ben nutrita, oziosa, Magda era sensuale; le piacevano gli odori acuti e l'amore, i cioccolatini e i baci, le carezze e le stoffe vellutate, la musica velatamente sentimentale e l'intrigo dolce, con molte lagrime e qualche ostacolo.
Poteva essere una onesta amante e non una buona moglie, ma diventare una buona moglie dopo essere stata una onesta amante.
Che doveva fare un uomo il quale ne fosse innamorato?
Giampietro abbandon la poltrona che l'aveva accolto, trov sulla scrivania quanto gli occorreva, e caric una bella pipa di schiuma.
Prima, per, passando innanzi a un grande specchio, il quale dominava un tavolo di marmo su cui molti grossi libri e un teschio che gli serviva da calamaio, si guard; nascose con le mani la barba per avere idea di ci che sarebbe parso l'indomani.
Non c' male, non c' male! disse ad alta voce.
Che fare, dunque?
Magda aveva simpatia per lui; si sentiva piccola, in bala sua, protetta con veemenza, quasi con ferocia, e avrebbe dormito sul suo largo petto placidamente, in una grande sicurezza. Di tanto in tanto, ella s'illudeva di esser pi forte, ma s'egli avesse potuto serrarla tra le braccia e baciarla sulla bocca, l'obbedienza le sarebbe venuta spontanea: vera femmina abbacinata, padroneggiata, condotta dal maschio.
Tale il sentimento di Magda per Giampietro.
Ma chi l'aspettava a Roma? Chi ne era l'amante? Quanti uomini l'avevano conosciuta?
E dunque, la strada si presentava netta, bianca, nella oscurit dell'avvenire: far di Magda un'amante oggi, e forse domani una moglie.
C'era Marcello.
A quel sognatore, a quell'illuso, a quel ragazzo vibrante di passione, dolorante d'infiniti sottili dolori, non si poteva strappare una sorella; colei ch'egli adorava, che gli dava ancora tanta speranza e tanto timore. (Si sentiva che di Fulmen aveva ormai intuito, senza forse rendersene ragione, l'irreparabile rovina e non osava nemmeno affrontarla).
Impossibile per un galantuomo frequentar la casa di Marcello e prepararsi il possesso di Magda, pur con un intento lontano di riabilitazione.
Marcello non  che un uomo onesto, pens Giampietro. Ed  incredibile quanto nuocciono alla societ gli uomini, i quali non sono che onesti! Da un altro mi potrei far comprendere, anche senza parole. Da costui  assurdo sperare qualsiasi luce. Egli mi direbbe: Matrimonio!. Io gli direi: Un momento!. Egli mi direbbe:  un'offesa!... Io gli direi... Che cosa gli direi?
Infuriato all'idea che non avrebbe potuto obiettar nulla, Giampietro abbandon nuovamente la poltrona; vide il teschio, dentatura perfetta, d'un poeta morto giovane, che gli serviva da calamaio, e lo agguant.
Io gli direi... ripet, stringendo forte all'angolo della mascella la cannuccia della pipa.
Aperse la finestra, scaravent il teschio gi nella strada:
Va a farti ungere, gli direi!
E stette ad ascoltar il colpo secco sul lastrico, il rumore delle ossa che balzavano come schegge aspre, insieme al tintinno del vetro che nel mezzo del cranio da tre anni accoglieva l'inchiostro e sostituiva il cervello.
...
Fulmen fu irremovibile. Volle partire. Aveva compiuto il suo incarico; aveva detto a Marcello di non venire per Pasqua a Roma, e non rimaneva dunque pi nulla da fare a Modena.
La via Modonella deserta e silenziosa; pranzare sempre in casa, camminare a capo basso per non irritare Marcello, scarrozzarsi per una campagna grigia, piatta, tra filari di pioppi argentei o festoni di viti, tutte cose, che non convenivano al suo carattere.
Volle partire.
Marcello pens che a Natale gli avevan detto di venir per Pasqua, e a Pasqua gli mandavano a dire di non venire affatto.
Se non avesse avuto Guendalina, la quale era riuscita a persuadere Adelmo per un viaggio nelle Puglie, e da Gallipoli scriveva ogni giorno, Marcello si sarebbe sentito infinitamente pi solo che quella sera di pioggia in cui, uscendo dal tepore dorato di Roma, era giunto a Modena.
Potremmo rimanere ancora qualche tempo, osserv Magda.
Tutto per lei andava bene.
Giampietro non mancava un minuto all'ora del caff. Fattosi radere, conservando solo i baffi, appariva pi giovane, anzi straordinariamente giovane, poich alle tempia e presso gli occhi non aveva n rughe, n grinze, n ombre.
Dopo quella sera in cui s'era udito echeggiar per la strada il nome delle sorelle Drusba, i serenanti non eran venuti pi a cantare:
Bruna, dal d ch'io vidi,
e Magda aveva compreso che, riconosciuti i colleghi, Giampietro li aveva tolti di mezzo con qualche minaccia.
Potremmo rimanere, essa osserv a Fulmen.
Questa diede una crollata di spalle e non rispose.
Ma pi tardi mentre le sorelle si coricavano, Marcello intese dal salottino attiguo voci concitate e sorde, una disputa di cui era impossibile distinguer bene le parole; e dur a lungo; poi s'ud un singhiozzare sommesso; poi silenzio; poi di sotto lo spiraglio dell'uscio sparve la luce.
Magda era vinta, come sempre.
Camminando agitato pel salotto, Marcello fece un gesto d'ira.
...
Giampietro Cravello corse alla stazione con due grandi scatole di marroni canditi.
Not lungo la banchina, a fianco del treno, Marcello che col capo levato discorreva, e Magda e Fulmen gi al finestrino.
Ma vedendolo giungere, Magda balz a terra e gli si fece incontro.
Non avevan nulla da dirsi. La sera prima s'erano scambiati i saluti e le promesse che fa chi parte a chi resta, pur non credendo se non che il tempo cancella e la gioia degli arrivi e la mestizia delle partenze.
Potrei lasciare Modena e inscrivermi a Roma, fece bruscamente Giampietro, quasi contro la propria volont, mentre passeggiava con Magda lungo il treno. Ma a quale scopo?... Non avrei che dolore, non avrei che conferme...
Conferme di che? interrog Magda arrossendo e fissando l'amico. Dolori per che?
Giampietro le piant gli occhi in faccia e glieli tenne con una espressione cos lunga e angosciosa a un tempo, che Magda abbass il capo.
Signori, in carrozza! ammoniva a capo del treno un impiegato, avvicinandosi e chiudendo via via gli sportelli.
Addio! fece Magda, mentre stendeva la destra a Giampietro.
Addio! egli rispose, serrando la piccola mano tra le sue tenaci.
La fanciulla corse, sal, scomparve.
Giampietro rimase impietrito, con l'involto delle sue scatole sotto il braccio.
No, non s'aspettava di soffrire tanto per quella ragazzetta! No, era assurdo e ridicolo! Ma a che valeva dissimulare? Il cuore batteva a martello e gli occhi eran lucidi di lagrime.
Gli pass accanto il treno, sobbalzando e schizzando vapore a destra e a sinistra, tra un fragore assordante e un cigolo lamentoso.
Fulmen era al finestrino, che salutava.
Magda non c'era. Forse accasciata sui cuscini, in un angolo, piangeva.
Ed egli Giampietro, le aveva detto troppo, le aveva fatto capire troppo. Con qual diritto, se non voleva farsene n un'amante, n una moglie? Perch offenderla, perch strapparle la illusione di avere un amico che non sa; o che sa, tace e perdona?
Trasal, udendo che qualcuno lo chiamava.
Ah, sei tu, Marcello? disse, avvicinandosi.
Andiamo, invit Marcello.
Guarda, ho dimenticato di dare queste scatole... mormor Giampietro. Non si pensa mai a tutto...
L'altro tacque; aveva le lagrime agli occhi, egli pure, egli pure per Magda.
Giampietro gli pass il braccio sotto il braccio, e rientrarono in citt lentamente, senza parlare.
...
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Capitolo 10.
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...
Il Rettore, Paolo Storbini, quando gli annunziarono la visita di Marcello Drusba, si lev premurosamente da dietro la scrivania e si mosse, dicendo:
Venga, venga!
Ebbe tempo a far pochi passi nel suo studio che gi l'uscio s'apriva e Marcello Drusba comparve, tendendogli la mano.
Paolo Storbini lo serr tra le braccia.
Sei irriconoscibile! disse, accompagnandolo a sedere. Sei un uomo forte, bello, importante.
Marcello rise.
Hai gi i baffi! Oh quanto mi fa piacere di rivederti! Io non credo a nessuna gratitudine; e tanto meno alla gratitudine di chi impara per chi insegna. Ma stavolta m'hai dato una smentita, caro mio. E non ho che a ringraziartene. Sei a Roma? Ti trattieni per le vacanze?
Sono a Roma, di passaggio. Vado a Napoli, e di l nelle Puglie, dove mi aspetta una famiglia amica.
Marcello s'interruppe; guard il volto color d'avorio del suo maestro, e soggiunse con voce mutata:
Si ricorda, professore, del giorno in cui mi sono licenziato da lei, perch avevo finito. Ci che mi disse?
Ti ho detto di agguerrirti contro la vita, di non credere che il domani sia sempre lieto e sicuro.
Mi parl delle molte amarezze che mi attendevano e delle infinite delusioni.
Dico questo a tutti.  sempre meglio esagerare! osserv il Rettore con un sorriso.
Allora, se lo dice a tutti, aggiunga qualche cosa, per essere pi giusto e veritiero, consigli Marcello Drusba, sorridendo egli pure, ma con un'ombra di malinconia. Dica che la prima delle delusioni la troveremo in noi stessi: che ci accorgeremo di non essere ci che credevamo; e di essere, naturalmente, assai peggio di quanto credevamo.
Tu hai da lagnarti di te stesso? interrog sorpreso Paolo Storbini. Ma mi dicono che a Modena sono entusiasti di te.
Certo, far una bella carriera, convenne Marcello. Studio molto e non manco d'intelligenza. Se la vita non fosse che questo, la professione e lo studio, non avrei che da lodarmi di me stesso. Ma lei sa che la vita  altra cosa.
Fece una pausa, per riprendere gaiamente:
Volevo scriverle e raccomandarle il mio piccolo giardino. Poi Modena, l'Universit, mille pensieri.... Volevo dirle di incaricarne Carlo Rossetti. C' ancora il Rossetti? Fa sempre bene?
Paolo Storbini rise e accarezz una mano che Marcello teneva sul ginocchio.
Ah! ah! disse trionfalmente. E tu credi che c' bisogno di scrivere questo al tuo Rettore? Ma io ho chiamato subito il Rossetti, gli ho fatto la consegna dei rosai e l'ho istruito come si deve. S,  un bravo ragazzo il Rossetti. Se non ci fossero ragazzi come te e come lui, ci sarebbe da disperare del mondo, perch la giovent che ci viene affidata, e peggio, le famiglie che ce l'affidano... Basta, non occorre dir di pi! Andiamo a vedere il giardino, vuoi?...
Uscirono, scesero le scale, s'avviarono al giardino di cui si sentiva gi l'aria pi fresca e odorosa nel corridoio che vi conduceva.
Insomma, continu il Rettore, volgendosi a Marcello, che lo seguiva, tutto questo tempo te la sei passata bene?
Tra mille dubbii, rispose Marcello.
Dubbii di che?
D'ogni cosa che mi sta intorno.
Plinio Storbini tacque.
Erano in in giardino. Marcello bevve con gli occhi i bei verdi, i luccicori delle foglie e la densit delle masse di verzura, immobili e solenni sul fondo azzurrino del cielo: e di l dagli alberi, un lembo perlaceo del lago d'Albano.
Aspettava una risposta, una domanda, una frase, dal suo Rettore: ma l'aspett invano. Aveva compreso o giudicava naturale, Paolo Storbini, che si vivesse tra mille dubbi.
Vedi quant' bello! accenn il Rettore. Ora, prolungati dai rosai, questi rami si avvincono al tronco della quercia e il mese venturo saranno tutte rose gialle.
Marcello Drusba rivedeva il suo piccolo giardino diventato grande, arricchito di aiuole e di rosai; un angolo elegante, tra il naturale e libero effondersi di piante ombrose, che tutelavano i viali.
Carlo Rossetti fa meglio di me! pens ad alta voce.
Il Rettore non pot trattenersi dal ridere.
Che ragazzo! Per poco, non sei geloso del tuo amico!
A ornare il tronco della quercia con le rose, non ho mai pensato, confess Marcello. E fa cos bell'effetto!
Passeggiarono lentamente per un viale che metteva capo alla piccola montagna su cui gli alunni davano le loro battaglie.
Allora, sei a Roma di passaggio? riprese Paolo Storbini.
S, all'albergo.
All'albergo? esclam stupefatto il Rettore.
Mamma e le sorelle villeggiano a Rocca di Papa.
Ma che  avvenuto? interrog Paolo Storbini, fermandosi nel mezzo del viale.
Nulla,  avvenuto; lei sa, lei aveva previsto: non andiamo d'accordo! rispose Marcello con voce sorda.
E senza riflettere, obbedendo a una forza improvvisa come quel giorno in cui aveva sentito il bisogno di chieder notizie di Fanny Ferri, senza riflettere Marcello prese il Rettore pei due risvolti della giacca:
Lei pu dirmi tutto, seguit, rissandolo negli occhi Lei le ha viste, conosciute, giudicate, quando venivan qui, una, due volte la settimana a trovarmi, quando io ero bambino e non capivo nulla. Perch mi ingannano? Perch le ho potute convincere di menzogne? Perch tanti sotterfugi intorno a me? Perch non vogliono che la mia vita e la loro, che la loro e la mia, si confondano in una sola, fatta di confidenza e di tenerezza? Perch mi tengon lontano da casa? Lei  onesto, professore; lei pu dirmi, deve dirmi ogni cosa, consigliarmi, offrirmi la pace della verit, d'una verit qualunque, la quale varr meglio della tortura a cui sono in preda notte e giorno.
E, di colpo, lasciando Paolo Storbini, ma tenendogli sempre gli occhi negli occhi, interpell:
Di chi  l'automobile, quell'automobile che mi mandarono quando dovevo lasciare l'istituto e che gi serviva alle mie sorelle per venire a trovarmi negli ultimi tempi?
A mano a mano che Marcello parlava, Paolo Storbini andava rimettendosi dal primo sbigottimento e dalla commozione per quel febbrile indagare, per quell'angoscia oscura.
Sent che una parola imprudente poteva esser causa d'una catastrofe, e irrigidendosi contro il bisogno di essere sincero, egli che aveva intuito ogni cosa, da anni, si fece calmo.
L'automobile? rispose. Non rammento bene: famiglia Scirani, famiglia Sironi...
Gi, e ora ha cambiato nome: famiglia Ferri! esclam Marcello sarcastico.
Il Rettore gli pass un braccio intorno al collo, paternamente, e lo trasse a s, perch camminasse con lui.
Figliuolo mio, io non so nulla, riprese. Non posso dirti nulla. Le tue domande mi meravigliano, perch non ho mai avuto occasione di rivolgerle a me stesso. Senza dubbio, conosco le tue sorelle, ma non tanto da potertene dare un giudizio; sono figure, come dirti? di secondo piano; e non abbiamo scambiato che parole di convenzione. Venivano a trovare te...
Qualche cosa deve pur averne pensato; un'impressione qualsiasi deve esserle rimasta, professore! incalz Marcello.
Pensato? Ho pensato che sono due signorine come mille altre, eleganti e frivole, secondo la moda. Chi s' curato d'educare veramente la donna? Chi le d il senso della vita, non troppo pratico, non troppo romantico? Nessuno se ne occupa... E pullulano queste donne, di cui non si pu dir nulla, n male n bene... Chi guarda alla bellezza, vuol che la fanciulla sia un fiore; ed ecco i fiori!...
Non ha pensato altro, mai; non ha avuto mai altre impressioni? insistette Marcello.
No, null'altro, assicur Paolo Storbini. E che diavolo dovevo pensare?
Marcello tacque; il Rettore approfitt di quella pausa per vincere, sopra tutto per metter fine alle menzogne necessarie, che pur gli pesavano sulla coscienza, perch di quante persone conosceva, Marcello Drusba era quella ch'egli non avrebbe mai voluto illudere e ingannare.
Non comprendo perch tu inquisisca, seguit. Non tocca a te prenderti cura della famiglia e della casa. Bada, figlio mio, che lo zelo soverchio non ti faccia travedere e non finisca per diventare inframmettenza!
Marcello croll il capo.
Era, a un dipresso, il mnito di Guendalina e di Giampietro: non tocca a te!. Ma dicevano sinceramente, o il sospetto medesimo che rodeva lui li spingeva ad allontanarlo per prudenza?
Ti fermi a pranzo? invit Paolo Storbini. Avr alla mia tavola i due allievi che son rimasti qui, durante queste vacanze. Tu, studente d'Universit, alunno-principe del collegio, avvocato famoso in erba, parrai loro un semidio...
Marcello sorrise.
Infatti, poteva accettare il grazioso invito del suo maestro.
Chi lo attendeva a casa? Chi pensava a lui, della sua famiglia, in quel giorno, in quel momento?
Lontano, nelle Puglie, lo aspettava d'ora in ora una giovane, con tutta l'anima, con tutta la passione. Ma apparteneva a un altro; e per giungere fino a lei, per aver la sua parte d'amore e di fiducia e di conforto, egli aveva dovuto tradire un amico e far dell'amicizia una diuturna insidia.
...
Come aveva detto al Rettore, Marcello alloggiava all'albergo; a un albergo sontuoso di via Veneto.
Ma vi sarebbe rimasto per poco.
Egli spiegava a s medesimo che la vita d'albergo per chi ha la casa propria  incomoda; che lo sbatter degli usci a tarda ora, il chiacchiero nei corridoi, il viavai nei saloni, nell'atrio, su per le scale, e quei due ascensori bianchi, illuminati da acciecare, formavano un tutto insopportabile; che anche Atteso, il quale gli scappava quante volte gli era possibile per correre a corteggiare una preziosa pekinese col rischio d'esser preso a calci per mancanza di antenati illustri, gli era d'impaccio.
Non voleva confessare a s medesimo che si sarebbe acconciato alla vita d'albergo, come vi si era acconciato sui primi tempi a Modena, se da Gallipoli certe lettere di Guendalina non gli avessero messo indosso un desiderio turbolento, una smania infrenabile di riveder l'amante.
Sofia, Fulmen, Magda, chiuso l'appartamento, erano a Rocca di Papa, con le persone di servizio; e avevano consegnato al portiere la chiave per il padroncino, se questi ne avesse avuto bisogno.
Marcello era andato a casa un paio di volte a cercar libri.
Dall'ordine che regnava; coperture di tela greggia sui mobili; ninnoli, tappeti, vasellame riposto; argenterie mancanti, affidate forse a una Banca, aveva capito che l'assenza non sarebbe stata breve. A Rocca di Papa, sua madre e le sorelle intendevano rimaner probabilmente quella primavera e la prossima estate.
Insomma, esse facevano vita a parte, ed egli non doveva contare che su di s; maniera spiccia, sebbene un poco scortese, per abituarlo a essere uomo e a togliersi dalle troppo molli abitudini.
Irritato, ferm il proposito di non dar notizie e di ripartire per Napoli e le Puglie.
Si persuase che Magda, la sua piccola Magda innocente, non era padrona di s, perch ella avrebbe certo scritto qualche cosa al fratello, come sarebbe rimasta volontieri a Modena, se Fulmen non avesse disposto in altra maniera.
Un colloquio fatto di frasi brevi da una parte e di singhiozzi rattenuti dall'altra, doveva aver piegato ancora una volta la non dura tempra di Magda.
Era partita per Rocca di Papa, vi rimaneva, vi sarebbe rimasta a lungo, senza invitare il fratello, sebbene forse ogni giorno pensasse a lui, sebbene forse ne desiderasse la compagnia.
Io, per non essere perseguitata, aveva detto una volta, cambierei idee;  molto semplice!.
La frase tornava alla mente di Marcello, come torna agli occhi un piccolo ritratto somigliante.
Che si poteva pretendere da una ragazza di quell'et, chiusa nel dominio della famiglia? Non era n interamente cattiva, n interamente buona, con qualche inclinazione a far bene e con qualche abitudine a far male; cambiava idea, anche se l'idea era eccellente, per non essere perseguitata; o, alla svelta, per non aver noie.
Marcello Drusba ragionava, tra s e s, aspettando, in uno dei saloni dell'albergo, che gli portassero un caff agro in una chicchera stupenda, allorch ebbe una impressione subitanea, stravagante, che sapeva di allucinazione.
Vedeva s stesso in un signore sulla cinquantina, vestito di scuro, disinvolto, con una barbetta a punta un poco brizzolata; vedeva l'espressione di Fulmen e di Magda nel volto di colui che gli stava innanzi e gli sorrideva.
Marcello!disse quel signore con tono gaio.
Alla voce, Marcello non ebbe pi a dubitare.
S'alz di scatto e strinse la mano che l'altro gli tendeva. Poi sedettero ambedue sullo stesso divano sontuoso e malcomodo.
In un angolo, intorno a un tavolo di marmo con decorazioni di bronzo, parecchie signore ambigue ciaramellavano ridendo con parecchi signori che professavano l'ozio, il giuoco e forse gli svaghi della morfina.
Altre dame e altri uomini passavano di tanto in tanto pel salone, a cercar qualche amico, o a camminare in modo d'essere notati.
I camerieri apparivano, sparivano in silenzio; recavano servizii con il t o su vassoi d'argento bicchieri spalmati di zucchero con bevande alcooliche.
Ma tu, babbo, perch ci hai abbandonati? interpell Marcello senza preamboli, fissando gli occhi negli occhi di suo padre. Non sai quanto male hai fatto?
Adolfo Drusba parve intontito a quella frase.
Un giovane gli pass accanto, gli serr la mano, e seguitando a camminare, disse:
Siamo gi al bar. Ti aspettiamo!
Adolfo Drusba non rispose. Non rispose nemmeno alle parole di Marcello, e si accontent di guardarlo, esitando.
Vedi, io alloggio all'albergo, seguit il giovane. Perch non andiamo pi d'accordo! Mamma e le mie sorelle conducono una vita che non mi piace. Io non conto nulla. E a poco a poco, mi allontanano. Esse sono a Rocca di Papa. Io andr nelle Puglie. Se tu ci fossi, questo non avverrebbe: ci sarebbe una volont, si sentirebbe una autorit, ci si piegherebbe alla tua esperienza...
Marcello s'interruppe, notando che Adolfo Drusba lo ascoltava, passato il primo stupore, con freddezza. Lo sguardo di lui, penetrante e quasi immobile, era molesto.
Non  vero, forse? insistette Marcello. Non dico giusto?
Il padre fece un cenno e si alz, avvicinandosi a signora che entrava in quel momento. Marcello lo vide inchinarsi a baciar la mano. Poi la signora sorrise, minacci scherzosamente Adolfo con l'indice, e salutando con un moto breve del capo, and nella sala contigua.
Adolfo riprese il suo posto al fianco di Marcello.
S,  vero! confess, torcendosi per un gesto abituale la punta della barba. Ma  troppo tardi...
Come, troppo tardi? ripet Marcello.
Troppo tardi! replic il padre.
Tua moglie, i tuoi figli, la tua casa, ci sono sempre, disse Marcello, scorato.
Adolfo si strinse nelle spalle.
Tu non sai niente, osserv poi. Tua madre ha portato in giro per parecchi anni la sentenza di separazione: un fascicolo di carta bollata piegata in quattro. Molti l'hanno vista, nessuno l'ha letta; perch Sofia dice che la sentenza d ragione a lei e torto a me. Io la lascio dire.
Fece una pausa, si alz di nuovo, e and a conversare con tre giovinotti che s'avviavano all'uscita.
Siamo intesi, fece uno di quelli. Ti aspettiamo gi, al bar.
Marcello alzando il capo, riconobbe l'avvocato Devinna, che un giorno egli aveva trovato in salotto con Magda e che gli era parso trattenesse fra le sue mani le mani della fanciulla.
Lascio dire, e lascio credere, seguit Adolfo Drusba, tornando a sedere.
Ma le tue figlie!... interruppe Marcello, spaventato da quella indifferenza. Non ti parlo di me. Io, la mia strada sapr farmela. Ti parlo di Magda e di Fulmen. Tu le hai abbandonate ch'eran bambine; ora sono due giovani. Hanno bisogno d'una guida; mamma  debole,  indulgente; io sono agli studii, lontano, a Modena. Bisogna riprenderle e avviarle...
Troppo tardi! ripet Adolfo Drusba, con una noncuranza, che faceva contrasto all'impeto e alla fede di suo figlio. Troppo tardi per tutti...
E senza badare all'espressione attonita di Marcello, continu:
Debbo scendere al bar. Vuoi venire?...
Levandosi in piedi macchinalmente, il giovane si domand la ragione di quella caparbia resistenza. E ramment che si diceva in casa esser suo padre legato ormai con altra donna, da quella donna aver avuto altri figli, senza nome.
Adolfo camminava innanzi a lui.
Camminava, Marcello osserv, con una mano sul fianco sinistro, guardandosi intorno; ma il portamento altero della testa era studiato come l'espressione sdegnosa dentro gli occhi.
Egli pensava certo di rappresentare la parte dell'uomo fatale, dandosi un'aria da teatro, che non poteva non percuoter di maraviglia i gonzi e allontanargli inesorabilmente le persone di gusto fine.
Pi che per le parole scambiate poco innanzi, Marcello sent per quell'atteggiamento da tenore alla ribalta che Adolfo Drusba suo padre gli era estraneo, e che, vivendo con lui gli sarebbe diventato nemico.
Non gli doveva nulla, all'infuori della nascita, non meditata dall'uno e non richiesta dall'altro. Adolfo Drusba significava egoismo, fatuit, leggerezza. Aveva abbandonato i figli, non voleva pi udirne parlare; per suo proprio comodo, rinunziava a qualsiasi rispetto, a qualunque autorit.
Nel viavai di gente sospetta e raffinata che faceva dell'atrio dell'albergo una specie di bazar, Adolfo Drusba era un tizio che si confondeva tra la folla; e dalla folla Marcello non voleva pi distinguerlo, parendogli ch'egli stesse bene l, tra ricchi industriali, uomini di affari, avventurieri, provinciali danarosi in cerca di sensazioni, aristocratici esotici, in quella fiumana sociale che blica per tutti i grandi alberghi del mondo.
Sono tornato la settimana scorsa da Londra, disse Adolfo, rivolgendosi al figlio.
Questi non rispose; onde l'altro, mentre scendevano gli scalini di marmo che conducono al bar, riprese:
Tu giuochi?
Io? esclam Marcello.
Adolfo non rilev lo stupore quasi indignato del giovane.
Fra due o tre giorni riparto per l'Inghilterra, disse.
Marcello sent che non gliene importava nulla; non ebbe nemmen la tentazione di chiedere a suo padre se sarebbe tornato presto, se sarebbe tornato mai,
Con un paio di frasi disgraziate, quell'uomo aveva spezzato ogni vincolo, rotto ogni incanto con suo figlio.
Gi, nelle sale basse e fumose, sedevano innanzi al banco, su alti sgabelli alcune femmine giovanissime, dipinte, ingioiellate, la sigaretta alla connessura delle labbra, un bicchierino di liquore tra le dita fatte pi adunche dalla lima della manicure.
Giovani e vecchi stavan loro intorno, con altre. Nelle poltrone e sui divani di cuoio, maschi e femmine fumavano, bevevano, chiacchieravano, sdraiati o seduti.
Era il tempio dell'indulgenza. Ciascuno, l, usava indulgenza al suo vicino; l'uno non sapeva come vivesse e come spendesse l'altro, ma desiderava non si chiedesse come viveva e come spendeva egli medesimo; l'ambiguit era sottintesa. Di chiaro, certo, pubblico, non si conosceva che la professione di quelle ragazze.
Adolfo trov posto: due poltrone attorno a un tavolo con l'occorrente per fumare; egli sedette; Marcello rest in piedi, desideroso di andarsene.
Vide l'avvocato Devinna e gli altri che avevano invitato suo padre. Not che parecchi di quegli scioperati erano assai giovani, ragazzi che normalmente avrebbero dovuto studiare, in terza liceo, invece che far la vita tra una bottiglia di wisky e lo sgabello d'una sgualdrina.
D'un tratto sussult.
Diradatosi il cerchio intorno al bancone del bar, Marcello scorgeva, dritta in piedi, centellando una bibita Fanny Ferri. Ella si volse a parlare con un giovanotto, che le aveva battuto familiarmente sulla spalla.
Tu conosci tutti, qui? domand Marcello a suo padre con voce malferma.
Adolfo lo osserv, un po' sorpreso di quella emozione.
Presa'a poco, rispose. Son quasi sempre gli stessi, e in una settimana non ne ho visti di nuovi.
Sai dirmi chi  quella signorina presso il banco, vestita di rosa, che ride? Quella a destra, con gli occhi cerchiati d'azzurro?
S, ho capito: Dora Biganti, soprannominata Cavicchio.
Tu dici? esclam Marcello credendo aver frainteso. La signorina vestita di rosa, che ora si muove per uscire?
Ma s, Dora Biganti, soprannominata Cavicchio, ripet Adolfo.
E fissando Marcello, soggiunse:
Si pu avere per duecento lire in una casa di via del Babuino.
Marcello s'abbranc alla poltrona in cui era seduto suo padre.
Che ti prende? esclam questi, levandosi in piedi. Sei innamorato di Cavicchio? Mi dispiace di averti fatto perdere le illusioni...
No, non  questo! ribatt Marcello, sforzandosi a vincere la vertigine che l'aveva colto. Non  questo: si tratta di cosa ben pi grave...
Scrut suo padre, e immediatamente tacque.
Dire a lui, a quell'estraneo lezioso, a quel fannullone sulla soglia del ridicolo, dire che le sue figliuole eran le intime amiche di Cavicchio; che sua moglie la riceveva; che la gabellavano per una Fanny Ferri, signorina d'eccellente famiglia; che, insomma, il postribolo era alla porta di casa?
Ben pi grave? ripet Adolfo.
Ma forse m'inganno, corresse Marcello, ormai deciso a non parlare. Si tratta forse d'una semplice somiglianza...
Non combinarmi scandali! raccomand il padre, vedendo che Marcello si allontanava. Almeno, fin che io sono all'albergo!
Salutato sul limitare il giovane col quale aveva discorso, Cavicchio era uscita dal bar e saliva lenta lenta gli scalini che conducono all'atrio e di l nelle sale.
Marcello le pass innanzi di corsa, e nel passare sent il forte profumo d'ambra che aveva avvertito altra volta. Poi, arrivato su, torn indietro, e s'incontr, all'ingresso della prima sala, con la ragazza.
La quale, tentato invano di sfuggire voltando subito nello spogliatoio, ud la voce di Marcello, che la chiamava:
Signorina Ferri!... Signorina Fanny!
Colta al laccio, ella pens in un lampo, arrossendo e impallidendo, che non conveniva n voltarsi, n rispondere, n dar segno di conoscere quel giovane.
Signorina Ferri! disse Marcello, sbarrandole il passo, tra lo spogliatoio e la prima sala.
Lei s'inganna: io non mi chiamo Ferri! obiett l'altra freddamente.
No? fece Marcello ironico. Non  stata in casa mia col nome di Fanny Ferri? Non mi ha detto che abita in piazza Indipendenza? Io la riconosco bene.
Non so davvero di chi e di che cosa voglia parlarmi! Si tratter d'una rassomiglianza.
Che rassomiglianza! ribatt Marcello, alzando le spalle. Lei  stata a trovar la mia famiglia col nome di Fanny Ferri.
Un riso sardonico della ragazza ruppe la frase del giovane.
Io mi chiamo Dora Biganti, signore! dichiar con espressione altezzosa. E tutti mi conoscono qui, perch alloggio in questo albergo da pi di un anno. Ne domandi al direttore, al portiere, a chi vuole!
Marcello torn a squadrarla.
Non v'era dubbio. Vide i braccialetti d'oro che aveva notato il giorno della visita ai polsi di Fanny Ferri; risent quel profumo d'ambra; rilev l'eccesso di colori sul volto, le labbra sottili, le braccia lunghe; denti belli. Non v'era dubbio.
Sono certo ch'ella si chiama Dora Biganti soprannominata Cavicchio, riprese.
Ah, questo  troppo! scatt la ragazza, la quale ignorava d'aver quel soprannome e se lo sentiva gettare in faccia per la prima volta. Mi lasci passare...
Appunto in ci consiste la sua colpa, seguit Marcello inesorabile. Perch lei  Dora Biganti, ed  stata in casa mia a far la commedia col nome di Fanny Ferri.
Pazzo!... Voi siete pazzo! proruppe Dora.
E avanzando con impeto, diede a Marcello un urto, che fece risonar come campanelli i numerosi braccialetti. Poi entr nello spogliatoio.
Va in via del Babuino!  il tuo posto! borbott Marcello tra i denti, ma non cos piano che Dora non l'udisse.
Egli si allontan con passo misurato.
S'era accorto che alcune signore nel salotto volgevano il capo al richiamo delle voci concitate e alcuni oziosi s'avvicinavano con aria distratta per ascoltare. Ma fu un attimo; nessuno pot comprendere bene.
Marcello rinsav subito.
A un cameriere che passava domand se il signor Adolfo Drusba era ancora nel bar.
Il signor Drusba, rispose l'uomo,  salito or ora con gli amici nell'appartamento del commendatore.
E poich aveva il tono di chi annunzia cosa abituale, il giovane non gli chiese altro.
Chi fosse il commendatore; quali gli amici; che si radunassero a fare; poco gli importava. Del resto, non occorreva molto acume a comprendere. Tu giuochi? gli aveva domandato il padre.
Usc nel peristilio, distrattamente, a guardar nella strada.
Pioveva fitto.
Salivano le carrozzelle, il soffietto lucido di pioggia, per via Veneto; i passanti radi camminavano svelti sotto l'ombrello.
Due btteri a cavallo ruppero la monotonia della fila di vetture. Avvolti nel mantello nero, una lunga canna nel pugno, marciavano d'mbio verso le porte, verso la campagna libera e immensa.
Fin che gli fu possibile, Marcello li accompagn degli occhi.
Egli serrato nella morsa della vita cittadina; egli giovinetto e solo, alla vigilia d'una lotta che lo atterriva; avrebbe voluto essere un di quei due semplici.
Avvolgersi nel mantello nero, cavalcare sotto la pioggia, e domani spingere innanzi a s una mandra di cavalli selvatici o di bufali irosi; non pensare; non palpitare pi; dimenticare il nome dei Drusba; ignorar l'esistenza di Magda e di Fulmen e di suo padre e di sua madre; coricarsi stanco la sera e rimontare il mattino a cavallo dietro le bestie che obbedivano alla voce; la felicit aveva per lui quel volto in quel momento.
E allorch i btteri scomparvero oltre il gomito della via, egli sent uno scoramento nuovo.
Avrebbe dovuto, pens, fermare in tempo i btteri e mutare con un colpo d'audacia il destino suo e degli altri.
...
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Capitolo 11.
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...
Quando vide scendere Marcello dal treno, tenendo fra le braccia il suo piccolo cane intontito dalle scosse e dal fragore, Guendalina ebbe un'impressione di pena cos forte come forte la gioia di rivedere il suo giovane amante.
Egli attraversava l'Italia, da Modena a Roma, da Roma a Napoli, da Napoli a Brindisi, da Brindisi a Gallipoli, con quel povero modesto canino, quasicch fosse l'ultimo bene rimastogli.
S'ingannava; innanzi a s aveva intera una lunga vita, un avvenire magnifico, emozioni e gioie; ma l'attaccamento per Atteso significava la tristezza di quel suo primo vivere, il dolore delle prime atroci delusioni, onde smarrito e confuso, poteva credere veramente che solo l'affetto di quel misero cane gli sorridesse ormai.
Egli pos Atteso a terra, e corse incontro alla contessa, mentre un uomo raccoglieva le valige.
Finalmente, caro! ella esclam, dandogli la destra su cui Marcello serr le labbra.
E il conte?
 andato a Nard, coi cavalli. Torner stasera.
Una vettura li aspettava fuori della stazione. Non appena vi ebbero preso posto, Guendalina disse:
Mi hai scritto di rado, amore!
Lo so; ti domando perdono. Avevo le mie sorelle, lo sai. Mi davano molto da fare, perch tutta Modena se ne occupava. La sera i giovanotti venivano a far la serenata sotto le finestre.
Ti sarai seccato...
Un poco. Dopo, sono andato a Roma. Ho alloggiato all'albergo, perch la mia famiglia  a Rocca di Papa. A Roma ho avuto altre noie. Per un caso, all'albergo alloggia mio padre.
E cos? disse Guendalina vivamente. Vi siete visti?
Egli ha cercato di me; abbiam parlato una mezz'ora.
Il sole dardeggiava la citt. Marcello, che aveva veduto altre citt del Tallone d'Italia, not l'aspetto bianco accecante delle case di tufo col tetto spianato.
Una mezz'ora! ripet Guendalina. E poi?
E poi,  tutto! rispose Marcello. Ci siamo capiti, e ieri mattina, partendo per Brindisi, non l'ho salutato.
La contessa non os chiedere altro; dopo un istante, annunzi:
Abitiamo una piccola casa laggi, fuori...
Marcello vide una spianata sabbiosa, entro la quale cominciavano ad affondare le ruote della vettura; e sul fondo, il profilo d'un edificio rettangolare, bianco, con un'altana la cui ringhiera appariva appena delineata, le balaustra sottili come asticelle, nella lontananza.
Quando ritornerai a Modena? chiese Marcello
Oh, tra non molto. Adelmo ha da fare qui, ma io posso ripartire. Sei contento?
Il giovane volse gli occhi come guardasse all'intorno distratto, e rispose:
Certo!
Sei ben freddo! osserv Guendalina inquieta. non mi ami pi?
Ti amo. Sempre, ti amo.
E allora?
Devo parlarti a lungo. Spero troveremo l'occasione.
Ma oggi stesso; oggi saremo soli fino a sera. Che ? disse Guendalina spaventata. Si tratta delle tue sorelle?
S, rispose il giovane. Ho deciso...
Fiss l'amante, le domand repentinamente:
 vero che hai chiesto informazioni, a Roma?
Guendalina trasal; il suo volto piccolo e gentile avvamp d'un subito fino alla radice dei capelli.
Informazioni... non precisamente, balbett. Scrivendo a un parente, ho domandato se conosceva le sorelle Drusba. Ma tu, come sai?
Me lo ha detto Fulmen, quando  stata a Modena...
La carrozza rallent, e fatto un mezzo giro, si ferm innanzi alla casa bianca. Un uomo di fatica, il quale aspettava sulla soglia, si avanz col berretto alla mano per prendere dal vetturale le valige.
In quel frattempo, la contessa rifletteva, tentando ricostruire ci che era avvenuto e che la confondeva tanto.
Ella aveva scritto a suo cugino, don Paolo Valenti; don Paolo conosceva le Drusba: (eran parole della sua stessa lettera: Se conosco le sorelle Drusba? E chi non le conosce?). Forse era l'amante, uno degli amanti di Fulmen; e una sera, fra una carezza e l'altra, le aveva forse detto ridendo: Oh, a proposito! Mia cugina mi scrive da Modena, chiedendo informazioni di te e di Magda.
Doveva essere avvenuto cos; ed ecco Fulmen raccontare la cosa al fratello. Guendalina non prosegu nel suo pensiero angosciato.
Il domestico vi accompagner nelle vostre stanze, disse a Marcello. Io vi aspetto qui.
Erano in una sala ampia a terreno, e un poco vuota. Il soffitto a cassettoni, il camino alto dalla gola vasta nella parete di destra, un trofeo di caccia nella parete opposta, le davano un'aria spiccata di campagna. I mobili antichi di legno oscuro, dalla sagoma semplice, aggiungevano al luogo una certa severit.
La contessa sedette in un seggiolone presso il tavolo nel mezzo; e aspettando Marcello, il quale era salito nelle sue stanze al primo piano, guard assorta un raggio di sole, che prorompendo dalla finestra bifora di fronte all'ingresso, veniva a finire ai piedi del tavolo.
Guendalina temeva che Marcello fosse offeso perch'ella aveva osato chiedere notizie delle sorelle di lui. Non sapendo che era stata spinta a quell'indagine dalla maldicenza di Carlo Provana, Marcello poteva giudicarla una indiscreta pettegola. Forse perci era freddo; forse perci doveva parlarle a lungo.
Quando ud il passo del giovane risuonare per le scale e avvicinarsi, ella sussult.
Ma egli disse, entrando:
Che bella veduta si gode dalle mie finestre! Tutta una spianata di verde e di olivi.
Guendalina si rassicur; e levatasi in piedi, and a chiudere l'uscio della sala; poi bruscamente si gett fra le braccia di Marcello.
Baciami!..... disse.  tanto che aspetto!
Il giovane coperse di baci il viso, i capelli, torn agli occhi e alla bocca, avidamente; indi si riprese, come colto da un pensiero pi pressante. E allontanata con dolcezza Guendalina, l'accompagn al seggiolone ch'ella occupava prima.
Che ti hanno detto? interrog. Che ti hanno detto delle mie sorelle?
Ma niente, amore mio! Non vorrei tu credessi che ho fatto una vera inchiesta; non ne ho alcun motivo. Scrivendo a mio cugino, don Paolo Valenti, gli ho domandato se conosce le signorine Drusba, ed egli mi ha risposto che no. Ecco tutto. Ho fatto male?
No, non hai fatto male. Ma se tuo cugino non conosce le mie sorelle, come mai Fulmen pu sapere che tu hai scritto?...
Guendalina arross nuovamente. Inesperta di simili schermaglie, non aveva preveduto l'obiezione dell'amante e si smarr.
Non capisco; non so neppur io, mormor Forse Paolo lo abbia raccontato ad altri, e qualcuno lo abbia riferito a Fulmen.
Sar cos, disse, quantunque in dubbio, Marcello.
Si mise a passeggiare per la sala, tenendo le mani affondate nelle tasche della giacca e il capo basso.
Ho appreso a Roma cose spaventevoli, soggiunse con voce sorda. Basti il dirti che l'intima amica delle mie sorelle  una donnaccia, una ragazza che si vende per duecento lire in una casa d'appuntamenti.
Tu sogni!... esclam sbalordita la contessa.
Vorrei, cara; ma  purtroppo la realt. E colei, con nome falso, viene in casa mia; e spesso Fulmen o Magda o ambedue escono a passeggio con quella baldracca, e non rientrano n per il pranzo, n per la cena; talora, neppure per la notte!...
Fattosi pallido in volto, si ferm innanzi a Guendalina:
Hai capito? disse. Hai capito?
 vero:  spaventevole! dovette confessare la giovane.
Credo che mia madre non sappia nulla; devo credere ch'ella pure sia vittima di tutta una cbala ordita da quella donna e dalle mie sorelle. Ma vedi a che ci ha ridotto la sua insipienza, la sua ridicola debolezza!...
Forse essa medesima, le tue sorelle, tent Guendalina non sanno chi  la cattiva donna.
Mi son fatto io pure questa ipotesi, ma ho dovuto rigettarla, almeno per Fulmen; essa ha mentito troppo intorno a codesta Dora Biganti; ha lavorato troppo perch io non sapessi dove abita, e che cosa fa. Tutte le sue menzogne mi son tornate alla mente allorch ho incontrato per caso quella femmina, ne ho appreso il vero nome, il mestiere e il domicilio. Ella abita all'albergo e vive di prostituzione.
Serr i pugni, stese le braccia nel vuoto disperatamente.
Volevo andare subito da Roma a Rocca di Papa, seguit quindi. Ma pensai che non mi sarebbe stato possibile vedere Fulmen e nemmeno mia madre senza commettere qualche violenza...
Mut voce, si fece tranquillo, sedette su uno sgabello a fianco di Guendalina.
Io voglio essere calmo, prosegu. Quanto pi vedo in basso i miei di casa, tanto pi devo essere in alto io. Ho gi troppo sfiorato questa putredine per non esserne imbrattato. L'altro ieri poco manc non mettessi le mani su quella prostituta, all'albergo; in ogni modo l'insultai, quando volle sostenermi che non mi conosce, che non  mai stata a casa mia col falso nome di Fanny Ferri. E non devo insultare, non devo offendere nessuno. Sarebbe discendere fino al piano di codesta gente.
Fece una pausa.
Guendalina lo osservava, tra il timore e la meraviglia.
Era diventato calmo davvero, con uno sforzo; gli rimaneva in volto un pallore diffuso, che svelava il palpitar violento del cuore.
La giovane lev la mano e si protese un poco, spinta dal bisogno di serrare sul petto quel giovane amante pi forte della tempesta. Ma si rattenne, sentendo che un gesto, un'espressione ispirati dall'amore, avrebbero potuto allontanarlo invece che avvicinarlo, in quel momento.
Andr fra qualche giorno, al mio ritorno da Gallipoli, riprese Marcello.
E che farai?... interrog Guendalina.
Non so; penso; cerco... Domander spiegazioni a Fulmen, dovr dirmi perch  amica di quella femmina; dovr dirmi dove ha passato i giorni e le notti; dovr dirmi perch ha mentito sempre.
Mentir ancora! sfugg alle labbra di Guendalina.
Mentir ancora? esclam Marcello levandosi d'un balzo. Ma io la strozzo!... Hai capito? Io la strozzo, con queste mani!...
Guendalina vide Marcello, nel cui volto bianco sfolgoravano gli occhi nerissimi, le mani magre protese, le narici dilatate, il corpo intero vibrante. E n'ebbe paura; le torn in mente Scheid Drusba, l'arabo assetato di strage e di martirii.
Ne ho il diritto! Posso ucciderla quando mi piaccia, tu lo comprendi! Non ha che a giustificarsi o a confessare: ogni altra risposta sarebbe la morte!...
Sedette spossato, si pass una mano sulla fronte madida di sudore freddo.
Posso ucciderla quando mi piace! ripet con voce spenta. Nessuno oser condannarmi.
Guendalina gli pose la destra sulla bocca.
Non dire!... supplic.
...
L'indomani egli si spieg con poche parole.
Il conte Adelmo ripartiva coi cavalli per il suo fondo nei dintorni di Nard; un fondo che esigeva lavoro enorme perch trascurato fino a quel giorno e di terreno difficile, con un substrato di tufo; egli si appassionava alla lotta, dotto com'era di materia agricola.
Pi tardi, Guendalina usc a piedi con Marcello.
Quando furono innanzi alla Fontana Antica, sostarono.
Il giovane guard il monumento giallastro, roso e bucherellato, il volto irriconoscibile delle Cariatidi, mangiato dal tempo e dalla salsedine; le pose strane dei personaggi coricati e il groviglio di fregi e di figure nel frontone, attrassero il suo sguardo per poco. Era assorto. Il mistero adunato intorno a quella Fontana, creata forse da greci o da romani, gravata poi di ornamenti dell'epoca di Filippo IV di Spagna, non eccit la sua fantasia come sarebbe avvenuto in altro momento.
Aveva visto gi con lo stesso occhio freddo quanto di notevole, quadri, chiese e palazzi, offre Gallipoli.
E della sua indifferenza Guendalina era piuttosto inquieta che sorpresa.
Egli pensava ad altro, egli mulinava altro nel cervello; forse non aveva dormito l'intera notte.
Consider lungamente in silenzio la Fontana, quasicch il suo color giallo gli sembrasse straordinario, inverosimile. E mentre la contessa s'aspettava qualche osservazione, Marcello guard lei con occhio doloroso.
Ella, sotto il sole, interamente vestita di bianco, un poco scollata, le braccia nude fino al gomito, i capelli biondi sfuggenti sulla fronte e sulle tempia di sotto il cappellino bianco, appariva diritta e svelta sullo sfondo dorato della Fontana Antica; e una delle Cariatidi senza volto, dura e incompleta di linee, sembrava messa alle spalle di Guendalina per dare maggior risalto alle sue linee delicate.
Marcello sapeva, sentiva, desiderava avidamente. E la donna giovane, innamorata fino allo spasimo, era sua.
Noi non possiamo pi essere amanti, egli disse a mezza voce.
Guendalina chiuse un attimo gli occhi e non rispose.
Vuoi che torniamo?offerse Marcello dolcemente.
Ripresero la strada verso casa, camminando sul terreno sabbioso dentro una luce che acciecava.
Non dissero pi parola.
Ma Guendalina sent un torvo odio, un rancore selvaggio per Fulmen e Magda; si augur che la vendetta sicura e crudele del fratello vilipeso le raggiungesse al pi presto.
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Capitolo 12.
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Cantare? esclam Marcello, scrutando sua madre e Fulmen. Cantare dove?... Cantare che cosa?
Arrivato da Gallipoli a Roma, era corso in automobile a Rocca di Papa. Qui il portiere gli aveva detto la signora e le signorine Drusba esser tornate a Roma per alcuni giorni. Marcello aveva rifatto la strada, giungendo a casa verso le quattro del pomeriggio.
Entr senza badare a Clotilde, che s'era accesa in volto come un rubino.
Aperse l'uscio del salotto.
Lo seguiva Atteso, il quale non aveva mai viaggiato e sperava non viaggiare mai pi con tale variet di mezzi, dalla vettura al treno, dal treno all'automobile, dall'automobile alla funicolare, e poi di nuovo dalla funicolare all'automobile. Non c'era mai modo di fiutare un angolo e di mangiare con comodo.
In salotto, Marcello not qualche cosa di nuovo: un lussuoso pianoforte a coda,
Fulmen, dritta a un'estremit del pianoforte con una pagina di musica tra le mani; all'altro lato, seduta, la mamma; nel mezzo, pure seduta, con le mani sulla tastiera, una signora lunga e scarna, che Marcello non aveva mai visto.
Egli inoltr senza salutare.
Ebbene, Marcello, disse Sofia, la madre, stupita. Arrivi cos? Non dici nulla?
Buongiorno! fece Marcello freddamente.
E voltosi a Fulmen con l'indice teso, aggiunse:
Vien di l: ho bisogno di parlarti!
Permetti: mio figlio Marcello, disse Sofia, facendo la presentazione, la signora Adalgisa Bccoli, maestra di canto.
Il giovane abbozz appena un cenno col capo e non offerse la mano.
Che fate? interrog col tono insolito d'un padrone.
Fulmen studia, spieg Sofia.
Studia per che?
Per cantare.
Cantare? esclam Marcello, scrutando la madre e Fulmen. Cantare dove?... Cantare che cosa?
Le tre donne tacquero, intontite da quel contegno.
Vi faccio cantare io! egli seguit minaccioso.
Vibrava in lui una forza invincibile, che si sentiva come un dominio. Era libero verso s stesso; due giorni prima aveva soffocato una passione inebbriante, detto addio a una donna incantevole; e quel sacrificio lo purificava, facendolo pi forte e pi maturo, innalzandolo sopra s stesso.
Vien di l!... ripet a sua sorella. Ho bisogno di parlarti.
Fulmen, leggermente pallida, lanci un'occhiata a sua madre, ma obbed.
Torno subito, mi scusi! disse alla signora Adalgisa Bccoli.
Marcello le pass innanzi e la guid nella camera di lui.
Entrati ambedue, si volse, chiuse a chiave.
Che fai? domand Fulmen.
Egli l'afferr pel petto, la fece rinculare fino a una poltrona, ve la gett dentro.
Ora devi parlare! annunzi con voce sibilante. Ti avverto: ho la rivoltella in tasca; alla prima menzogna, ti pianto una palla in testa. Siamo intesi?
Marcello, te ne supplico! mormor Fulmen.
Il suo volto piccolo erasi fatto cos bianco da parer modellato nella cera. Un terrore ghiaccio, nato subitamente dalla certezza che Marcello l'avrebbe freddata senza batter ciglio, la faceva tremare con tal violenza, che ne tremava anche la poltrona.
Alz gli sguardi, vide gli occhi sfolgoranti di suo fratello, le mascelle serrate, le narici frementi. Le parve ch'egli tenesse la mano destra nella tasca della giacca. Si lasci scivolare a terra, cadde in ginocchio.
Tu sai che Fanny Ferri si chiama Dora Biganti?interrog Marcello.
Stava chino sopra la fanciulla inginocchiata, cosicch le sue parole le sfioravano i capelli, e parlava a bassa voce.
S, rispose Fulmen.
Tu le hai suggerito di venir qui col nome Ferri, di dire che abita in Piazza Indipendenza, di fingere che tu passi i giorni, sovente le notti a curarla?
S, rispose Fulmen.
Tu volevi fuorviarmi, perch non sapessi la verit?
S,
Di chi  l'automobile col quale  venuta a prender te e Magda un giorno?
Del duca di Giuncano.
 il tuo amante?
Fulmen tacque; Marcello l'afferr per le spalle e la scosse.
Bada; devi dir tutto; il silenzio non significa niente, per me! Solo a patto della sincerit cieca, assoluta, io ti lascer vivere. Il duca di Giuncano  il tuo amante?
 l'amante di Dora.
Ma quell'automobile serviva prima te e Magda. In quel tempo, di chi era l'amante, il duca?
Mio!
Tu hai saputo che la contessa Guendalina Pieretti ha chiesto tue informazioni?
S.
Come l'hai saputo?
Me l'ha detto don Paolo Valenti.
Don Paolo  il tuo amante?
S.
Passi con lui il tempo, che a me dicevi di passare a letto delle tue amiche malate?
S.
Hai altri amanti, oltre don Paolo?
S.
Fa i nomi!
Il banchiere Majorca.
E poi?
Fulmen scosse il capo, come a dire che non ve n'erano altri.
Tu sai?... continu Marcello.
Ma fece una pausa.
Risuon nel corridoio un passo leggero e svelto; fu bussato forte all'uscio; s'ud la voce di Magda:
Marcello, Marcello, sei tornato?... Come sono contenta! Fulmen  con te?
Aspetta, Magda! rispose con voce pacata Marcello. Tra poco. Ora stiamo discorrendo.
Non apri? insistette la fanciulla, di fuori.
No! Tra poco! ripet Marcello senza muoversi.
Magda rise e il passo leggero e svelto si allontan.
Chi  l'amante di Magda? riprese Marcello.
Fulmen non rispose.
Il giovane le piant le mani sulle spalle nuovamente, ed ella sent le dita d'acciaio, che la serravano attraverso la stoffa leggera dell'abito amaranto.
Ma io non ho il diritto... mormor.
Di che diritti vuoi parlarmi? Chi  l'amante di Magda?
L'avvocato Devinna.
L'avvocato Devinna si chiama Edoardo?
No.
Allora quell'Edoardo a cui scriveva Magda un giorno; e io la sorpresi, e tu dicesti che giuocavate a scriver lettere imaginarie; quell'Edoardo  un altro?
S.
Come si chiama? Che fa?
L'ingegnere Edoardo Zella.
Tu, le hai insegnato a darsi agli uomini, non  vero? Ella ha seguito il tuo esempio, non  vero? Tu, lei hai fatto conoscere le male femmine che sono tue amiche?
Fulmen chin il capo.
Tu sai che Dora Biganti  una prostituta e si vende per duecento lire?
S.
Marcello fece una pausa, e si scost.
Quella ragazza, quella donna, quel mostro, ch'era sua sorella, gli metteva orrore. Non sapeva comprendere come fosse cos leggiadra, perch la natura le avesse dato un volto stupendo, sul quale la dolcezza poteva alternarsi con l'espressione dell'orgoglio, di quell'orgoglio che vien da un'anima diritta e pura.
Fulmen lanci un'occhiata a suo fratello; vedendolo silenzioso, sfinito, appoggiato a un angolo della libreria quasi non potesse pi reggere, os lentamente, lentamente, alzarsi in piedi; e subito gettarsi nella poltrona, coprendosi il volto con le palme.
Si domandava se il pericolo d'un colpo di rivoltella impendesse ancora; e senza vedere, stava attentissima a ogni rumore per comprendere che cosa faceva suo fratello.
Ma si sent strappare le mani dal viso ed ebbe Marcello in faccia, tremante di furore e di sdegno, bianco quasi gli avessero passato sui lineamenti una polvere di marmo. Il pericolo di morte era l, si leggeva dentro gli occhi di quel forsennato.
Con chi sei andata a Viareggio? egli interrog
Col duca di Giuncano.
All'albergo?
S.
Facevate vita coniugale, in cospetto di tutta Viareggio, di tutta l'Italia, non  vero? E ti conoscevano per l'amante, la mantenuta di quel signore? Fu lui a consigliarti di mandarmi lontano, a Pavia, a Modena o a Bologna, perch non vedessi, perch non capissi? Fu lui?
S.
Tornasti col tuo fare arrogante, dicesti d'aver parlato con un professore, decretasti che avrei studiato a Modena. Io obbediva senza saperlo al duca di Giuncano tuo amante!  cos?
Fulmen tacque.
 cos? ripet Marcello.
 cos!
Marcello fece un passo indietro, e improvvisamente sput in faccia a sua sorella.
Non vali di pi! disse.
Fulmen balz in piedi sotto l'atroce insulto, cercando intorno, come volesse un'arma; con uno sguardo Marcello la ferm, ed ella ricadde nella poltrona.
Avviatosi alla soglia, il giovane aperse, tolse la chiave dalla toppa, la introdusse dalla parte opposta, e usc, chiudendo Fulmen nella camera.
...
Colta in trappola quando meno se l'aspettava, terrorizzata dall'idea d'un colpo di rivoltella nella testa, aveva detto ogni cosa, tradendo Magda, gli amici, le amiche, s stessa!
No, era stata troppo stupida! Avrebbe dato dieci anni di vita pur di riscattare quel momento di debolezza.
Rimasta sola, Fulmen rec una mano alla bocca e l'addent con tale decisione, che ne fece sprizzare il sangue.
Ora tutto  crollato. Ora Marcello sa.
Che intende fare? Interrogher anche Magda? Andr a provocare Valenti, Devinna, Majorca, il duca di Giuncano, l'ingegnere Zella? Un ragazzo! Lo metterebbero alla porta. Ma  un violento; pu vendicarsi in qualche maniera pi spiccia e pi terribile.
Ammazzarli tutti?
Fulmen sorrise malignamente.
E da chi ha saputo? Chi gli ha dato i primi indizii?
Ella  vinta. Da oggi comincer una vita d'inferno, perch quel pazzo vorr mutare, rifare ogni cosa, vigilare incessantemente. Le obbligasse a lasciar Roma?
Fulmen medit, rannicchiata nella poltrona, il volto chiuso in un cipiglio di rabbia e di odio, che le dava una bellezza tragica.
Odiava suo fratello; non sentiva in quell'istante se non il bisogno di vendicarsi. Ma non sapeva come.
Girando gli occhi intorno, vide sotto la scrivania, sdraiato sulla pelle di tigre, il piccolo Atteso, il quale aveva seguto prima la scena con aria interrogativa, e poi, a poco a poco, stremato dalla fatica, aveva preso sonno.
Fulmen lo guard a lungo.
...
Lasciata sua sorella, Marcello pass pel corridoio, avviandosi alla camera delle ragazze, ove certamente Magda lo aspettava.
Era silenzio in casa.
Pareva che tutti avessero sentito l'avvicinarsi e il prorompere della tempesta. La signora Adalgisa doveva essersene andata al pi presto. Sofia stava chiusa o in salotto o nella sua camera. Ida e Clotilde, le persone di servizio, non si facevano vedere. In anticamera le valige di Marcello giacevano nell'angolo in cui le aveva deposte il facchino; nessuno aveva osato toccarle.
Sola inconsapevole, gaia e bambina come di solito, Magda.
Essendo aperti i battenti a smeriglio, Marcello si ferm sul limitare a osservarla non avvertito.
Magda, allungata a terra sopra una pelle d'orso nero, teneva fra le mani una piccola bambola con un gran nastro fra i capelli.
Sa che  arrivato mio fratello? diceva alla bambola. Ora si faccia coraggio, contessina, che mio fratello le comprer un abito nuovo. Glielo domander io. Marcello mi vuol bene; e mi dir di s. Poi glielo presenter. Ma non me lo porti via con codesti occhi azzurri, perch anch'io gli voglio molto bene, e allora piangerei!
Marcello ascoltava trasognato.
Era Magda, la ragazza che aveva avuto gi due amanti? Come si conciliava nel suo animo quella innocente garrulit con la vergogna della sua condotta? Come poteva trastullarsi con la bambola colei ch'era gi stata fra le braccia di uomini e sapeva probabilmente tutto l'amore?
Ha capito, contessina? Ora faccia la savia. Io la metto a dormire qui, sulla testa dell'orso. Non abbia paura.  morto e scuoiato.
Magda s'alz, vide Marcello sulla soglia, e gli corse incontro.
Ah, tu facevi la spia! disse ridendo. Volevi sapere i miei segreti?
Si ferm, osservando dubitosa il volto aggrondato e pallido di Marcello.
I tuoi segreti li so! egli rispose squadrandola.
Magda arross, con la bambola appoggiata al petto.
Prepara la roba, seguit Marcello. Fa i bauli, subito. Noi partiamo questa s'era.
Partiamo? ripet Magda attonita. Chi?
Tu e io.
Per dove?
Non chiedere altro! Fa i bauli! impose Marcello.
Ma io sono contenta, caro! esclam Magda.
Usc nel corridoio e chiam ad alta voce:
Clotilde! Clotilde!
Indi si volse a suo fratello, che gi si allontanava.
Hai parlato con mamma? domand.
Mamma non c'entra.
Mi permetti, Marcello, di condurre meco Clotilde? La tua Carlotta non sa nulla delle mie abitudini, non conosce i miei vestiti...
Fa come vuoi. Partiamo stasera alle otto.
E Fulmen?
Marcello si rivolse con un'espressione di tanta ripugnanza, che la fanciulla ammutol.
Doveva essere avvenuto qualche cosa di ben grave. Marcello era irriconoscibile. Il ragazzo s'era fatto in poche ore un uomo dal polso d'acciaio. Fulmen, la vera padrona di casa, non contava pi. Mamma era scomparsa.
Clotilde, ordin Magda alla cameriera sopraggiunta. Fuori i miei vestiti, i cappelli, la biancheria, tutto!... Partiamo stasera con Marcello.
Il cuore di Clotilde ebbe un sobbalzo e cominci a battere tumultuosamente.
Ella aperse l'armadio e prese i vestiti di Magda, che questa posava a mano a mano sul letto. Quindi la cameriera usc per trascinare nella camera un baule, e Magda si mise a cantare sotto voce:
Dimmi se un giorno mai
L'amor che ti portai
Nel cuor ti fiorir.
...
Marcello aperse l'uscio della sua camera e disse a Fulmen:
Puoi andartene.
Fulmen si lev in piedi; senza volgere il capo, senza dir parola, umiliata e furibonda, scomparve.
Le ore che seguirono furono tetre.
Marcello, sdraiato sul letto perch si sentiva spossato, not tutti i rumori di passi che conosceva e che venivan dal corridoio: Fulmen da Magda; Magda e Fulmen dalla mamma; la mamma che tornava nella sua camera e vi si chiudeva; l'andirivieni di Clotilde, affaccendata a preparare la roba della padroncina e la sua propria.
Nessuno avvis per la cena. Forse quella sera non si cenava
Tutto  pronto, signorino. Dobbiamo chiamare le vetture e far caricare i bagagli?
Naturalmente, rispose Marcello senza muoversi.
...
Al momento di partire, la mamma apparve in anticamera.
Tu mi porti via Magda? Te ne vai cos? Non hai nulla da dirmi?... interrog con voce in cui tremava il pianto.
Marcello fece uscir Magda e Clotilde; poi volgendosi a sua madre, disse imperioso, squadrandola da capo a piedi:
Silenzio!...
...
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...
Capitolo 13.
...
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...
Pagato il conto, mentre stava per andarsene, finito il pranzo alla solita trattoria, Carlo Provana annunzi a Giampietro Cravello:
Sai che Marcello Drusba  tornato?
Quando? fece Giampietro, sbucciando una mela.
Oggi: con una delle sorelle e una cameriera.
Una delle sorelle? ripet Giampietro attonito. La maggiore o la minore?
Non so. Io non li ho visti. Me lo hanno detto.
E Carlo Provana, girando gli occhi intorno, si conged.
Buona notte, signori! disse. Me ne vado a Bologna!
A Bologna aveva trovato finalmente un'amica, una canterina da caff concerto, bruna e formosa. Egli partiva la sera e tornava l'indomani nel pomeriggio. Aveva fatto presto a innamorarsi ed era tormentosamente geloso.
Va dalla sua Tilde, mormor Giampietro.  fedele.
Tilde Caiani soprannominata Scocciarella, disse lo studente di chimica, Gino Baldesi.
Gli coster un occhio e gli pianter le corna, soggiunse Giampietro.
Contrariamente alla sua abitudine, chiacchierava dei fatti altrui; ma il suo pensiero era lontano.
Marcello Drusba tornato, e tornato con una delle sorelle!
Fosse Magda?...
Si stup di scoprire in s medesimo un'impazienza, un'inquietudine, che tradivano il suo sentimento per la fanciulla.
Disse al cameriere:
Fa presto, perch ho fretta!
E a Gino Baldesi:
Stasera non verr a far la partita a biliardo. Ho da leggere e da prendere qualche nota... Dunque dicevi, Tilde Caiani, soprannominata Scocciarella?
Ascolt distratto le chiacchiere di Gino Baldesi, poi, non appena, saldato il conto, se ne and.
E se fosse Fulmen, invece? Fulmen gli era antipatica; aveva scritto in volto, sotto le linee della sua bellezza, qualche cosa di torvo e di procace nel tempo stesso.
Era ancor presto.
Giampietro cerc un poco di fiori, ma non ne trov di freschi dai fiorai; entr in una confetteria e comper una scatola di marroni canditi.
Quindi a lunghi passi, si avvi verso la casa di Marcello.
Quel giovanotto alto e forte si sentiva timido; e messo l'indice sul campanello elettrico, rest ad attendere con un certo dubbio in cuore.
Venne ad aprirgli una ragazza ch'egli non conosceva, Clotilde, Ma dietro questa, comparve Magda.
Oh, Giampietro! esclam la fanciulla. Avanti, avanti!... Marcello, c' Giampietro!
Era vestita con molta semplicit di bianco e aveva annodato a corona la treccia pesante intorno al capo. Non dimostrava cos acconciata, pi di sedici anni.
Giampietro la fiss, le baci la mano, rise.
Sa che per poco non la riconoscevo? disse.  ringiovanita,  una bambina.
Entrarono nel salotto. Marcello and incontro a Giampietro e gli strinse la mano; ma lo studente di medicina represse a stento un moto di sorpresa, vedendo il pallore, le occhiaie di Marcello, qualche cosa in tutto il volto, che significava un profondo malanno fisico o morale.
Sei molto gentile, disse Marcello. Come hai saputo del nostro arrivo?
Me ne hanno parlato alla trattoria, ma non mi hanno detto che sei arrivato con la signorina. Credevo di trovarti solo.
Mentiva perch la sua premura non fosse sospetta all'amico.
Rimase fin tardi, chiacchierando di studii e di libri, di Roma e di Gallipoli, di professori e di esami.
I suoi occhi cercavano Magda. Era stupito della significazione di candore che l'abito bianco, che l'acconciatura della testa le davano... E tuttavia egli sapeva bene che aveva avuto degli amanti, che a Roma era conosciuta, che a un uomo non rimaneva forse pi nulla da apprenderle.
Ella andava e veniva pel salotto ingombro di vesti e di cappelli e li riguardava perch il viaggio li aveva un poco sciupati; di tanto in tanto sorrideva a Giampietro, e, levato un marrone dalla scatola offertale, se lo metteva in bocca.
Quanto rimarr, signorina? interrog Giampietro.
Magda si strinse nelle spalle, indicando suo fratello.
Comanda lui! disse. Bisogna chiedere a lui.
Io la tengo con me, spieg Marcello. Quando avr dato gli esami, mi inscriver pel secondo anno all'Universit di Napoli o di Bologna.
Ci lasci? fece Giampietro inquieto.
S, non posso tener Magda in una piccola citt per tre anni.
Allora ti conviene di scegliere l'Universit di Roma, gi che hai la casa e la famiglia.
Marcello non rispose. Giampietro mut discorso. Aveva capito; c'era un mistero, sotto, c'era un dramma, che anche l'aspetto stanco di Marcello faceva intuire.
Se scegli una citt di mio gusto, sono capace di seguirti, disse Giampietro.
C' tempo, rispose Marcello brevemente. Non ne so ancora nulla.
Sceglieremo Napoli, dichiar Magda. Io voglio il mare, e la festa di Piedigrotta e le belle canzoni!
Non dire sciocchezze! interruppe Marcello.
La fanciulla guard Giampietro e rise.
Il dramma non l'aveva toccata o la irrefrenabile gaiezza vinceva anche il ricordo?
Giampietro non seppe rispondere al quesito.
Ma quando prese congedo e se ne and, aveva gli occhi pieni della sua imagine: sottile, snella, vestita di bianco, la corona di capelli neri attorno al capo, bellissima la bocca, bellissimi gli occhi; e dritta, sciorinava ora un vestito ora un altro, le braccia alte, svelando le linee ancor fragili e acerbe.
...
Che fare?
Giampietro non chiuse occhio tutta la notte.
Che fare?... Chiederne la mano e seppellir cos, con un atto audace, l'intero passato di lei?... Farsene un'amante, crearla di nuovo, sposarla pi tardi? Cercar di dimenticarla? Partire?
Egli era sdegnato contro s stesso. Duro, scettico, diffidente, spregiator di sentimentalismi e di debolezze, eccolo preso al laccio da una ragazza, che non ha nemmeno il fascino dell'innocenza; che s' data, forse ridendo, forse incosciente, all'uno e all'altro, perch cos ha fatto sua sorella, perch l'amore le sembra un giuoco divertente, perch manca d'ogni principio morale.
Avrebbe voluto accusarla di civetteria; ma in verit, Magda accoglieva lui come un buon amico e non sembrava nemmeno rammentarsi d'esser bella, tanto era naturale.
Di certo, Marcello aveva scoperto, saputo ogni cosa; lo diceva il suo volto, su cui l'artiglio d'un dolore implacabile non era scomparso. E delle due, con intuito sicuro, aveva scelto Magda per tentar di salvarla. Fulmen non dava pi alcuna speranza; corrotta fino al midollo, forse corruttrice di Magda.
Ma nel mentre Marcello s'accinge a un'opera tanto alta come la redenzione d'una sorella, lui, Giampietro, osa sedurla e farsene un'amante?
No; sarebbe una disonest odiosa.
Bisogna dunque non vederla pi. Bisogna partire.
Giampietro, fermato tal disegno, si gett dal letto, accese la lampada elettrica, e seduto innanzi al tavolino da lavoro, s'accinse a scrivere: Caro Marcello. Me ne vado. Scusami se non ti saluto.
Poi riflett, e torn a letto.
Perch tanta furia?... Perch non veder pi Magda, cos bella?
E a poco a poco si addorment, con l'imagine di lei negli occhi: sottile, snella, vestita di bianco, le braccia in alto, la bocca schiusa al suo ridere irrompente...
...
Marcello non conosceva ancora abbastanza il cuore femminile per comprendere sua sorella.
N'era sconcertato.
Presa dall'esistenza nuova, certo meno piacevole che quella di Roma, la fanciulla parve adattarvisi del suo meglio.
Ed era stata colta alla sprovveduta; aveva in quel momento un amante, l'avvocato Devinna; e partendo, non aveva lasciato una parola, un addio, per lui.
Di Roma, di Fulmen, di sua madre, non si ricordava pi. Di ci che era avvenuto, non chiedeva. Dei segreti suoi, ormai a cognizione del fratello, non si interessava.
Aveva preso con s Clotilde perch l'aiutasse a vestire e a svestirsi; e la bambola, alla quale aveva dato il nome di Clara.
Cantava spesso; leggeva romanzi; faceva gli abitini, le cuffiette, le piccole scarpe per Clara; dormiva con Clara. In carrozza, un posticino per Clara, un posticino per Atteso.
Il cane aveva finito col credere che Clara fosse una persona viva, ma come la bambola sapeva qua e l di colla, Atteso la fiutava con una curiosit e un rispetto che dimostravano la sua sollecitudine per quello strano personaggio: se fosse stato solo, forse avrebbe tentato di mangiarla, perch l'odor di colla aguzzava il suo appetito; ma, insomma, considerando che la padroncina amava Clara, l'amava anche lui.
Marcello andava osservando, anzi guatando Magda.
Aveva dovuto, a proposito di lei, far pensieri, che in ogni altro caso sarebbero stati sconvenienti; ma egli voleva veder la verit in faccia, e non si lasciava pi vincere da timorose delicatezze.
Magda ha avuto due amanti;  abituata al piacere e alla volutt; sa che cosa significa l'amplesso.
Portata via d'improvviso, alla vigilia forse d'uno dei soliti convegni, qualche volta ha passato, come Fulmen, un'intera notte fuor di casa, strappata alle braccia del maschio, condannata alla castit, potr resistere?  giovanissima; il suo sangue ardente, il sangue dei Drusba,  stato risvegliato dai baci dell'uomo; potr riaddormentarsi?
Egli, Marcello, sa quanto costa rinunziare alla volutt, egli che ha lasciato Guendalina per un alto sentimento d'onore; e non trova rifugio contro le tentazioni se non nell'idea d'aver compiuto un nobilissimo dovere.
Ma sua sorella non aveva intenzione di compiere sacrificio alcuno; viveva in piena colpa. Le hanno detto di partire;  partita. Le han detto di mutare; ha mutato. Non verr mai l'ora della ribellione?
Cantava, leggeva, giuocava con la bambola, non dava segno di noia.
Era sufficiente la volont d'un fratello a rialzare Magda e a formarle una coscienza?
Marcello se lo chiedeva, come qualche tempo innanzi se l'era chiesto Giampietro.
Era sufficiente la volont d'un fratello, o occorreva la forza del maschio, il fascino dell'amore?
In questo caso, Marcello sarebbe stato vinto; il suo tentativo era assurdo e giungeva troppo tardi...
...
Una mattina Magda, vestita appena con una vestaglia rossa, i capelli ancora sciolti per le spalle, i piedi nelle pantofole, chiam:
Marcello, Marcello, vieni a vedere!
Occupava la grande camera col grande letto; a Clotilde avevan comperato una branda e dormiva nello stanzino del bagno.
Vieni a vedere, Marcello!
Il giovane, temendo che sua sorella non avesse trovato qualche grosso ragno o qualche topo, infil svelto il pigiama e entr.
Ma scorse Magda ritta innanzi alla finestra, con l'indice appoggiato a un vetro.
Vieni; leggi qui! disse.
Aveva scoperto incise col diamante, alcune parole: Fido in te... Contro tutti.. Speranza....
Ah s, fece Marcello annoiato. Avevo gi visto. E perci mi chiami?
Che significa?
Son parole scritte da qualcuno che ha occupato questo piccolo appartamento.
Ma son parole d'amore, osserv Magda. Contro tutti, fido in te, Speranza. Son parole d'amore!
Saran parole d'amore, ammise Marcello.
E Speranza  il nome della donna?
Come vuoi che io sappia?
Fido in te! Contro tutti! ripet Magda pensierosa.
Marcello usc dalla stanza, ma stette ad ascoltare; e per qualche tempo non ud n rumor di passi n frusco di gonne. Magda rimaneva a meditare innanzi alle parole misteriose d'un amore, ch'era passato in quella camera, che aveva conosciuto il suo gaudio e le sue lagrime forse in quel medesimo letto.
Marcello aggrond la fronte.
Per tutto il giorno Magda apparve assorta; lesse, giuoc con la bambola forse per abitudine; Marcello la sorprese pi d'una volta gli occhi fissi nel vuoto, lo sguardo lontano.
Pranzavano in casa; avevan comprato un fornello a gas e Clotilde riusciva a combinare ogni giorno un pranzo e una cena, ma come ambiva la lode di Marcello che la faceva felice, era attentissima, e quei pasti semplici non mancavano di sapore.
A pranzo, Magda non parl.
Forse ti annoi, disse Marcello esitando.
No, caro, ella rispose.
Devo confessare che la mia compagnia non  piacevole. Sono stato sempre di poche parole, ma dopo che ho saputo ogni cosa e tutte le mie illusioni sono cadute, probabilmente il mio carattere si  fatto intollerabile.
T'inganni! rispose ancora Magda.
Il giovane rilev con meraviglia che ella non domandava che cosa avesse saputo, perch le sue illusioni fossero cadute. Fulmen l'aveva forse messa a ragguaglio prima che ella partisse. I giorni eran passati e Magda non chiedeva.
Fulmen vuol cantare? interrog Marcello, rammentando la scena al momento del suo arrivo a Roma.
S, abbiamo conosciuto a Rocca di Papa quella signora Adalgisa, che tu hai visto. Ella ha detto che Fulmen ed io abbiamo una voce meravigliosa di soprano. Mamma s' lasciata prendere a tanti elogi. Voleva studiassimo tutte e due. Ma quando ho inteso, che se non si canta in teatro si canter in un caff concerto, ho rifiutato.
Caff concerto? esclam Marcello. Credo che tua madre  diventata pazza! E Fulmen canterebbe col suo nome?
Naturalmente.
Fulmen Drusba in un programma di caff concerto? La sbaglia!
E Marcello pens a Tilde Caiani detta Scocciarella, l'amante di Carlo Provana, la quale sarebbe diventata amica e collega di Fulmen; ma non aveva gi, questa, per amica Dora Biganti detta Cavicchio, la quale si prostituiva in via del Babuino?
Verso sera, giunse Giampietro. Egli veniva pi di rado, ora, che non quando ambedue le sorelle eran di passaggio per Modena; un certo riguardo per Magda e pi per Marcello gli consigliava la prudenza.
La fanciulla lo accolse con gioia.
Egli propose di fare una passeggiata, poich c'era la luna; e Magda batt le mani.
S, andiamo a passeggio! disse. Non  vero, Marcello, che andiamo a passeggio, e vieni anche tu?
Marcello le pass una mano dolcemente sui capelli e le sorrise. Poveretta, l'intero giorno rinchiusa con lui, senza veder n gente n mostre di negozii come le piaceva, senza poter chiacchierare se non con la bambola!
Marcello guard anche Giampietro.
No, disse. Andate voi. Io debbo studiare. Non tornate troppo tardi, mi raccomando!...
Magda si gett una sciarpa leggera sulle spalle e usc con Giampietro.
Non eran giunti in capo alla via, che Marcello aveva compreso il suo errore. Perch non accompagnare Magda? Perch affidarla a Giampietro, ch'era un buon amico senza dubbio, ma, dopo tutto, un uomo, un giovane?
Marcello si strinse le tempia fra le mani.
Aveva troppe cose da pensare.
Quello stesso giorno gli era giunto lo chque che gli mandavano mensilmente da casa.
Di solito, lo chque era incluso in una piccola lettera della mamma. Quella volta, nessun biglietto l'accompagnava.
Marcello non aveva esitato; pochi minuti dopo averlo ricevuto, lo respingeva a sua madre, senza parole.
Era deciso. Non poteva pi ricever danaro da casa. Aveva voluta la lotta e doveva sostenerla da solo. Fortunatamente la somma che gli spedivano ogni mese da casa era cos sproporzionata a' suoi bisogni, ch'egli possedeva circa settemila lire di risparmii; con queste avrebbe potuto reggere parecchi mesi; ma poi? Che sarebbe avvenuto di Magda e di lui, incapaci ambedue a guadagnarsi la vita?
Occorreva provvedere. Aveva pensato di vendere un fondo; ma egli era minorenne. Suo padre poteva vendere per lui; ma egli aveva annunziato che sarebbe ripartito per Londra. Era partito davvero?
Marcello ferm di telegrafargli a Roma; se fosse stato ancora l, lo avrebbe raggiunto e lo avrebbe persuaso a vendere. Se no?...
Marcello si stringeva le tempia fra le mani, disperato e ben deciso a non lasciarsi vincere.
Poi lo torturava il pensiero di Guendalina.
Alcuni giorni prima, aveva incontrato in via Emilia il conte Adelmo in automobile; e come questi fermava la macchina, Marcello gli si era fatto incontro.
Ti piace? disse il conte.  una quaranta cavalli. La metto a tua disposizione. Vieni a prenderla quando vuoi.
E volgendosi al meccanico:
Questo signore ha il diritto di usare la macchina al pari di me, avete inteso?
Come sta la contessa? interrog Marcello.
Meglio.  stata malissimo, poco dopo la tua partenza. Malissimo, ti dico. Ora va rimettendosi. La mander in montagna, non appena sia rinfrescata.
Marcello non seppe rispondere. Si chin come per osservare l'automobile, ma in verit per nascondere l'ambascia che gli aveva invaso il cuore e sbiancato il volto.
Magnifica, non  vero? continu il conte, alludendo alla macchina, di cui era puerilmente orgoglioso. Io riparto fra pochi giorni per le Puglie. Ah, quel fondo! Ti assicuro che me ne d, del lavoro!.. E cos la macchina rimane inoperosa. Puoi usarne a tuo piacere. Geminiano, avete inteso: questo signore...
La macchina riprese la corsa.
Marcello rest nel mezzo della via, fingendo di osservar la marcia sicura e spedita dell'automobile, ma preso dal ricordo angosciato di Guendalina.
No, Fulmen e Magda non potevano nemmeno sognare quanto costavano a lui e alla sua amante bionda! Questa aveva accettato il sacrificio, perch egli potesse riprendere almeno una delle sorelle e salvarla. Ma quale amara lezione, se il sacrificio fosse tornato inutile!
Il pensiero della prova difficile a cui s'era accinto teneva sospeso l'animo di Marcello quella sera, mentre Magda era fuori a passeggio con Giampietro.
Sulla caminiera del salotto troneggiava una pendola di bronzo dorato, debitamente sotto campana di vetro e il gruppo rappresentava un cavallo impennato, che un giovane tratteneva pel morso. Il giovane era nudo, ma una fascia svolazzante, caduta da non si sapeva dove, gli copriva le parti pi intime.
Marcello, sdraiato sul divano, volse gli occhi al quadrante e cont i minuti.
...
Non appena fuori, Giampietro si sent impacciato.
Aveva proposto quella piccola passeggiata credendo che Marcello sarebbe stato terzo; non si poteva supporre che, diffidente e guardingo, lasciasse la sorella.
Dove andiamo? chiese Giampietro.
Dove vuole, rispose Magda. Da questa parte o da quella.
Camminarono un tratto in silenzio; poi Giampietro riprese:
Andiamo a prendere un gelato?
In un caff con lei? Marcello non ce la perdonerebbe! fece Magda. E poi mi ha promesso la luna. Voglio la luna.
Io gliela darei, la luna, borbott Giampietro.
Guidava la fanciulla per viuzze ch'ella non conosceva; andavano a passi lunghi, quasi temessero d'essere inseguiti, Incontraron pochi passanti; e all'avvicinarsi di questi, Magda s'avvolgeva il viso nella sciarpa, lasciando liberi appena gli occhi.
Taceva. Giampietro pens a profittar di quell'occasione per dire tutto, ma non sapeva da qual parte rifarsi.
Aveva avuto parecchie donne facili, senza amarle. E sentendo d'amare Magda, provava contro di lei un sordo rancore, non soltanto perch ella non meritava, ma perch egli aveva sognato di viver la vita intera senza impacci di tal natura; onde, se avesse avuto Magda in suo possesso, avrebbe pensato forse prima a morderla che a baciarla,
E tuttavia bisognava sbrigarsi, approfittare di quell'occasione.
Io gliela darei, la luna; mi arrampicherei fino in cielo, riprese improvvisamente. Perch, sa che l'amo?
Chi? La luna? fece Magda ridendo.
Giampietro abbozz un gesto d'ira.
Non ischerzi; non  il momento di scherzare! disse con piglio risoluto. Amo lei, Magda. E sono disperato!
Magda non rispose. Camminava al fianco di Giampietro, a capo basso.
Sono disperato, perch se fosse onesta, io potrei chiederla in moglie, e saremmo felici. Ma non  onesta. Lei ha avuto degli amanti. Io lo so. E allora, che devo fare? Come ha potuto aver degli amanti, lei, cos giovane che pare una bambina? E io l'amo, e non so che fare...
Giampietro sper che Magda rispondesse, che si ribellasse alle sue accuse. Nulla! Seguitava a camminargli al fianco, la testa bassa, guardando a terra.
E non  cattiva. Io so anche questo. Sua sorella  cattiva. Lei no! Ma come ha potuto aver degli amanti? E li ha amati quegli uomini? Gi, sono domande stupide. La verit non me la dir mai. Io non so che cosa fare! Penso a lei continuamente. Volevo andarmene, scappare... Ma non  possibile. Mi sento morire all'idea di non vederla pi, di non saper pi nulla di lei... Questo  molto ridicolo. Io cos forte, cos scettico, sono in potere di una bambina incosciente... E non so che fare... Disperato, ecco, disperato!
Magda lev il capo e disse:
Torniamo Indietro!
Rifecero il cammino a passi lunghi e in silenzio.
Giampietro non os aggiungere altro.
L'aveva offesa? Ma perch offesa, s'egli aveva detto la verit?... Non era colpa di lui, se la verit era cos brutta.
Il ritorno parve pi breve che l'andata.
Giampietro si vide innanzi la casa di Magda quando ancora mulinava nel cervello d'invocare una risposta della fanciulla, di chiederle perdono.
Ella si volse.
Non sale? disse.
Giampietro sal, Magda entr cantarellando. Incontr Marcello in anticamera.
Non dirai che abbiamo abusato del permesso! ella osserv.
S siete savii. Vi ringrazio, rispose Marcello con un gran respiro.
Venga! fece Magda a Giampietro, il quale stava per congedarsi.
E con meraviglia di Marcello, la fanciulla guid Giampietro nella camera da letto, gli addit il vetro su cui erano incise le parole.
Legga qui! ella disse.
Fido in te. Contro tutti. Speranza, lesse Giampietro. Chi ha scritto?
Speranza! rispose Magda.
Come? rilev Marcello. Ti occupi ancora di simili inezie?
Chi  Speranza? interrog Giampietro.
Non so; una donna che ha abitato questo appartamentino, spieg Magda.
Ma sa che sono belle queste parole? riflett Giampietro, leggendo nuovamente, sottovoce.
Sembrava non riuscisse a staccarsi dalla finestra. Poi, d'un tratto, disse:
Buona notte!...
E senza tender la mano ad alcuno, usc bruscamente.
...
Invece di partire per Londra, Adolfo Drusba era rimasto al suo albergo; inchiodato dall'abitudine e dall'indolenza del suo carattere, annunziava ogni giorno la partenza per l'indomani; e l'indomani gli amici lo ritrovavano seduto nella solita poltrona del bar, un grosso sigaro di Avana tra le labbra, lo sguardo perduto dietro le nuvolette di fumo.
Nel pomeriggio saliva dal commendatore, giuocava a baccar fino all'ora del pranzo, quindi, mutato l'abito, usciva.
Era sereno, anzi d'umore piuttosto gaio.
Sta attento; non giuocare contro Devinna, gli consigli un giorno un amico.  certamente fortunato, oggi.
Che vuoi dire?
Gli han portato via l'amante!
Adolfo Drusba diede in una risata; e pi tardi, mentre teneva il banco e vedeva l'avvocato Devinna perdere, andava pungendolo:
Come? Neanche oggi vinci?
E perch dovrei vincere? borbott il Devinna.
Mi hanno detto che sei sfortunato in amore.
Sta zitto! fece l'avvocato con un lampo negli occhi.
Ti hanno portato via l'amante? seguit Adolfo Drusba.
Qualcuno toss. Uno, pi prudente, invit:
Suvvia, non facciamo chiacchiere! Tieni o non tieni banco?
Tengo banco!
Quant'?
Duemila!
Banco!
Adolfo Drusba vinse; e si rivolse a Devinna:
Dovevi chiederlo tu, il banco! osserv. Avresti vinto!
L'avvocato sbuff.
Che t'importa, disse, se sono o non sono fortunato in amore?
A me non importa nulla. Carte? Otto!... A me non importa nulla, tu dovresti imparare a non prender sul serio certe donne!
Il Devinna gett le carte e si alz, uscendo nel corridoio.
Un amico gli corse dietro.
 un po' troppo! esclam il Devinna. Non so chi mi tenga dal dirgli che la mia amante  sua figlia, Magda!
Per carit!
E perch va irritandomi, quell'imbecille?
Sta zitto, pu udire...
Tanto peggio per lui...  colpa mia, se ha due figlie di quello stampo? Del resto, Magda  partita con suo fratello.
Che c', anche un fratello?
E un bravo giovane, sembra; il quale s' presa Magda per avviarla un po' meglio...
Disgraziato!
Disgraziato un corno! Magda, pu far bene, senza l'esempio di quella volgare sgualdrina di sua sorella.
Amen!... E intanto rientriamo!
Rientro, ma se Adolfo mi annoia, parola d'onore, gli spiattello tutto in faccia!
Qualcuno nel frattempo doveva aver ammonito Adolfo Drusba, perch non appena il Devinna ebbe ripreso posto, l'altro gli disse:
Spero tu non me ne voglia per i miei scherzi. Non avevo alcuna intenzione d'offenderti!
L'avvocato stese la mano al Drusba. I compagni applaudirono.
Adolfo Drusba pagher due bottiglie di sciampagna! decret il commendatore, suonando il campanello per chiamare il cameriere.
Il giuoco seguit tranquillo.
Ma l'episodio fu raccontato, se ne fecero i commenti a mezza voce. La figura di quel padre che consigliava a non prendere sul serio certe donne, non imaginando che quelle donne eran le sue figlie, aveva del tragico e del buffo.
 pi ridicolo d'un marito.
Ma che sta a far qui, col pericolo d'incontrare nel bar Fulmen o Magda?
Dev'esser matto.
Non  matto;  un cinico.
Alla fin fine, ha piantato lui baracca e burattini, moglie e figli, e non se n' pi occupato.
Certo, la responsabilit prima  sua. Due figliuole cos belle sono sempre in pericolo...
Tanto pi se il padre se ne lava le mani.
Vi dico:  un cinico.
I commenti seguitarono per diversi giorni, aizzati dall'avvocato Devinna; il quale perdonava a Magda la repentina partenza, ma non le perdonava il silenzio. Se n'era andata senza lasciare una parola per lui; se ne stava lontana senza farsi viva.
La cosa parve tanto insolita all'avvocato, ch'egli si decise a far visita a Fulmen.
Questa era in casa per la sua lezione di canto, e fece attendere il Devinna una buona mezz'ora.
Finalmente, partita la signora Adalgisa, lo ricevette.
Magda? ella disse. Non ne sappiamo niente.  a Modena con mio fratello.
Non ha mai scritto?
Neanche una parola!
Il Devinna non vedeva Fulmen da qualche tempo; e osservandola mentre parlava, ne rimase scosso. Comprendeva ci che non aveva compreso di primo acchito: perch Marcello avesse preso con s Magda e non ambedue le sorelle, Magda e Fulmen insieme.
Fulmen? Fulmen era perduta; era lanciata, come avrebbe detto qualche dilettante del gergo. Giovanissima, s; fresca ancora; ma le sopracciglia, le labbra, persino i lobi delle orecchie e le narici dipinte; un portamento ambiguo, uno sguardare procace, un sorridere o malvagio o malizioso.
Seduta senza alcuna prudenza, svelava fino al ginocchio le gambe inguainate in calze di seta.
Lei far bene a dimenticarla, Magda, consigli Fulmen. Perch Magda, ne sono certa, non torner pi. Del resto,  una ingrata; e anche noi la dimenticheremo.
Allora, nessuna notizia?
Nessuna. L'ultima notizia  questa: mio fratello ha rifiutato lo chque, che gli mandiamo ogni mese.
Ma  magnifico! esclam l'avvocato Devinna.
Le pare? fece Fulmen con accento sdegnoso. Sono due pazzi. Vorrei sapere di che cosa vivono. E tanto peggio per loro!
Io stimo assai suo fratello...
Fulmen alz le spalle.
Anche ora, che le ha portato via Magda? interrog sarcastica.
Appunto per questo! conferm l'avvocato.
E soggiunse, con lieve ironia:
Ma forse, cara Fulmen, noi non ci comprendiamo...
E se ne and.
Era contento. Capiva benissimo perch Magda non gli scriveva, n gli avrebbe scritto mai. Vita nuova: un addio solenne al passato. L'amor proprio del Devinna era salvo. Non si trattava d'un rivale, d'una fuga volgare, ma di un tentativo di riabilitazione. E quel fratello, quel ragazzo, che osava da solo tanta impresa e rifiutava i quattrini di casa, a rischio di morir di fame lui e Magda, quel ragazzo era straordinario.
Il Devinna aveva interesse a propalar la notizia, e la propal immediatamente con tutti i particolari.
Ne fece parola agli amici, che si adunavano al bar, con la certezza che la novella si sarebbe diffusa in tutti i ritrovi. Magda e Marcello Drusba ebbero un istante di celebrit nella Roma elegante e dissoluta.
L'avvocato Devinna sosteneva essere i Drusba gente fierissima; altri opponevano che, a giudicarne da quel padre smidollato e da quella femmina libidinosa di Fulmen, la fierezza primitiva andava declinando.
Ma il Devinna citava il piccolo Marcello, campione autentico della razza; e raccontava l'episodio, narratogli da Magda, la quale lo aveva appreso da Marcello, di quello Scheid Drusba, che all'assedio e alla presa di Otranto s'era fatto conoscere per ferocissimo.
Questo sussurro andava propagandosi senza che Adolfo Drusba menomamente sospettasse tanto rumore intorno al suo nome. Fumava sigarette orientali o avana, giuocava con metodo, sonnecchiava or qui or l nelle poltrone, si divertiva con donne facili, parlava sempre di partire senza trovar n voglia n tempo a fare i bauli.
...
Gli arriv improvvisamente un telegramma di Marcello, quindi una lettera di lui.
Medit un istante, poi si fece portar l'occorrente per scrivere, e scrisse:
Caro Marcello, mi pare buonissima l'idea di vendere perch tu e Magda possiate vivere indipendenti. Ma non si pu vendere a furia. Ci faremmo jugulare. Mi dici che puoi vivere alcuni mesi coi risparmi. E allora mi occuper. Di gli esami, poi vieni a Roma. Troverai tutto pronto. Credo si possano ricavare dalla Mandrianella un duecentomila. Te le passer appena fatto l'affare. Dopo, avrai la tua professione. Arrivederci.
Era per firmare: tuo padre. Ma firm invece: Adolfo.
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Capitolo 14.
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Dati, l'uno sull'altro, tutti gli esami con magnifico esito, Marcello prepar la partenza per Roma insieme a Magda.
Sarebbe tornato poi a prender le robe per recarsi a Milano, avendo deciso d'inscriversi all'Universit di Pavia.
Clotilde rimaneva a Modena ad aspettare di ritorno i padroncini.
Magda non sembr contenta n di quel viaggio, n di quel progetto.
S'era affezionata, diceva, a Modena. Non comprendeva perch suo fratello volesse mutare.
Anche Giampietro si mostr avverso a quell'idea, anch'egli non riusciva a comprender la ragione di quel cambiamento.
Per tua sorella? osservava. Ma se tua sorella dice che sta benissimo qui?
Marcello non poteva spiegare che Guendalina tornava a Modena in autunno, che sarebbe stato un dolore inutile incontrarsi ad ogni istante, ch'ella e lui avevan bisogno di dimenticare.
Preparava la partenza; e vedendolo, Magda esclam una sera con Giampietro:
Com' Drusba!... Duro, cocciuto, silenzioso... Si ha un bel chiedergli ragione di quel che fa: forse non lo sa neppur lui, ma sguita; e non si spiega; un vero Drusba!
Tu credi? ribatt Marcello sorridendo. Un vero Drusba, senza dubbio. Ma i Drusba non agiscono senza ragione.
E allora; sentiamo! invit Magda. M'hai scambiata per una valigia, che si porta qua e l a piacere?
Mia piccola! esclam Marcello.
E poich le era vicino, accarezz la testa della fanciulla con tanta tenerezza, che Giampietro guard altrove, come colto in fallo.
Pensava: portargliela via? Ma se  tutta la sua vita, ma se in lei ha raccolto intera la sua potenza d'affetto, ma se la chiama di continuo unica speranza? Eppure, gliela porter via; perch anch'io non riesco a vivere senza di lei.
Magda sorrise.
Ecco, disse, volgendosi a Giampietro, le sue spiegazioni: molte carezze, un bacio sulla fronte e io ne so meno di prima!
Era dimagrita; un corpo esile e duttile, una cosa fragile, aggraziata; nel visetto da bambina gli occhi fattisi pi grandi bruciavano; risonava ancora il suo bel ridere, ma pi raramente che per lo passato.
Marcello credeva che di quel mutamento fosse causa la vita aIla quale era costretta; uscir di rado, non aver per tutto svago che la bambola e i romanzi ch'egli le portava; di teatri, di visite, non si faceva parola.
Ma in verit, essa era come divorata da un pensiero; e non appena gli occhi di Marcello cessavano dal fissarla, s'accasciava quasi sotto un peso, rimanendo inerte a guardar nel vuoto.
Poi all'avvicinarsi del fratello, fatto uno sforzo, riprendeva la sua maschera di gaiezza, e talora la si sentiva canterellare: Dimmi se un giorno mai....
...
Un giorno d'afa pesante, Adolfo Drusba stava sonnecchiando entro la fresca culla di cuoio che rappresentava per lui il divano del bar, all'albergo.
Aveva tirato il cappello fin sugli occhi e scelto quell'angolo, in cui la penombra lo poteva proteggere dai curiosi.
Roma era presso che deserta. I pi avevan raggiunto le ville sul mare o nei dintorni. Rimanevano in citt gli uomini costretti dagli impieghi o dagli affari, e coloro i quali avevano cos tenaci abitudini, che non sapevano staccarsene neppur nei giorni pi caldi.
Un gruppo di giovani scese la scaletta di marmo che conduce al bar.
Io vorrei qualche cosa di fresco, disse uno Tu, che cosa prendi?
Don Paolo Valenti, al quale la domanda era diretta, rispose:
Una granita di limone in un grande bicchiere, con molto selz.
Che t' avvenuto? chiese un altro.  finita con Fulmen Drusba?
Don Paolo alz le spalle.
Finita? E chi ne pu sapere? disse ridendo. Aveva un amante, un certo banchiere Majorca. Egli le ha scoperto alcune lettere mie, ed  venuto da me a dirmi che dobbiamo batterci.
E tu?
Io gli ho risposto che un gentiluomo il quale si battesse per Fulmen Drusba diventerebbe ridicolo. Trovi un altro pretesto, quell'asino, e ci batteremo fin che vuole. Ma per Fulmen Drusba!... Non ci mancherebbe altro.
Giustissimo. Dicono che il prossimo autunno canter in un caff concerto.
Chi? Fulmen?...
S, spieg Paolo. Ha una vocetta carina, ma insufficiente per il teatro.
E allora, con chi sta? Con te o col banchiere?
Piano! interruppe un giovane.
Avvicinatosi al divano in punta di piedi, osserv un istante, poi torn ripetendo:
Piano: c' il padre, laggi!
Quale padre? domand Paolo Valenti.
Il padre di Fulmen.
Fulmen ha un padre? E chi se lo sarebbe imaginato?
Per fortuna dorme, e non ha udito nulla.
Se no, si batterebbe anche lui! fece don Paolo ironico. Oggi arrischio un duello dopo l'altro!
I compagni risero, e rimessi i bicchieri sul banco, uscirono.
Adolfo Drusba rialz il cappello sulla fronte, diede un'occhiata in giro. Aveva udito tutto.
Un cocktail, ordin al ragazzo del bar.
Poi mastic fra i denti:
Pezzi di idioti! Dovevan guardarsi intorno prima di parlare, e non dopo!... Un po' d'educazione!
Il ragazzo gli rec sopra un vassoio d'argento il bicchiere dall'orlo inzuccherato, con una piccola fetta di limone infissa all'orlo; e avvert che un giovane cercava del signor Adolfo Drusba.
Digli che sono qui.
Pochi istanti appresso, comparve Marcello interamente vestito di bianco.
Quando sei arrivato? chiese Adolfo, dandogli la mano.
Osservava suo figlio con una certa soddisfazione. Era un bel giovane, dritto, sano, ardito. Manteneva stupendamente le tradizioni di famiglia,
Stamane, rispose Marcello. Mi sono sbarazzato degli esami.
Benissimo. Ho venduto. La somma  presso una banca a tuo nome.
Ti ringrazio.
Magda come sta?
Bene.
Alloggiate qui?
No; qui c' troppa gente, troppe ragazze e troppi giovani...
...maleducati, soggiunse Adolfo.
E di botto, raccont a Marcello quanto aveva udito poco innanzi.
Capirai, un po' di garbo, perbacco!... Si guardino intorno, prima di parlare!...
Marcello impallid. Un gentiluomo non si pu battere per Fulmen Drusba!... Questa frase gli era penetrata in petto come una lama... E Fulmen era sua sorella!... Ed egli lottava, studiava, per portare alto il nome ch'ella andava insudiciando!...
Quando mi presenterai alla Banca? interrog freddamente.
Non ti pare che ho ragione? fece Adolfo. Si guardino intorno!...
Ah, babbo!... esclam disperatamente Marcello.
Ma tacque sbito, mordendosi le labbra.
L'uomo che gli stava innanzi, non sentiva pi nulla. Il disonore di sua figlia lo lasciava indifferente; era per lui una semplice questione di maniera, di forma...
Marcello ripet:
Quando mi presenterai alla Banca?
Domattina, se vuoi.
Siamo d'accordo. Verr a prenderti dopo le dieci.
Salut con un cenno della mano, ed usc.
Per il lungo tratto da via Veneto alla piazza della Minerva ove era alloggiato con Magda, cammin come in sogno, scansando cose e persone per istinto.
Lo seguiva Atteso, accaldato, la bocca aperta e la lingua fuori. A udire il tintinno dei bubboli, Marcello pens che non v'era nulla al mondo pari alla fedelt eroica del cane. E a lui non rimaneva se non l'affetto della sua Magda e quel canino devoto, che lo guardava spesso con occhi, i quali volevano esprimere un'infinit di cose oscure.
Non rimaneva altro, veramente?
S, che gli rimaneva qualche cosa di grande, di pi grande che tutti gli affetti: la mta da raggiungere. Gli rimaneva la lotta per portare alto il nome dei Drusba; la quale sarebbe stata la pi bella in quanto pi aspra.
Non gli aveva detto un giorno Guendalina: Tu sei una volont, e le colpe degli altri ti toccano, ma non ti piegano?
Con quanta gratitudine ricordava egli le parole della cara amante lontana, in quel momento in cui pi sentiva la mano del destino avverso!
Procedette spedito, arriv all'albergo, scorse Magda nel salone addobbato con grandi palme e con mobili di giunco.
A chi scrivi? egli domand, giungendo alle spalle di sua sorella.
Magda sussult e si rivolse.
A Giampietro, disse. Vuoi leggere?
Vi fu un attimo in cui Marcello e Magda si scrutaron negli occhi.
No, -, rispose Marcello. Mndagli i miei saluti.
La fanciulla respir. Aggiunse alcune parole, fece l'indirizzo, poi usc per gettare la lettera nella cassetta sotto l'atrio.
Quindi, tornata presso Marcello, domand:
Hai visto babbo?
S. Ha venduto. Domattina andr alla Banca.
Non disse altro; non voleva raccontare a Magda ci che aveva detto don Paolo Valenti, ci che aveva detto suo padre. Sarebbe stato un farle fare un passo addietro, un rimetterla sullo stesso piano di Fulmen; e a lui tardava di partire, per togliere la sorella da quell'aria e da quei ricordi.
Babbo non ha chiesto di vedermi? domand ancora Magda.
Tu pensi? esclam Marcello. Egli s'infischia di te e di me. Non so dove abbia trovato la forza di procurarmi la vendita di quel fondo... Cara Magda, non ci resta pi nessuno, se non ci diamo la mano tu ed io!...
S, certo, mormor la fanciulla.
Sembrava smarrita, come se quella frase avesse prodotto nel suo animo una subitanea confusione, e torceva tra le dita le nappine, che terminavano il nastro della cintura.
Vorrei fare una passeggiata, disse, forse per distrarre l'attenzione di Marcello.
Subito, cara. In automobile: sar pi fresco.
Uscirono in automobile pochi minuti dopo.
Magda indossava un abito turchino con un piccolo cappello a cuffia; al suo fianco, Marcello, che sebben giovanissimo sembrava men giovane di lei.
L'automobile giunse presso l'entrata di Villa Borghese, dalla parte di via Porta Pinciana. Nel mentre varcava i cancelli, li varcava pure in senso opposto una vetturetta leggera a un cavallo, guidata da un signore, nel quale Magda e Marcello riconobbero l'avvocato Devinna.
Magda si fece di bragia in viso. Marcello aggrott la fronte, ma non disse parola.
L'avvocato Devinna fu cos sconvolto al veder Magda, che per poco non lasci cader le redini.
Tornata?... E quel giovane era suo fratello, il ragazzo straordinario? Che diavolo facevano a Roma?
Poco prima, appunto, l'avvocato aveva appreso il pettegolezzo intorno a Fulmen: il vecchio banchiere che scopre le lettere del rivale e vuole battersi; e il rivale che gli ride in faccia; e Fulmen imperturbabile, che li mette alla porta ambedue, non avendo che l'imbarazzo della scelta fra i mille, i quali desiderano prendere il posto del banchiere o dell'altro.
Magda e il fratello giungevano in mal punto, allorch intorno al nome dei Drusba si faceva baccano, e baccano forte.
Marcello diede ordine al meccanico di voltare.
Di gi? fece Magda.
Ho un po' d'emicrania, egli spieg.
Ne aveva incontrato uno, degli amanti di sua sorella; non avrebbe voluto incontrarne altri. Ma non disse nulla a Magda, perch di quel passato intendeva non parlare mai pi, affinch rimanesse nell'animo di lei come l'ombra di un cattivo sogno, come qualche cosa d'inverosimile e d'irreale.
...
Fattosi conoscere alla Banca l'indomani mattina e salutato suo padre, il quale partiva finalmente non pi per Londra ma per Aix-les-Bains, Marcello procedeva da via Nazionale verso Magnanapoli a passo tranquillo.
Un'automobile, una poderosa macchina da corsa a due posti, gli pass accanto rombando; e avendovi gettato l'occhio distratto, vide Fulmen al fianco del guidatore.
Questi era un bel giovane bruno, l'occhio fisso innanzi. Fulmen vestiva di chiaro, una sciarpa di seta al collo; pareva assaporar l'aria fresca ond'era inondata.
La macchina scese a corsa, russando con un fremito gagliardo; arriv forse fino in Piazza del Popolo. E allorch fu al principio del Corso, Marcello la vide ritornare.
Allora, con un balzo in mezzo alla strada, lev la mano, facendo segno di fermare.
Il giovane bruno ferm.
Marcello si avvicin dalla parte di Fulmen, e senza salutare, le disse:
Mi hanno raccontato che quest'autunno canterai in un caff concerto.  vero?
Che t'importa? rispose Fulmen con arroganza.
Poi al giovane che le stava accanto, forse perch non fosse geloso, forse per spiegare quel contegno, soggiunse:
 mio fratello!
Rispondi:  vero o non  vero? riprese Marcello.
Parlava quasi sottovoce, pacato; ma Fulmen leggeva dentro gli occhi di lui la rabbia fredda, la ripugnanza che lo tenevano.
 vero!
Con qual nome?
Col mio nome, Fulmen Drusba.
Sta bene; lo imaginavo. E io te lo proibisco.
Tu? Che vuoi tu fare, che sei minorenne? Io ho un padre, una madre...
Hai insudiciato abbastanza il mio nome.  duopo che ti metta una maschera, dichiar Marcello.
Il giovane bruno rimaneva immobile, le mani sul volante, l'occhio fisso innanzi, a guisa d'una statua.
Che vuoi tu fare? ripet Fulmen.
Mi conosci. Se canti col nome di Drusba, io salgo in palcoscenico, ti piglio a schiaffi e ti butto in orchestra.
Fulmen tacque. Rammentava il giorno della confessione.
Ma con qual nome?... borbott.
Ci non mi riguarda, pur che sia falso. Non obbligarmi a sputarti in faccia un'altra volta, davanti al pubblico del caff concerto!
Cambier nome, promise Fulmen impaurita.
Siamo intesi!
E senza salutare, Marcello si stacc dalla macchina, seguitando il cammino verso l'albergo.
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Capitolo 15.
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 tempo che ti metta una maschera! aveva detto.
E veramente, egli desiderava che gli fosse tolto quel perenne scandalo d'intorno. L'aveva vista, anch'egli come l'avvocato Devinna, sbigottito per l'espressione d'insanabile cinismo che si delineava su quella fronte giovanile; perfin la bocca aveva agli angoli una piega, la quale si sarebbe ritrovata in lui stesso e in Magda a significar l'orgoglio, in Adolfo a significar la vanit; e in Fulmen significava la beffardaggine; dentro gli occhi della ragazza brillava una luce intensa; come di un desiderio insaziabile, un desiderio di godimento a qualunque costo.
Marcello ebbe innanzi agli occhi un'imagine, che per lui era puramente letteraria, perch ne aveva letto in qualche romanzo: l'imagine d'una donna nuda ed ebbra che danza sopra una tavola irta di coppe e bottiglie di sciampagna.
Che tal donna si chiami Josette o Nenny o Isaura, poco gli importa; ma che si chiami Fulmen Drusba, ah no, non  cosa tollerabile!
Ed egli tremava dentro, d'orrore e di sdegno, pensando che sua sorella era ben capace d'andare a prostituirsi in via del Babuino; e pi voleva distrarre il pensiero da quella scena, e pi vi tornava, come gli occhi tornano a fissar quel che  mostruoso, pure sapendo ci che vedranno.
Quel giorno e il giorno di poi, viaggiando da Roma a Modena, guardava Magda con maggiore intensit del solito. Il visino di lei, sul quale un'espressione di bont e di pudore non eran tuttavia cancellate, lo riposava dal ghigno di Fulmen; della quale, chi non l'aveva vista prima, ammirava ancora la fresca bellezza; ed egli, rammentandola qual'era gli anni addietro, non poteva rilevar che la devastazione arrecata dal vizio, dal tradimento, dalla vergogna.
Non avrebbe saputo dire s'egli sentisse pi acutamente l'angoscia per l'abiezione dell'una o la gioia per avere salvata l'altra.
E con Magda era d'una tenerezza premurosa, d'una affettuosit delicata, che sembravano imbarazzar la fanciulla.
Magda parl poco durante il viaggio: era nervosa; ora felice di tornare a Modena; ora inquieta.
Chiese pi volte, se veramente Marcello intendesse iscriversi all'Universit di Pavia; e ogni volta ch'egli rispondeva affermativamente, ella rimaneva in silenzio, pensando.
Clotilde li aspettava alla stazione; e quando vide Marcello scendere dal treno, fu presa come da vertigine. Accorse; alle parole di lui rispose balbettando, cos ch'egli le gett un'occhiata tra lo stupore e la piet. Con Magda parlava speditamente.
Marcello consegn Atteso a Clotilde; glielo mise tra le braccia.
Sta poco bene, il poveretto, disse. Non lo scuotere!
Clotilde lo tenne come avrebbe tenuto un bambino e lo baci sul musetto arido e scottante.
Ha la febbre, disse.
Giampietro viene stasera? interrog Marcello.
Erano in vettura, Clotilde sul sedile di fronte ai due giovani.
Ha detto che verr domani sera, signorino, perch non vuol disturbare.
Non appena furono a casa, Marcello sped Clotilde a chiamar Giampietro.
Ha la febbre, capisci? disse a sua sorella, accennando il canino.
S, fece Magda. Giampietro pu consigliarci.
Ella stava spogliandosi. Un bagno tepido l'aspettava. Indoss il suo bell'accappatoio verde, si ferm un istante a guardare Atteso, che Marcello aveva adagiato sul cuscino tondo a circoli rosa e neri. Magda si chin a carezzare il piccolo malato, poi sparve nel camerino da bagno.
Indi a poco torn Clotilde. Disse che il dottore Giampietro era uscito un istante, ma ella aveva raccomandato alla portiera lo mandasse subito, subito a casa del signor Marcello Drusba.
E non era passato, infatti, un quarto d'ora, e Giampietro sopraggiunse, trafelato e un poco pallido. Aveva corso.
Domand, senza salutar Marcello:
Ebbene?... Magda?...
Che Magda! esclam ridendo Marcello. Magda sta benissimo...
E i due amici si fissarono in silenzio.
 malato Atteso, continu Marcello, dopo la breve pausa. Perdonami se ti disturbo; ma sai che gli voglio molto bene.
Giampietro si pass un fazzoletto sulla fronte.
Evviva gli stupidi! borbott. Quella tua Clotilde non poteva spiegarsi? Lascia detto di correr subito!... Mi sono spaventato... Temevo che Magda..
Sei curioso, osserv Marcello. Hai pensato a Magda e non a me.
Oh, tu sei di ferro!
La voce chiara della fanciulla risuon in quel momento.
Marcello, sono in accappatoio. Posso passare? O vuoi bendar gli occhi a Giampietro?
No, no, piccola! rispose Marcello gaiamente Vieni pure.
Magda comparve avvolta nell'accappatoio verde; i capelli annodati a corona intorno alla testa; di sotto l'orlo dell'accappatoio sbucavano, chiusi in sandali, i piedini.
Giampietro si lev con tale slancio, ch'ella temette non l'agguantasse pel busto e non la serrasse tra le braccia.
Come sono contento di vederla! balbett. Sta bene? Sta proprio bene? Non  troppo affaticata? Si  divertita a Roma? Ha fatto buon viaggio?
Magda sorrise.
Come posso rispondere a tanta roba? disse. Lei che  medico, deve vedere se io sto bene.
E sedette sul divano.
Guardi Atteso, continu. Lui ha bisogno d'esser curato.
Giampietro osserv il canino. Dopo averlo ascoltato e palpato attentamente, espresse il parere si trattasse d'una febbre infettiva e consigli il calomlano.
Sei sempre dell'idea di andartene? seguit, rivolto a Marcello.
Naturalmente!
Quando?
Fra due o tre giorni, non appena abbia riordinato la roba.
Giampietro guard Magda.
 una vera pazzia! egli disse. Tu dicevi per un riguardo alla signorina, per non tenerla sequestrata in una piccola citt;... ma la signorina afferma che sta bene qui...
Sto meglio che a Roma, rinterz Magda.
Non ci hai dato ancora una ragione plausibile, soggiunse Giampietro. E allora si tratta di un capriccio...
Scusami, interruppe Marcello.
Giampietro era seduto in poltrona; Marcello a terra, sui cuscini, come sedeva una volta ai piedi della sua amante.
Scusami; ma perch devo dar delle ragioni? Perch devo chiedere il permesso a te? Non ti offendere, ma mi pare eccessiva la tua pretesa.
Giustissimo, replic Giampietro. Non ti chiedo nulla per me. Supponevo tu facessi gran conto dell'opinione di tua sorella, e tua sorella  contraria.
Magda crede che io la conduca a Milano e ve la tenga a soffocar dal caldo. Invece andremo sul Lago Maggiore o in Isvizzera o in montagna, dove vorr; poi io seguiter gli studii a Pavia. Si pu studiar benissimo a Pavia, dimorando a Milano. E a Milano, quest'inverno, Magda potr distrarsi meglio che a Modena: ne ha diritto!
Le parole di Marcello furono coronate dal silenzio.
Magda passava una mano distratta sulla testa di Atteso, ch'era presso di lui. Giampietro contava le piastrelle bianche e azzurre del pavimento.
Non sei contenta?interrog Marcello.
Magda non rispose.
Io non so che cosa tu veda d'interessante a Modena, seguit il giovane. Ora, poi, si muore anche dal caldo.
Ma io pensava che saremmo andati in campagna per l'estate, e i tuoi studii li avresti ripresi qui in autunno, osserv Magda.
In autunno? No, in autunno, no! Dobbiamo esser lontani, in autunno! osserv Marcello.
Giampietro il quale andava osservandolo, avvert sul volto di lui una tale ombra di smarrimento, che disse a mezza voce:
Vorrei sapere che diavolo deve succedere in autunno!
Io posso aver qualche ragione alla nostra partenza, spieg Marcello, che non ho l'obbligo di dire...
Magda si alz di scatto.
 verissimo! rispose. Non hai l'obbligo di dire le tue ragioni al primo venuto, bench Giampietro non sia il primo venuto, ma un amico intimo. Hai per l'obbligo di dirle a me, tua sorella...
Fece una pausa. I suoi occhi guardavano acutamente Marcello con un'oscurit di rampogna e quasi di rancore.
Sei venuto a Roma e mi hai portata via. Mi hai detto di seguirti; e ti ho seguita. Mi hai rinchiusa qui, e non ho protestato. Mi hai tolto ogni svago, ogni piacere, ogni compagnia, ed ho obbedito. Io vivo fra te e la mia bambola. Ti ho mai chiesto di pi? Ti ho mai detto che soffro o mi annoio?... Ma questo giuoco non pu continuare all'infinito...
Che vuoi dire? domand Marcello.
Voglio dire che non hai il diritto di disporre di me, senza darmi ragione di ci che fai! Io sto bene a Modena e tu mi conduci a Milano. Io non ti chiedo nulla e tu mi parli dei divertimenti che mi aspettano. E quando un amico t'interroga non per indiscrezione ma per interessamento, tu rispondi che hai ragioni segrete, le quali non si possono dire!  un po' ridicolo! Le ragioni segrete influiranno sulla tua vita, ma non sulla mia! E se, infine, mi ribellassi? Tu sei un despota, tu non sai farti amare, tu guardi il mondo dall'alto d'un piedistallo che ti sei fatto da te; ma aspetta che te lo facciano gli altri, o ti accorgerai che il tuo  di cartapesta!...
Strinse le mani in un gesto di rabbia, fece alcuni passi, entr nella sua camera e ne chiuse l'uscio con furia.
Marcello era intontito da quella irruenza. Giampietro, il quale aveva ascoltato senza batter ciglio, il capo chino a contar per la millesima volta le piastrelle del pavimento, osserv di nuovo Atteso, lo palp, e disse:
Io credo si tratti d'infezione generale. Faresti bene a interrogare un veterinario, perch la malattia  grave.
Si lev in piedi.
Te ne vai? domand Marcello.
Giampietro si strinse nelle spalle, gettando un'occhiata al limitare oltre il quale Magda era sparita.
 meglio che tu le parli, disse.
Parlarle! mormor l'altro. Ma bisognerebbe cedere, bisognerebbe promettere; e io, assolutamente, non posso restare qui in autunno.
Che hai ammazzato qualcuno? fece Giampietro con un certo sarcasmo. E in autunno ritorna lo spettro?
S, ritorna lo spettro!
Non sarai pazzo? Di quali spettri vai farneticando?
So io!
A me non puoi confidare?
No; impossibile; non si tratta di affari miei...
E per gli affari degli altri ti pigli di questi disturbi?
Marcello tacque.
In ogni modo, riprese Giampietro,  la tua ultima parola: te ne vai fra due o tre giorni, porti via tua sorella?
 la mia ultima parola.
Buona notte.
Buona notte e grazie.
Non appena Giampietro fu uscito, l'idea di abbandonar Modena vacill nel pensiero di Marcello.
E se io mi ribellassi? Tu non sai farti amare... Sei un despota!..
Le parole di Magda gli risuonavano dentro come una minaccia.
Che la ribellione sorgesse impreveduta, non dal bisogno d'amore, ma da un puntiglio?... Sarebbe stato troppo stupido perder la battaglia per cos piccola cosa; certamente, nel cervello di Magda, ribellarsi significava tornare a casa, ricacciarsi nel gorgo dal quale egli la aveva tratta.
Ma era possibile cedere, continuar gli studii a Modena, condannare se stesso a ritrovar Guendalina, a frequentarne la casa per convenienza sociale, a desiderarla violentemente e a non averla mai?.. Era possibile?..
Un piccolo lagno distrasse Marcello.
Atteso lo fissava con gli occhi impiccioliti. Stava male. Il respiro diventava affannoso.
Marcello balz dai cuscini sui quali era seduto.
Magda! fece, bussando all'uscio. Magda; posso entrare?
Avanti, ella rispose.
Marcello vide che Magda sedeva innanzi al tavolino, un foglio di carta pronto, la penna nella destra. In letto con le braccia tese, giaceva Clara, la bambola.
Scrivi? domand Marcello.
S; a te, rispose la fanciulla con sicurezza.
A me?....
Volevo chiederti scusa delle mie insolenze e dirti che far come tu desideri.
Marcello la prese tra le braccia e la baci sulle guance, ma gli sembr ch'ella uscisse da quell'abbraccio sconvolta.
Te ne prego, Magda. Fa compagnia ad Atteso fin che io corro a cercare un veterinario. Il poveretto sta male.
Subito, caro!
Magda pass nel salotto e prese il cane in grembo.
Ma non aveva ancor varcata la soglia Marcello, ch'ella riadagiava il cane sul cuscino, e correva nella sua camera.
Rapidamente, affannosamente, scrisse un biglietto, lo pieg con cura e lo nascose.
Quando Marcello torn, Magda teneva il cane sulle ginocchia e andava cullandolo: Ninna nanna, nanna ninna, il pupetto vuo' la zinna.....
...
Clotilde s'era abituata a spiare ogni cosa; origliava, cercava di vedere attraverso le toppe degli usci, capitava improvvisa e con aria sbadata alle spalle di Magda.
S'era abituata a Roma: l, ella sapeva tutto: le svergognatezze di Fulmen, la passivit timorosa di Magda, la complicit obliqua della madre, le gite in automobile, i giorni e le notti passate fuori, le lettere e i telegrammi che arrivavano e che partivano.
Non diceva parola con alcuno. Anzi, alla cuoca, la quale faceva qualche domanda ed esprimeva qualche sospetto sulle signorine, rispose una volta:
Mi meraviglio!... Non c' nulla da dire!...
Avrebbe potuto scriver la biografia di Fulmen e di Magda. Ma il suo istinto di contadina le aveva consigliato una maschera d'impassibilit, che rasentava la balordaggine; le sorelle se ne fidavano ciecamente; lo stesso Marcello la giudicava poco men che scema.
Egli avrebbe trasecolato se gli avessero detto che Clotilde lavorava per lui.
Innamorata con la violenza chiusa del suo carattere taciturno, voleva poter un giorno denunziare arditamente le sorelle al giovane ingenuo. Era offesa per le menzogne e le commedie onde l'avvolgevano; indignata per la sfrontatezza di Fulmen, la quale giurava il falso con un cinismo stupefacente. Questo  un peccato mortale. Non si pu perdonarlo.
Clotilde era decisa ad accusare Fulmen, pure sapendo che non avrebbe trovato grazia presso alcuno. Non certo per la rivolta della sua onest, Marcello avrebbe corrisposto al suo amore. Ma almeno egli sarebbe stato salvo da tanta perfidia.
Clotilde pensava di uccidersi poi, gettandosi nel Tevere.
Fortunatamente, Marcello era arrivato all'improvviso, aveva fatto confessare la sorella maggiore e s'era presa la minore.
Clotilde s'aspettava ch'egli uccidesse Fulmen; ne avrebbe avuto piacere; odiava cupamente la spudorata che si dava senz'amore, ingannando Devinna con Majorca, Majorca con Devinna, e probabilmente ambedue con degli altri. Ma il colpo di rivoltella, l'urlo della femmina moribonda non eran venuti.
Allorch Magda l'aveva presa con s per condurla a Modena, Clotilde n'era stata felice; non solo perch non voleva abbandonar Marcello, ma pure perch si riprometteva di vigilar la padroncina. Non se ne fidava.
I primi mesi non c'era stato da dir nulla, sebbene, con l'intuizione maliziosa che s'era scaltrita per ci che gi aveva visto, le visite assidue di Giampietro Cravello la mettessero in continuo dubbio.
Una sera finalmente aveva colto Giampietro mentre passava sottomano un biglietto a Magda. Questa, uscita con una scusa, era corsa a scarabocchiare una risposta; e pi tardi, servendo il t, l'aveva passata sottomano a Giampietro.
Clotilde rest perplessa.
Denunziare Magda? Magda era buona. Inoltre non si trattava dei vizii e delle impudenze di Fulmen. Si trattava d'amore. Ma perch n Giampietro n Magda non dicevano ogni cosa a Marcello? Che intendevano combinare?... Non certo un matrimonio, che si combina alla luce del sole. Giampietro era lungi dal voler dare il suo nome a Magda. E allora?... Si preparava un nuovo dramma per Marcello? La sua unica speranza stava per tradirlo?
Egli era cieco. La sera che aveva concesso a Giampietro di passeggiar con Magda al chiaro di luna, Clotilde sdraiata a occhi aperti sulla branda nello stanzino da bagno, contava i minuti e i secondi.
Non tornano pi! s'era detta.
Invece eran tornati poco appresso. Ma l'impressione le rest; lo spavento provato quella sera la tenne sempre.
Un giorno o l'altro scappano!
Giampietro le sembrava uomo deciso. Aveva il fisico che distingue, in campagna, i capoccia: alto, forte, breve di parole. Non gli mancava certo l'audacia di fuggire con una donna che amava.
S'era fatto inquieto, come Magda s'era fatta pensosa, dal giorno in cui aveva appreso che Marcello intendeva assolutamente sgombrare, andarsene lontano. (Clotilde supponeva che Milano e Pavia fossero all'altro capo del mondo.) Marcello, con la sua ingenuit abituale, non vedeva nulla, non sapeva dubitar n di Magda n dell'amico intimo; e ostinato a partire senza dir le sue ragioni, precipitava la catastrofe.
Clotilde voleva impedirla; e che poteva fare, non sostenuta da alcuno, considerata come un animale domestico?
Si studiava di celar la sua passione per Marcello affinch questi non ne fosse annoiato; ma il tremito che la prendeva se egli le era vicino, ma la confusione per ogni sua parola, il terrore per un rimprovero, la gioia smodata per un elogio, l'avevan tradita presto.
Magda gi da tempo se n'era accorta; aveva sorpreso Clotilde quando a baciar la fotografia di Marcello, quando ad abbracciare il guanciale su cui egli posava la testa.
La fanciulla ne rideva.
Che bel matrimonio! disse. Marcello Drusba avvocato in erba con Clotilde Proietti, attendente alla casa.
Marcello fece un gesto per interromperla.
Non mi piace che tu scherzi, osserv. Tengo Clotilde perch ti serve; io non avrei mai pensato a portarla a Modena.
Perch non te ne fai un'amante?  una bella ragazza forte e sana...
Magda non pot continuare; suo fratello la fulmin con tale un'occhiata, ch'ella arross e chin il capo...
Ti domando perdono, disse.
Egli usc senza rispondere.
...
La sera dopo che Atteso s'era sentito male, Giampietro fece visita, come per chiedere notizia del cane. Si trattava d'infezione; il veterinario aveva giudicato il caso gravissimo. Anzi, visitandolo meglio, Giampietro avanz l'ipotesi che fosse avvelenato, come si poteva dedurre da certi sintomi.
Marcello croll il capo. Chi poteva avergli avvelenato il canino? A Roma, non avrebbe esitato a incolparne Fulmen; ma questa non aveva veduto il cane da mesi; l'ultima volta, ella era in automobile, Atteso a terra, presso Marcello.
Giampietro not che i bauli erano pronti; due gi chiusi in anticamera; uno nel salotto, al quale attendevano Magda e Clotilde. V'eran pure alcune casse nelle quali Marcello andava riponendo i libri.
Allora, la partenza? domand Giampietro.
Doman l'altro.
Clotilde osserv che Giampietro e Magda, a quella risposta, s'erano scambiati uno sguardo.
Ma il povero Atteso, obiett Giampietro, non vorrai trasportarlo in questo stato?
 una cosa che si risolve nelle ventiquattr'ore, rispose Marcello. O sta meglio, e allora lo si trasporta in un piccolo canestro; o muore, ed  finita!..
Si che, improrogabilmente la partenza doman l'altro?
Perch dovrei tardare? Tutto  chiuso nei bauli, e nulla  pi incomodo che vivere a questo modo...
Giusto! fece Giampietro.
Marcello prendeva i libri dalle pile formate a terra, e curvo, in maniche di camicia, li disponeva dentro le casse.
Ho dovuto far preparare casse piccole, egli spieg, perch una cassa grande col peso dei libri non si potrebbe smuovere.
Fece una pausa; quindi accogliendo alcuni volumi dalle mani di Giampietro, domand:
Sei venuto in automobile? Ero alla finestra, e mi  parso...
Clotilde lev involontariamente il capo dal baule attorno al quale stava lavorando con Magda.
S, ammise Giampietro.  l'automobile d'un amico.
Poco di poi, dicendo che non voleva disturbare, prese congedo e se ne and.
Magda era molto nervosa; affastellava la roba nel baule, poi la traeva fuori, poi la riponeva di bel nuovo; fin col lasciar fare a Clotilde.
E questa si chiedeva che cosa significasse l'automobile di Giampietro, il quale non era mai andato in automobile. Forse la speranza di trovar Magda sola e di portarsela via a tutta velocit?...
Sentiva la rete andare ispessendosi, chiudere lentamente e sicuramente Magda, Marcello, Giampietro, lei stessa, nelle sue maglie; e vi si dibatteva, in un vano sforzo di salvare tutti.
...
Clotilde, uscita nel pomeriggio dell'indomani per fare alcuni acquisti, vide che un'automobile era ferma in capo alla via deserta; posta in modo che chi usciva dalla casa non la poteva vedere se non risalendo la strada, come aveva fatto Clotilde per recarsi a un negozio vicino.
Era l'automobile di Giampietro?... Che aspettava, abbandonata cos, senza meccanico e senza passeggeri?
Clotilde si faceva questa domanda con ansia, allorch vide Giampietro passare; andava lentamente e guardava le finestre in alto. Non occorreva molto acume per comprendere che l'automobile era sua e ch'egli fissava le finestre come aspettando un segno. Non si avvide neppure della ragazza.
Clotilde ebbe una vampata di sangue alla testa.
Bisognava avvertire Marcello.
Fece le scale di corsa, entr; ma quando si vide innanzi a Marcello e a Magda, le manc l'animo.
Ambedue curvi sopra Atteso, ormai in agonia, Magda piangeva, Marcello stringeva i pugni e si mordeva il labbro inferiore.
Dirgli in quel momento: Guardi che sua sorella sta per fuggire?... Non sarebbe egli balzato al collo dell'accusatrice?
Clotilde sent un brivido.
Se non fosse che una sua fantasia? Se Magda non pensasse affatto a scappare con Giampietro?
Clotilde guard la fanciulla. Veramente pareva annientata per la morte imminente del piccolo cane. In quell'istante, non doveva aver altre idee pel capo. Il suo bel visetto era triste, la fronte aggrondata, la bocca mossa da un tremito nervoso... No, non era possibile che meditasse di lasciare il fratello! Doveva pur sentire ch'egli non aveva pi nulla, nemmeno il suo piccolo cane; ed anche lei veniva a mancargli, impensatamente, brutalmente!... Sarebbe stata una crudelt senza nome... Ma l'amore?...
Marcello si rivolse e disse:
Ghiaccio!
Clotilde spar nello stanzino del bagno, ritorn con una borsa colma di ghiaccio, che Marcello adagi sul ventre del cane.
Avviene ci che ha preveduto il dottore, seguit Marcello, verso Magda. C' un miglioramento repentino, poi si avr una convulsione violenta e la morte.
Credi? interrog Magda. Non  da sperare?
Che! Stasera sar finita!
Segu un silenzio.
Clotilde osserv che in una tensione spasmodica di nervi Magda serrava le mascelle. Il suo volto prendeva un significato di volont dura, che non aveva avuto mai e rammentava terribilmente Fulmen ne' suoi momenti di risolutezza.
Senza dubbio pensava a fuggire, nonostante il dolore di Marcello e la solitudine per la perdita del suo piccolo cane.
Fuggire; domani sarebbe stato troppo tardi, anzi impossibile, perch si partiva la mattina.
Clotilde ebbe una nebbia innanzi agli occhi. Bisognava avvertire Marcello. Avanz di alcuni passi, e mormor:
Signorino...
Che vuoi? domand il giovane senza levare il capo.
Tutta la folla, tutto il coraggio di Clotilde caddero a quelle parole secche.
Se permette, lo veglier io stanotte, Atteso! disse la ragazza umilmente.
Marcello le gett un'occhiata:
Stupida! borbott fra i denti. Stanotte non ci sar pi.
Clotilde chin il capo ed usc.
Marcello si mise a passeggiare nervosamente pel salotto; Magda rimaneva a testa bassa, in silenzio.
Era incredibile che il miglioramento significasse la morte. Atteso girava gli occhi, scodinzolava alla voce dei padroni; sul tardi tent di levarsi in piedi. Lo stesso Marcello sperava che il veterinario si fosse ingannato. Magda seguiva con l'anima sospesa quella straordinaria mutazione della povera bestia ammalata. Non voleva che Atteso morisse.
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Capitolo 16.
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Verso sera la catastrofe si deline.
Una bava copiosa venne alla bocca di Atteso, le pupille si restrinsero, il corpo fu preso da un tremito che andava facendosi pi forte.
Non lo lascio morire cos! disse Marcello. Vado a chiamare il veterinario.
Magda si fece pallida.
Esci? domand come trasognata.
Ti dico: vado a chiamare il veterinario.
E senza aggiungere parola, corse in anticamera. Poco dopo, Magda ud la porta richiudersi alle spalle di lui.
Allora la fanciulla si trasform. Il suo volto fu invaso da una luce repentina che non si sarebbe potuto dire donde provenisse; pareva che la sua anima fosse in fiamme.
Entr nella camera da letto; prese da un baule aperto un velo fitto, un cappellino a cuffia, un mantello. Adatt il cappellino in testa, prestissimo, e torn nel salotto, tenendo il velo e il mantello sul braccio.
Le spiacque di trovar Clotilde, e pens a inventarle qualche scusa.
Ma la ragazza le and incontro, e giungendo le mani, disse con voce fatta rauca dall'emozione:
La prego, signorina. Non vada via!
Devo uscire un momento. Ritorno subito!
No, non  vero! esclam Clotilde disperata. Non torna pi!... Io lo so... Lei fugge col dottor Giampietro.
Magda esterrefatta guard Clotilde da capo a piedi.
Lasciami passare! comand. Credo che tu hai la febbre.
Clotilde non si mosse. Solida, tarchiata, accesa in volto, stava di fronte a Magda pallida e sottile.
Lasciami passare! ripet questa con voce che le fischiava tra le labbra.
Signorina, lo faccia pel signor Marcello! Se lei fugge, egli muore! E oggi, proprio oggi che perde il suo canino, lei lo abbandona per sempre! Oh perch?... Lei che  tanto buona e generosa?...
Magda esit un istante; poi fu colta alle spalle come da una mano pi forte, che la sospingeva.
Ah! piccola vipera! esclam rabbiosamente. Facevi l'idiota, l'ignorante, non  vero?... E spiavi ogni cosa!... E ardisci impedirmi il passo!...
Cerc intorno con gli occhi.
Lvati di qua! O parola d'onore, io non parto, ma tu hai finito di far la spia!...
Se esce, grido per le scale!
Clotilde non pot finire.
Magda le si era avventata contro con tale impeto, che la ragazza vacill e diede alcuni passi addietro. L'ira di Magda Drusba era pi gagliarda che la solida struttura della contadina.
Hai capito? fece Magda.
Vide un tagliacarte lungo e affilato. Lo vide pure Clotilde. Cap che Magda l'avrebbe ammazzata con quell'arma sicura. A lei non importava nulla morire. Ma quale rovina per il giovane assente, che tornando, avrebbe trovato la sorella con le mani lorde di sangue!
Si scost.
Magda fu con balzo alla porta, l'aperse, spar.
Clotilde stette un poco ad ascoltare; sperava che sulle scale incontrasse il fratello; ud invece il rombo dell'automobile, due o tre segnali d'avviso, poi la marcia che si faceva di secondo in secondo pi rapida; poi silenzio.
La ragazza cadde sul divano, a fianco di Atteso, che rantolava.
...
Ebbene, come va? disse ansioso Marcello entrando. Non ho trovato il veterinario...
Vide Clotilde sul divano.
Dov' Magda? chiese, meravigliato che alla sua voce la ragazza non si levasse in piedi.
Clotilde non rispose.
Marcello, irritato, le pose una mano sulla spalla e la scosse.
Dov' Magda? ripet.
 uscita! mormor Clotilde.
Tu ti permetti di scherzare in questo momento?
Clotilde scivol dal divano e cadde a' piedi del giovane.
La signorina  fuggita! disse con voce che pareva un rantolo. Corra, lei, corra sbito! Con un'altra automobile pu raggiungerla.
Gli occhi di Marcello si dilatarono smisuratamente, la bocca si aperse quasi per gettare un grido. Clotilde temette un istante ch'egli stramazzasse a terra. Ma gir invece sui tacchi, e la ragazza ud che di nuovo la porta si richiudeva alle spalle di lui.
Egli correva per la strada. Con la lucidit che sopravviene talora nei momenti decisivi, aveva tutto inteso. Magda fuggita con Giampietro. Bisognava fermarla; costringere Giampietro a darle il suo nome... Come, come, non s'era egli avvisto della congiura?
Moder il passo, entrando in via Emilia tutta illuminata. Potevano scambiarlo per pazzo; gi, aveva dimenticato il cappello. Questi particolari minuti gli venivano incontro con una nettezza, che gli sembrava inverosimile in tal momento.
L'automobile di Adelmo; la quaranta cavalli... Ecco, Guendalina era presente in ispirito, la sua Guendalina ch'egli aveva scioccamente abbandonata per salvare Magda: Guendalina gli prestava l'automobile...
Entr nell'atrio del palazzo, s'incontr nel portiere, che lo conosceva bene e che si lev il berretto.
C' il meccanico? chiese Marcello. C' la macchina?
Laggi, signorino, disse il portiere.  tornata ora!...
Marcello balz nel cortile, si spieg col meccanico, prese posto.
Dove andiamo, signorino?
Il giovane esit. Dove? Bisognava frugar tutta la campagna, correr l'intera notte. La quaranta cavalli poteva. In confronto, l'automobile di Giampietro era un balocco.
Verso Castelfranco, disse.
Quando, usciti dalla citt, la macchina fu lanciata, il suo russare parve scuotere il terreno; i fanali gettavano innanzi fasci di luce bianca, la quale dardeggiava siepi, pioppi, carri, lasciando ogni cosa addietro in una densa nuvola di polvere.
Lei piglier un'infreddatura, osserv il meccanico a Marcello, che gli sedeva a fianco. Con questa velocit, l'aria  fresca...
Non importa, non importa; purch lo acciuffi!
Aveva inventato la storiella d'un ladro, che impossessandosi del suo portafoglio con molto denaro, era scappato in automobile.
Ecco il reclusorio! disse il meccanico, sbirciando la mole tozza della casa di pena, affondata nel terreno.
Sugli spalti apparivan le figurine delle sentinelle.
E l'automobile rombava, gettando di tanto in tanto un fischio lacerante per isgombrar la strada dai veicoli.
Il meccanico rallent. S'avvicinavano a Castelfranco.
Marcello riconobbe il pioppo argenteo all'angolo d'una strada e il casamento inadorno dell'unico albergo. V'era passato pi volte in carrozza con le sorelle.
Ma soffoc un grido.
Ferma! disse al meccanico.
Innanzi all'albergo, l'automobile di Giampietro.
 questa? fece il meccanico fermando. Ha una panna.
No, non  questa; ma domando, rispose Marcello.
Pens che s'egli avesse detto il vero, il meccanico avrebbe voluto assistere alla scena.
Mi aspetti, qui, disse. Io vengo subito.
Discese con una tempesta nel cuore. Sentiva d'esser pallido.
V'erano alcuni tavolini fuori, sulla strada, e intorno, ufficiali del distaccamento che bevevano birra. Al banco, una donna corpulenta, la quale scriveva cifre e cifre sopra un foglio di carta grossolana.
Marcello chiese alla donna:
La signorina  su?
Numero tre, primo piano, rispose l'ostessa. Le abbiam dato quella camera perch  per poco. Sembra che il guasto alla macchina non sia grave. Il signore  andato a cercare un fabbro.
Ma ho io tutto quel che occorre! fece Marcello, per dar colore alla sua presenza.
Sal. Il corridoio del primo piano era a mattoni rossi polverosi; qua e l mancavano. I numeri delle camere stavano scritti al di sopra dell'uscio, in nero, malamente.
Marcello trov la camera indicatagli, pose la mano all'uscio.
Giampietro,  tutto pronto? chiese Magda.
Ma vedendo entrare Marcello, gett un grido, e rincul di alcuni passi.
Il giovane prese la sorella per una mano, e senza ira, disse:
Che mi fai, Magda?...
Ella tacque.
Che mi fai, Magda?... Mi abbandoni?... Non dovremo pi vederci?
La fanciulla non rispondeva.
Ti ha lusingato Giampietro, ti ha fatto grandi promesse, ti ha detto che con lui sarai felice? Non  vero?
No! ribatt Magda, Lo seguo, perch lo amo.
Fece una pausa.
La camera era male illuminata da una piccola lampada che pendeva dal mezzo del soffitto; pendevano anche certi bastoncelli spalmati di vischio, sui quali si eran posate a migliaia le mosche, ed eran morte. Nulla di pi ripugnante. Il letto largo, col pagliericcio, le lenzuola grossolane; e il pavimento smattonato; e un divano dalle molle rotte; e un tavolino e quattro sedie di paglia compivano il carattere di quello sgabuzzino.
Lo amo! disse Magda. Capisci? Non ho amato mai nessuno. Amo lui. E lo seguir in capo al mondo.
Marcello fu colpito dall'accento, deciso con cui Magda parlava.
Credi che io non soffra nel lasciarti? Tu non sai da quante notti non dormo, pensando che forse non vorrai pi vedermi, non vorrai saper pi nulla di me!... Compio una mala azione... Sono un'ingrata... Merito il tuo disprezzo, il disprezzo di tutti... Io ti perdo, lo so... Perdo mio fratello, al quale voglio tanto, tanto bene!
Ma perch non ti sposa, Giampietro? interruppe Marcello.
Mi sposer!...
Il giovane ebbe un ridere sarcastico.
Mi sposer, ripet Magda. Egli sa tutto quello che ho fatto. Come pu fidarsi di me? Come pu credere?...
E allora, ti prende in prova, come una serva? esclam ironico e sdegnato Marcello. Bel gentiluomo!
Se volesse sposarmi oggi, io rifiuterei, dichiar Magda. Ed egli solo pu aiutarmi a cancellare il mio passato; egli solo pu far ci che volevi far tu, Marcello: che io sia brava ed onesta. Io l'obbedir in ogni cosa perch lo amo. Cercher di farlo contento. Se un giorno mi dar il suo nome, lo avr meritato, perch da oggi io sar tanto, tanto savia!
Allora, non torni a casa? domand Marcello.
Era vinto.
Ecco: Magda ciecamente, istintivamente risolveva il dubbio ch'egli aveva per tanto tempo nascosto in cuore, quasi non potendo ascoltarlo. All'opera di redenzione, l'affetto puro e casto d'un fratello non bastava. Occorreva l'amore. E Giampietro forse era capace di tale opera, se veramente amava Magda.
Non torni con me? disse Marcello.
Magda s'era lasciata cadere su una sedia, e reclinando il capo sul tavolo, singhiozzava.
Solo! pens Marcello ad alta voce. Solo nel mondo, senza un amico, senza la famiglia!... Perfino il mio piccolo cane mi  stato tolto... La strada sar dura!...
Oh, taci, Marcello! mormor tra le lagrime Magda.
E prima ch'egli imaginasse, la fanciulla gli si gett ai piedi, gli si aggrapp ai ginocchi.
Perdnami, caro! Io ti voglio tanto, tanto bene!... Se tu hai amato, Marcello, devi perdonarmi, perch sai che cosa  l'amore...
Il giovane la scost ruvidamente.
Ah, disgraziata! disse. Ero pronto anche a perdonarti, ma queste tue parole mi allontanano per sempre da te! Perch s, io ho amato; perch s, io so che cosa  l'amore! Ho amato con tutta la forza della mia anima, e sono stato amato fino alla violenza... Ebbene, ho spezzato da un giorno all'altro questo legame che mi rendeva felice. E sai perch? Per dedicare il mio tempo, le mie cure, la mia sollecitudine, a te! E la donna, per te, ha accettato il sacrificio; e per poco non ne  morta! Ora posso dirtelo. Io lascio Modena per non incontrarmi con quella tua vittima... Il suo sacrificio, il mio, sono stati inutili!... Tu fuggi con Giampietro! Ecco la risposta al nostro sogno di redenzione... Tale  la ricompensa al nostro soffrire!... Oh, io so che cosa  l'amore, sta certa; ma so pure che cosa  il dovere. E a questo, ho sommesso ogni cosa!
Magda, piegata sui ginocchi, ascoltava immobile.
Tu capisci? riprese Marcello. E vuoi essere perdonata in nome dell'amore? Ma  in nome dell'amore, che io ti respingo!
Marcello! grid Magda. Ascolta, te ne supplico!
Il giovane la allontan di nuovo e con passo rapido, raggiunta la soglia, usc.
Magda cadde quant'era lunga sul pavimento.
Quando fu in basso, Marcello trov il meccanico, il quale beveva una tazza di birra.
Torniamo! disse Marcello.
Aveva un'espressione cos fredda e cupa, che l'altro non s'arrischi a interrogarlo.
Volt la macchina e la lanci nella campagna, verso Modena.
...
Rimasta sola, Clotilde aveva cercato di alleviare le sofferenze del piccolo Atteso; ma questo precipitava di secondo in secondo verso l'ombra eterna. Ebbe un ultimo sussulto; le sue membra si distesero, una bava gialla gli usc dalla bocca e dal naso. Era morto.
Clotilde rest a vegliarlo.
Che avveniva? Forse Marcello non aveva trovato un'automobile?... Forse, trascinato dall'ira e dallo sdegno, uccideva Magda e Giampietro?
Quando ud girar la chiave nella toppa, corse in anticamera.
Varc il limitare Marcello, pallidissimo.
La signorina? os chiedere Clotilde.
Non torna pi! rispose il giovane.
Ed entrato nel salotto, si trascin fino al divano, ove rimase qualche tempo, gli occhi sbarrati nel vuoto, le braccia penzoloni, come percosso da un gran colpo in mezzo al cranio. Clotilde rimaneva in piedi innanzi a lui, quasi aspettasse gli ordini.
Ma girando gli occhi intorno, Marcello scorse sul cuscino il cadavere di Atteso. Allora chiuse il volto tra le palme e scoppi in pianto dirotto... Nulla! Non aveva pi nulla!...
A quell'impeto di pianto, Clotilde fece alcuni passi innanzi, come avesse voluto prender tra le braccia Marcello e accarezzarlo; ma si rattenne in tempo e chin il capo, aspettando.
Il giovane si asciug gli occhi e il viso.
Clotilde, mormor. Ti ringrazio. Tu sei una brava ragazza.
Fece una pausa. Ecco; la brava ragazza; una contadina; sarebbe stato orgoglioso d'averla per sorella.
Io parto domattina, seguit. Devi partire anche tu, ma per Roma. Non posso condurti con me; sei troppo giovane. Tornerai da mia madre, o a casa tua.
Clotilde acconsent con un cenno del capo. Non poteva rispondere altrimenti.
Si sentiva morire.
A passi lenti, s'avvi alla soglia per gettarsi sulla sua branda.
Il giovane la richiam:
Clotilde!
La ragazza si volse. Quale folle speranza le pulsava in cuore?
Egli soggiunse, scuotendola per un braccio:
Non dire che m'hai visto piangere!...
...
.
...
FINE.